Home NewsFulvio Lucisano, addio al produttore che ha scommesso sul cinema italiano per settant’anni

Fulvio Lucisano, addio al produttore che ha scommesso sul cinema italiano per settant’anni

Fondatore della Italian International Film, ha attraversato la storia del nostro cinema dal culto di Mario Bava all'esordio di Massimo Troisi. È morto a 98 anni.

by Mauro Terrone

Il produttore è la figura più invisibile del cinema e insieme la più decisiva: quello che mette i soldi, sceglie le storie, decide se un film si fa oppure resta un’idea in un cassetto. Fulvio Lucisano ha incarnato per settant’anni la versione italiana di questo mestiere, con una differenza che lo ha reso irripetibile. Il rischio, lui, lo correva davvero, spesso con il proprio denaro, e lo correva su terreni opposti: il cinema di genere e quello d’autore, la fantascienza di culto e la commedia popolare, l’esordiente sconosciuto e il maestro affermato.

Lucisano è morto a Roma il 18 agosto 2026, all’età di 98 anni, compiuti da poche settimane. La notizia è stata data dalle figlie Federica e Paola, entrambe produttrici, che da tempo guidavano le aziende di famiglia. Le cause della morte non sono state rese note. Con lui scompare, come hanno scritto in molti, l’ultimo dei grandi produttori che hanno fatto la storia del nostro cinema, e insieme un modo di intendere il mestiere che oggi è quasi impensabile.

Dai documentari all’Istituto Luce: la gavetta di un romano ostinato

Nato a Roma il 1° agosto 1928, laureato in Giurisprudenza alla Sapienza, Lucisano entra nel cinema dalla porta più umile e più formativa, quella del documentario. Alla fine degli anni Quaranta partecipa alla realizzazione di un documentario sul Giubileo, poi comincia a collaborare con l’Istituto Luce, per cui realizza cinegiornali pensati anche per il mercato dell’America Latina. Negli anni Cinquanta mette insieme circa trecento lavori documentaristici, una mole che gli insegna il lato industriale del mestiere prima ancora di quello artistico.

Nel 1955 produce il suo primo lungometraggio, I quattro del getto tonante. Ma la data che conta è il 1958, quando fonda la Italian International Film, la sigla che lo accompagnerà per il resto della vita e che diventerà una delle case di produzione e distribuzione indipendenti più longeve del cinema italiano. Il nome non era casuale: dichiarava un programma preciso, muoversi tra l’Italia e il mercato internazionale, importare ed esportare, produrre e distribuire.

Il coraggio del genere: Mario Bava, i gialli e il patto con l’America

Negli anni Sessanta Lucisano fa una cosa che i produttori più prudenti evitavano: scommette sul cinema di genere quando ancora era considerato materiale di serie B. Lega il suo nome a Mario Bava e produce titoli diventati oggetto di culto in tutto il mondo, da Terrore nello spazio a Le spie vengono dal semifreddo. Nel decennio successivo arriva un altro pilastro del giallo all’italiana, Cosa avete fatto a Solange?, e la fantascienza convive senza gerarchie con la commedia e il film in costume.

È in questa stagione che Lucisano stringe il rapporto che spiega meglio la sua idea di cinema. La Italian International Film diventa il ponte italiano della American International Pictures di Samuel Arkoff, coproducendo per il mercato statunitense una serie di film di genere. Quella parola, International, nel nome della sua casa non era retorica: era la traduzione di un metodo, portare in Italia il gusto del cinema popolare americano e spedire oltreoceano il talento artigianale italiano. Un produttore che pensava già in termini di mercati globali quando la parola stessa non si usava.

Da Troisi a Sordi: quando il produttore diventa scopritore

La misura più vera del coraggio di un produttore non è il denaro che mette su un nome sicuro, ma quello che rischia su un nome che nessuno conosce. Qui Lucisano ha avuto un fiuto che i necrologi hanno definito quasi oracolare, e a ragione. Nel 1981 produce Ricomincio da tre, l’esordio alla regia di Massimo Troisi: un comico napoletano che diventa in un colpo solo un autore, un incasso e un pezzo di immaginario collettivo. Scommettere su Troisi regista, all’epoca, era tutt’altro che scontato.

Lo stesso vale per il rapporto con Alberto Sordi, per cui produce Il tassinaro, e per la capacità di attraversare i registi più diversi senza mai schiacciarli sotto una linea di produzione unica. Passano dalla Italian International Film Mauro Bolognini con Per le antiche scale, Lina Wertmüller con Ninfa plebea, Francesca Archibugi con Il grande cocomero, che vale a Lucisano uno dei suoi David di Donatello. Il cinema d’autore e quello popolare, nel suo catalogo, non sono due scaffali separati: sono lo stesso investimento, letto con lo stesso metro imprenditoriale.

Fantozzi e il fiuto per il pubblico

Nessun ritratto di Lucisano regge senza la commedia popolare, il territorio in cui il suo intuito sul gusto degli italiani si è espresso al massimo. La Italian International Film è dietro capitoli della saga di Fantozzi, a partire da Fantozzi – Il ritorno, e contribuisce a rendere celebri comici destinati a entrare nella memoria di più generazioni. Anni dopo, con Notte prima degli esami, Lucisano intercetta un’altra corda profondamente italiana, quella della nostalgia generazionale, e la trasforma in un piccolo fenomeno di costume che genererà a sua volta seguiti e imitazioni.

Il punto non è mai stato il singolo incasso, ma la costanza. Per decenni Lucisano ha capito cosa il pubblico italiano fosse pronto a vedere, spesso con un anticipo che i numeri hanno poi confermato. Un talento che non si insegna e che nel cinema industriale vale quanto il talento di un regista.

La seconda vita: televisione, multisala e la dinastia Lucisano

Un produttore che attraversa settant’anni deve reinventarsi più volte, e Lucisano lo ha fatto senza nostalgie. Già dagli anni Novanta, insieme ad Aurelio De Laurentiis, avvia lo sviluppo di una rete di multisala a Roma, entrando nel business dell’esercizio cinematografico. Dal 2004 la Italian International Film si apre in modo stabile alla produzione televisiva, un fronte su cui la casa resta attiva fino agli anni più recenti, con fiction di grande seguito e serie pensate anche per le piattaforme.

Il passaggio di testimone, del resto, era già avvenuto in casa. Le figlie Federica e Paola, entrambe produttrici, affiancano il padre da tempo alla guida delle aziende di famiglia, garantendo una continuità che nel cinema italiano ha pochi eguali. La Italian International Film non è mai stata soltanto l’impresa di un uomo: è diventata una dinastia, che oggi porta avanti quel catalogo e quel metodo.

Un catalogo che ha attraversato la storia del cinema italiano

Fare la somma della carriera di Lucisano significa maneggiare cifre imponenti: oltre centotrenta film prodotti attraverso la Italian International Film e diverse centinaia di titoli portati nelle sale italiane come distributore. A questo si aggiungono i riconoscimenti di un’intera vita: il titolo di Cavaliere del Lavoro, conferitogli nel 2007 dall’allora Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, il David di Donatello alla carriera ricevuto nel 2009 per i cinquant’anni di attività, l’omaggio che la Mostra di Venezia gli dedicò nel 2005. Fu anche presidente dell’ANICA, tra il 1998 e il 2001, segno di un ruolo che andava oltre i singoli film e toccava l’intera industria.

La cosa più impressionante è che Lucisano è rimasto in attività fino alla fine. Nel 2026, l’anno della sua morte, il suo nome compariva ancora tra i produttori di Notte prima degli esami 3.0 e dietro Alla festa della Rivoluzione di Arnaldo Catinari, presentato alla Festa del Cinema di Roma. Settant’anni dopo i primi documentari, era ancora dove aveva sempre voluto stare: dietro un film che stava per uscire. Il ministro della Cultura Alessandro Giuli lo ha ricordato come uno dei grandi artefici del nostro cinema, un uomo che ha fondato il proprio lavoro sulla passione, sull’intuito e sul coraggio. Difficile trovare parole più esatte per un produttore che, del coraggio, aveva fatto un mestiere.

Rimane il catalogo, che è la vera eredità di ogni produttore: decine di film che gli italiani hanno amato senza sapere chi li avesse resi possibili. Adesso lo sanno.

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