Home News‘RoboCop’, Dan Stevens è il nuovo Alex Murphy per Prime Video

‘RoboCop’, Dan Stevens è il nuovo Alex Murphy per Prime Video

L'attore camaleontico di Legion e The Guest raccoglie l'eredità di Peter Weller e riporta la satira di Paul Verhoeven nell'epoca dei colossi tecnologici.

by Mauro Terrone

Quando le prime indiscrezioni davano la nuova serie RoboCop in cerca di un volto action e muscolare, in pochi avrebbero puntato su Dan Stevens. Ed è proprio questo il bello. L’attore inglese di Legion e The Guest raccoglie l’eredità metallica di Alex Murphy: Prime Video ha ufficializzato il suo ingaggio nel ruolo dell’agente di Detroit e del suo alter ego cibernetico, per un rilancio televisivo che parte già con una scelta fuori dal seminato.

Dan Stevens è il nuovo Alex Murphy: cosa sappiamo della serie RoboCop

La serie è ordinata per otto episodi. Alla guida come showrunner c’è Peter Ocko, già dietro l’atipica Lodge 49, che firma anche parte della scrittura. La produzione passa da Blumhouse Atomic Monster, con James Wan, Michael Clear e Rob Hackett tra i produttori esecutivi e Danielle Bozzone come co-produttrice esecutiva. A vegliare sul progetto ci sono anche Ed Neumeier e Michael Miner, gli autori del film del 1987: una garanzia sul fatto che il DNA originale non venga smarrito per strada.

La premessa aggiorna il canovaccio di Paul Verhoeven senza tradirlo. Un colosso tecnologico convince una città a inserire un robot nella propria forza di polizia, impiantando nella macchina la coscienza di un agente caduto in servizio, Alex Murphy. Wan ha riassunto i temi al centro dell’operazione: tecnologia, identità e la domanda che nel 1987 suonava come una provocazione e oggi come cronaca, ovvero chi le grandi aziende servano davvero.

Il progetto matura da anni. Prime Video lo sviluppa da quando Amazon ha acquisito MGM nel 2022, mettendo le mani su una libreria di titoli storici da rimettere in circolo. L’ordine ufficiale della serie è arrivato appena un mese prima dell’ingaggio di Stevens, segno che la macchina si è messa in moto rapidamente. Manca ancora una data di uscita, e Stevens per ora è l’unico interprete annunciato.

Una scelta anti-ovvia: perché Dan Stevens funziona sotto l’armatura

Il primo istinto, davanti a un’icona come RoboCop, sarebbe cercare la mascella squadrata e il fisico da manifesto. Prime Video ha fatto l’esatto contrario, e ha fatto bene. Dan Stevens ha costruito la sua carriera sullo scarto, sull’imprevedibilità, sulla capacità di svicolare da qualsiasi etichetta. Uscito dal salotto in costume di Downton Abbey, si è reinventato prima nel thriller perturbante di The Guest, poi nella follia mutaforma di Legion, la serie Marvel più sperimentale mai prodotta, dove interpretava un uomo la cui identità era essa stessa un enigma.

Ed è esattamente qui che la scelta acquista senso. Alex Murphy non è un supereroe: è un uomo intrappolato in una macchina, un fantasma dietro una visiera, un’identità corrotta e ricostruita da un’azienda. Serve un attore capace di far sentire l’uomo sotto il metallo, non di far dimenticare l’uomo dietro i muscoli. Stevens ha già dimostrato di saper alternare dramma, ironia e stranezza pura, dai blockbuster con i mostri come Godzilla e Kong – Il nuovo impero ai progetti più piccoli e disturbanti. La sua deadpan intensity, quella freddezza vagamente aliena che si porta addosso, è proprio ciò che il ruolo chiede. Non un action man, ma un interprete che sappia recitare la disumanizzazione dall’interno.

La satira di Verhoeven torna, e a produrla è un gigante dello streaming

Ecco il cortocircuito più affascinante di tutta l’operazione. Il RoboCop di Verhoeven non era un semplice film d’azione: era una bomba satirica piazzata sotto la poltrona del capitalismo americano anni Ottanta. Sotto la violenza fumettistica e l’estetica sopra le righe, il regista olandese nascondeva un attacco frontale alla privatizzazione dei servizi pubblici, alla polizia trasformata in prodotto, alla città data in appalto a una multinazionale che vedeva nei cittadini soltanto azionisti mancati. La finta pubblicità, la corporation onnipotente, il poliziotto ridotto a marchio registrato: era fantascienza, ma con lo sguardo puntato dritto sul presente.

Riportare quella satira sullo schermo nel 2026 significa maneggiare materiale ancora più incandescente di allora. I droni, l’automazione, la sorveglianza, le aziende tecnologiche che dettano l’agenda alle istituzioni: il futuro immaginato da Neumeier e Miner è diventato il nostro paesaggio quotidiano. E qui arriva l’ironia più gustosa: a rimettere in scena questa requisitoria contro il potere delle corporation è Amazon, uno dei colossi che quel potere lo incarna meglio di chiunque altro. Che la critica al capitalismo tecnologico venga finanziata da uno dei suoi vertici assoluti è una contraddizione che il fantasma di Verhoeven, verrebbe da pensare, gradirebbe parecchio. La vera scommessa della serie sarà avere il coraggio di mordere la mano che la nutre, invece di limarsi i denti.

Non è un caso che la produzione porti la firma di James Wan e della sua Blumhouse Atomic Monster, factory abituata a lavorare sul disagio e sull’orrore del corpo. RoboCop, in fondo, è anche una storia di mutilazione, di carne sostituita da acciaio, di un’identità cancellata e riscritta contro la volontà del suo proprietario. Un terreno che a quella scuderia è tutt’altro che estraneo.

L’ombra di Peter Weller e i rilanci mancati

Ogni nuovo Alex Murphy deve fare i conti con un fantasma preciso: quello di Peter Weller. Fu lui, nel 1987 e poi nel RoboCop 2 del 1990, a dare volto, voce meccanica e movenze rigide a un personaggio diventato leggenda pop. Weller costruì l’icona con il corpo, con quella camminata da automa e quel tono piatto rimasti impressi nell’immaginario. Raccoglierne il testimone non è mai stato semplice per nessuno.

La storia successiva del franchise lo dimostra. In RoboCop 3, nel 1993, il ruolo passò a Robert Burke, e il capitolo scivolò verso toni più addomesticati e minori. Poi arrivarono le incursioni televisive, una serie a cartoni animati e alcuni tentativi in carne e ossa, mai davvero incisivi. Il rilancio più ambizioso, il remake del 2014 diretto da José Padilha con Joel Kinnaman nell’armatura, resta il caso più istruttivo: pur circondato da interpreti di peso come Michael Keaton e Gary Oldman, il film smarrì proprio la ferocia satirica che rendeva unico l’originale, limando gli angoli fino a produrre un oggetto levigato e dimenticabile. Lo stesso Kinnaman, anni dopo, ha ammesso che sarebbe stato un film migliore se avesse ascoltato di più chi amava il personaggio.

È in questo cimitero di occasioni sprecate che la serie di Prime Video prova a inserirsi. Ha un vantaggio strutturale: otto episodi offrono lo spazio per respirare, per sviluppare la satira e il dramma interiore di Murphy senza la fretta di un film di due ore. E ha un interprete che, sulla carta, promette di riportare al centro proprio ciò che i rilanci precedenti avevano sacrificato: l’uomo dentro la macchina. Che poi la promessa venga mantenuta, lo diranno gli episodi. Ma la scelta di partenza, per una volta, va nella direzione giusta.

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