Avviso: l’articolo contiene spoiler sull’episodio 8 di Silo 3.
Per quasi tre stagioni una domanda ha tenuto in ostaggio lo spettatore di Silo: da cosa, esattamente, si stanno nascondendo diecimila persone sepolte sottoterra. L’ottavo episodio della terza stagione, che in Italia porta il titolo Gelatina grigia, sceglie di rispondere. E lo fa nel modo più rischioso possibile, mettendo sul tavolo non solo il perché dei silos, ma anche la catastrofe che i loro costruttori temevano al punto da progettare una fuga sotterranea di massa. A due episodi dal finale, le due linee temporali della serie non sono mai state così vicine a toccarsi.
Gelatina grigia: perché sono nati i silos
Il salto in avanti arriva dalla linea del passato. Dopo che il settimo episodio si era chiuso con enormi trivelle che affondavano nel terreno alle porte di Atlanta, qui vediamo finalmente il progetto che sta prendendo forma laggiù. A illustrarlo è Per Stensen (Colin Hanks), il miliardario eccentrico che finanzia l’operazione: cinquanta silos, non semplici rifugi per pochi privilegiati, ma un piano per permettere all’umanità di sopravvivere e un giorno ripopolare il pianeta.
Quando la giornalista Helen Drew (Jessica Henwick) lo incalza su cosa, di preciso, i silos dovrebbero permettere di sopravvivere, Stensen esclude sia la guerra nucleare sia una pandemia. La minaccia è la stessa tecnologia che lo ha reso l’uomo più ricco del mondo: la nanotecnologia. L’Iran, sostiene, avrebbe sviluppato un’arma basata su di essa. La nube misteriosa in cui erano incappati Charlotte Keene (Jessica Brown Findlay) e il suo squadrone durante la disastrosa missione iraniana sarebbe stata proprio un esempio di nano-guerra: una spiegazione che scioglie uno dei nodi più fitti della linea del passato.
La rivelazione ridisegna il mondo che abbiamo osservato per tre stagioni. Quella che è sempre sembrata una distesa avvelenata fuori dai silos potrebbe essere legata a qualcosa di molto più sofisticato, e molto più inquietante, di una banale devastazione bellica. Chi ha letto i romanzi di Howey riconoscerà nella gelatina grigia un’immagine precisa: la nanotecnologia che si autoreplica fino a divorare la materia. Il titolo italiano dell’episodio, in questo senso, è una piccola resa dei conti anticipata.
Helen non si lascia convincere. Quando lo mette alle strette, è la senatrice Rosalind Thurman (Laura Innes) a svelarle perché sia stata coinvolta nel progetto: la vogliono dentro. Come esca le offrono lo scoop di una vita, la possibilità di essere la prima cronista a raccontare i silos e, forse, la fine del mondo stessa. Helen rifiuta senza mezze misure, dicendo che preferirebbe essere disintegrata da un ordigno nano tecnologico. Poco dopo la raggiunge Daniel Keene (Ashley Zukerman), arrivato alla stessa conclusione: meglio ridursi in poltiglia che passare la vita sottoterra al fianco di uno Stensen fuori di testa.

Nel Silo 18 i Sims finiscono su fronti opposti
Nella linea del presente la tensione monta. Lucas Kyle (Avi Nash) e Patrick Kennedy (Rick Gomez) sono sopravvissuti al viaggio dal Silo 18, nonostante l’Algoritmo li avesse già dichiarati neutralizzati. Raggiungono il Silo 17, e questo permette a Juliette Nichols (Rebecca Ferguson) di rimettersi in contatto con Jimmy (Steve Zahn), il solitario che l’aveva tenuta in vita quando era rimasta bloccata laggiù e che ora potrebbe rivelarsi decisivo per la salvezza di casa sua.
L’Algoritmo, però, scopre che i due sono vivi e ordina a Camille Sims (Alexandria Riley) di capire il vero motivo per cui erano stati spediti al Silo 17. Camille cerca risposte nel marito, Robert Sims (Common), che si rifiuta di dargliele. La frattura tra i due, ormai schierati su lati opposti della stessa guerra, si allarga di scena in scena, ed è forse la sottotrama umana più riuscita dell’episodio.
La mossa di Juliette e il finale sospeso
Se il passato spiega il perché dei silos, è la linea di Juliette a offrire la possibile via d’uscita. Lei ricorda che il gas velenoso capace di sterminare un’intera popolazione, il cosiddetto meccanismo di sicurezza, viene immesso attraverso un condotto fisico, e che quel flusso si può fermare sigillandolo. Con in mano una mappa strutturale disegnata dall’ex capo dell’informatica Bernard Holland (Tim Robbins), che mostra come tutti i silos si colleghino fino al Silo 1, Juliette prova a replicare ciò che aveva imparato nel Silo 17.

Non fa in tempo. Viene arrestata e messa in cella, dove trova Robert, anche lui finito dietro le sbarre. Con entrambi fuori dai giochi, il destino del Silo 18 passa nelle mani del resto del gruppo. L’episodio, diretto da Amber Templemore-Airey, chiude quindi la domanda più grande della serie e ne apre subito un’altra sugli ultimi due capitoli: Juliette e i suoi riusciranno a bloccare il sistema costruito per annientarli?
Il nostro giudizio
Gelatina grigia è un episodio di svolta, e come tutti gli episodi di svolta paga un prezzo. La scelta della nanotecnologia come minaccia finale è la più intelligente che la serie potesse fare: fedele a Howey, meno prevedibile della solita atomica e capace di reinterpretare a posteriori ogni inquadratura della terra desolata vista finora. Il limite è nella consegna. La verità arriva quasi tutta dalla bocca di Stensen, in un lungo blocco esplicativo che sacrifica la tensione all’informazione, un difetto che Silo aveva sin qui già evidenziato in altri punti. A tenere in piedi la puntata pensano la convergenza delle due linee temporali e la corsa parallela di Juliette, che restituiscono al racconto lo slancio necessario per affrontare il finale. La vera prova, ora, è chiudere all’altezza del mistero che la serie ha costruito con tanta pazienza. Su questo, gli ultimi due episodi non ammettono errori.












