Quando Ridley Scott chiuse le porte del Nostromo, nel 1979, non chiuse soltanto un film: chiuse un’epoca. Uscito negli Stati Uniti il 10 luglio 1981, appena due anni dopo, un altro tassello avrebbe consolidato quella frattura. Gli anni Ottanta segnano una cesura netta nella storia del cinema di fantascienza, un decennio in cui una nuova generazione di autori, tra cui John Carpenter, Ridley Scott, James Cameron e David Cronenberg, riscrive le regole del genere.
Se il vero spartiacque tra la fantascienza delle origini e quella moderna resta “2001: Odissea nello spazio” (1968), è “Alien” a segnare il confine tra il cinema degli anni Settanta e quello del decennio successivo: chiude simbolicamente una stagione e inaugura un immaginario oscuro e tecnologicamente inquieto. La fantascienza si fa più notturna, violenta e pessimista, segnata dalla fine delle utopie. Le metropoli del futuro sono degradate, iper-controllate, stratificate; i corpi diventano modificabili e ibridati con le macchine; e la tecnologia appare sempre più come foriera di morte e barbarie. Il futuro non è più una promessa di emancipazione, ma un ambiente ostile nel quale sopravvivere.
È anche una forma di rivolta contro l’intrattenimento puro, quasi una risposta polemica alle space opera come “Star Wars”. Una rivolta che, però, usa gli stessi strumenti dell’intrattenimento: action, ritmo serrato, iconicità visiva. Ecco sedici titoli per attraversare quel decennio.

“1997: Fuga da New York” – John Carpenter (1981)
Carpenter rilegge i B-movie dei decenni precedenti con uno sguardo personale e firma una delle sue opere più allucinate, a metà strada tra fantapolitica e fumetto. Il film consacra uno degli antieroi più irriverenti e iconici della storia del cinema: Jena, o Snake nella versione originale, Plissken, uno dei personaggi più memorabili interpretati da Kurt Russell. La New York degradata non è migliore del resto del mondo, e Plissken non è il classico buono, ma un antieroe disilluso che cerca soprattutto di salvare sé stesso.
“Scanners” – David Cronenberg (1981)
Pioniere del body horror, Cronenberg dissemina il decennio di opere memorabili. “Scanners”, incentrato sulla telepatia, ne accresce enormemente la fama, con scene entrate nella leggenda come la celebre testa che esplode. Il film si regge anche sull’interpretazione dei due protagonisti, Michael Ironside, divenuto poi un’icona del genere, e Stephen Lack, destinati a uno scontro finale sorprendente.
“Blade Runner” – Ridley Scott (1982)
Come “2001” e “Alien”, un film dopo il quale nulla sarà più come prima. Le immagini visionarie, la musica di Vangelis e l’immaginario cyberpunk annunciano qualcosa di totalmente nuovo. La Los Angeles buia e piovosa immaginata da Scott rappresenta perfettamente un futuro percepito come minaccia, in un mondo dove gli androidi sembrano avere più sentimenti di un’umanità ridotta a ingranaggio. Visivamente, il film più visionario del decennio.
“La cosa” – John Carpenter (1982)
Trattato all’epoca come un film di serie B, oggi è considerato un classico. Remake de “La cosa da un altro mondo” (1951) di Christian Nyby, è uno di quei rari casi in cui il rifacimento supera l’originale. La tensione cresce progressivamente, alimentata dall’isolamento in Antartide e dall’impossibilità di capire chi nasconda “la cosa”. Gli effetti artigianali di Rob Bottin restano notevoli ancora oggi.

“The Day After. Il giorno dopo” – Nicholas Meyer (1983)
Quando gli americani lo videro per la prima volta, fu uno shock collettivo. Persino il presidente Ronald Reagan dichiarò di essere rimasto sconvolto dal film. Prototipo delle pellicole sulla guerra nucleare, l’opera di Meyer si divide in tre parti: la normalità quotidiana, la distruzione improvvisa e il terrificante “dopo”. Non vuole intrattenere, ma ammonire su un futuro sempre a un passo dal realizzarsi. Tre anni più tardi, i sovietici avrebbero replicato con “Dead Man’s Letters”.
“La zona morta (The Dead Zone)” – David Cronenberg (1983)
Cronenberg si prende una pausa dagli incubi body horror per una visione distopica ispirata al romanzo omonimo di Stephen King. Johnny Smith, interpretato da Christopher Walken, si risveglia dal coma con il dono, o la condanna, della preveggenza, e comprende i piani folli di un novello Hitler americano, cui presta il volto Martin Sheen. A differenza di Plissken, Johnny sacrifica la propria vita per salvare l’umanità.
“Terminator” – James Cameron (1984)
Nell’ambito della fantascienza d’azione può essere considerato il film più rappresentativo del decennio. Cameron unisce azione, intrattenimento e riflessione sui pericoli della tecnologia, e trasforma Arnold Schwarzenegger nell’attore-icona dell’action anni Ottanta, insieme a Sylvester Stallone. L’estenuante sequenza finale resta uno dei vertici, ancora ineguagliati, del cinema d’azione.

“Orwell 1984 (Nineteen Eighty-Four)” – Michael Radford (1984)
Tra i capolavori meno celebrati del decennio, probabilmente la versione definitiva del romanzo di George Orwell. La fotografia, il rispetto dell’opera originale e l’interpretazione clamorosa di John Hurt restituiscono pienamente l’oppressione totalitaria immaginata dallo scrittore britannico. Il grigiore del mondo domina su tutto, e la scena della tortura finale è tra le più crude che il cinema del decennio abbia saputo immaginare.
“La terra silenziosa (The Quiet Earth)” – Geoff Murphy (1985)
Ispirato all’omonimo romanzo del neozelandese Craig Harrison, a sua volta debitore di “Io sono leggenda” di Richard Matheson. Zac Hobson, uno scienziato, si risveglia una mattina e scopre che ogni traccia di vita è scomparsa, ritrovandosi improvvisamente ad essere l’unico abitante della Terra. Il film riflette sull’inutilità della vita solitaria e sulla necessità dell’uomo di essere un animale sociale. Proprio l’ambiguità del finale, aperto a molteplici interpretazioni, rappresenta il suo punto di forza.
“Brazil” – Terry Gilliam (1985)
Bizzarro e grottesco oltre ogni limite, uno dei film più anomali del decennio. In un mondo distopico ispirato a Orwell si muovono personaggi improbabili, ingabbiati da una burocrazia che opprime le loro vite. Ricca di satira politica e humor nero, l’opera di Gilliam mostra l’inumanità della tecnologia e come i sistemi ipercomplessi possano generare eventi inarrestabili. L’unica libertà possibile resta l’immaginazione.
“La mosca” – David Cronenberg (1986)
Capolavoro del body horror, remake de “L’esperimento del dottor K.” (1958) di Kurt Neumann, tratto dal racconto di George Langelaan. È il film per eccellenza sulla mutazione: la tecnologia che supera la natura e condanna l’umanità. Lo scienziato Seth Brundle è un moderno Prometeo che paga con la vita la propria ambizione, in un legame ideale con la mitologia greca e con il “Frankenstein” di Mary Shelley.

“Aliens scontro finale” – James Cameron (1986)
Dopo il successo di “Terminator”, Cameron può chiedere quasi qualsiasi cosa a una major, e la differenza tra il primo “Alien” di Scott e il suo film sta proprio negli stili e nel budget. Dove Scott dominava con l’orrore claustrofobico dello spazio profondo, Cameron costruisce un action ad altissima tensione, un vero manuale di montaggio ed effetti speciali, trasformando la saga in uno dei più grandi cicli fantascientifici di sempre.
“Quell’ultimo giorno – Lettere di un uomo morto (Dead Man’s Letters)” – Konstantin Lopušanskij (1986)
Uno dei film più cupi e pessimisti del genere. Definito ingiustamente la risposta sovietica a “The Day After”, è in realtà un’opera persino più dura e drastica, dove il bianco e nero, talvolta virato al seppia o all’azzurro, rende la visione particolarmente disturbante.
I titoli citati nella premessa completano il quadro di un decennio irripetibile: “Videodrome” e “La mosca” per il body horror, “Mad Max”, “Essi vivono”, “L’implacabile”, tessere di un mosaico in cui il futuro ha smesso di essere una promessa per diventare, semplicemente, un luogo in cui provare a sopravvivere.












