Un anello che corrompe chi lo indossa, una spada che aspetta il suo re, un labirinto dove un fauno mette alla prova una bambina. Il cinema fantasy vive di oggetti carichi di destino e di regole che nella nostra realtà non esistono. Eppure, chiedete a dieci spettatori cosa distingue il fantasy dalla fantascienza e almeno la metà si impantanerà. È l’equivoco più radicato del genere, e vale la pena scioglierlo subito, perché è proprio lì che si capisce cosa sia davvero il fantasy.
La linea che separa il fantasy dalla fantascienza
La distinzione non riguarda draghi contro astronavi, e nemmeno passato contro futuro. Riguarda il modo in cui l’impossibile viene giustificato. La fantascienza estende la logica del possibile: parte dalla scienza, o da una sua estrapolazione, e chiede allo spettatore di accettare che un giorno, forse, quella tecnologia esisterà davvero. Il fantasy fa l’opposto. Non cerca giustificazioni razionali: postula la magia come legge del mondo e chiede semplicemente di crederci. In Star Wars le astronavi e i robot sono l’ossatura visiva, ma la Forza, con i suoi cavalieri e il suo lato oscuro, è pura struttura fantasy travestita da spazio. Ecco perché la saga di George Lucas viene spesso citata come esempio di quanto i due generi possano contaminarsi, pur restando concettualmente distinti.
Il criterio più utile, allora, non è chiedersi da cosa dipende la storia, ma quale domanda pretende dallo spettatore. La fantascienza invita a chiedersi “come funziona?”, e una risposta, plausibile o cialtrona, la fornisce sempre. Il fantasy quella domanda non la ammette nemmeno: un mondo dove esistono elfi, incantesimi e profezie non ha bisogno di spiegarvi perché funziona così. Funziona e basta. È la sospensione dell’incredulità portata al suo grado più puro.

Dove nasce, e perché viene da lontano
Il fantasy cinematografico non si è inventato nulla: ha ereditato. Le sue radici affondano nel mito, nella fiaba, nel poema epico, nella tradizione cavalleresca. Molto prima che una cinepresa esistesse, l’umanità già raccontava di eroi che scendevano negli inferi, di oggetti magici e di mostri da abbattere. Il cinema ha semplicemente offerto a quelle storie un corpo visibile.
La grande consacrazione moderna del genere, però, ha un nome preciso, ed è letterario. J.R.R. Tolkien, con la sua opera, ha di fatto codificato il fantasy epico così come lo conosciamo: un mondo secondario coerente, con lingue, geografie e mitologie proprie. Da quella matrice discende buona parte dell’immaginario che oggi diamo per scontato. Non a caso, quando il cinema ha voluto dimostrare che il fantasy poteva reggere il peso del grande spettacolo adulto, è tornato proprio lì. La trilogia de Il Signore degli Anelli diretta da Peter Jackson resta lo spartiacque: prima e dopo. Ha dimostrato che un pubblico globale poteva prendere sul serio elfi e hobbit, e che il genere poteva competere per i premi più prestigiosi senza essere derubricato a intrattenimento per ragazzi.
Quel mondo, del resto, continua a espandersi. La produzione è ufficialmente iniziata su The Lord of the Rings: The Hunt for Gollum, con Andy Serkis che dirige il film oltre a riprendere il suo ruolo di Gollum, per un’uscita prevista a dicembre 2027. Il progetto riporta anche Ian McKellen nei panni di Gandalf ed Elijah Wood in quelli di Frodo, insieme a nuovi interpreti come Kate Winslet, Jamie Dornan, Leo Woodall e Anya Taylor-Joy. Boyens ha descritto The Hunt for Gollum come un “film ponte” e una storia delle origini di Gollum. Segno che, a oltre vent’anni dal primo film, la Terra di Mezzo resta il cuore pulsante del fantasy al cinema.
I tratti che rendono il fantasy riconoscibile
C’è una grammatica ricorrente, e riconoscerla aiuta a distinguere il genere anche quando si traveste. Il primo elemento è il mondo secondario, o comunque una realtà in cui il soprannaturale è ammesso come dato di fatto. Il secondo è la struttura del viaggio dell’eroe: un protagonista comune, spesso riluttante, chiamato a un compito più grande di lui. Frodo è l’archetipo perfetto, ma lo schema attraversa quasi tutto il genere.
Poi ci sono gli oggetti di potere, che concentrano il conflitto in una cosa tangibile: un anello, una spada, un amuleto. C’è la lotta manichea tra un bene e un male spesso incarnati, personificati in figure precise. E c’è la magia come sistema, con le sue regole interne che il film deve rispettare per non tradire il patto con lo spettatore.
Il fantasy, però, non è solo epica di battaglie. Ha una vena più intima e inquietante, quella del fantastico come specchio del reale. Il messicano Guillermo del Toro ha costruito qui una delle poetiche autoriali più riconoscibili del cinema contemporaneo. Il labirinto del fauno usa creature e prove magiche per raccontare l’orrore concreto della guerra civile spagnola, mentre La forma dell’acqua, che gli è valso l’Oscar come miglior film e miglior regia, trasfigura una favola in un manifesto sul diverso e sull’amore. Del Toro è l’autore che dimostra come il fantasy possa essere adulto, politico e profondamente personale.

Il fantasy e la questione italiana
Qui serve onestà. L’Italia non ha una tradizione di fantasy epico paragonabile a quella anglosassone: non è il terreno dove il genere, nella sua forma più codificata, ha dato i suoi frutti maggiori. La forza italiana sta piuttosto altrove, nel fantastico e nel fiabesco d’autore, un filone che ha attraversato la nostra storia del cinema con esiti alti.
Il nome che viene naturale è quello di Federico Fellini, il cui cinema onirico e visionario ha fatto del sogno e dell’immaginario una materia narrativa. E la nostra tradizione affonda nella fiaba popolare: non sorprende che, quando Matteo Garrone ha voluto misurarsi con il fantastico puro, sia partito proprio da lì con Il racconto dei racconti, ispirato all’opera secentesca di Giambattista Basile, mescolando orchi, streghe e re in un affresco cupo e sontuoso. È il fantasy italiano nella sua declinazione più autentica: non l’epica dei regni, ma la fiaba nera che viene dalla nostra cultura.
Al di là degli incassi e delle saghe, il fantasy resta il genere che meglio incarna il bisogno umano di dare forma all’invisibile. Trasforma le paure, i desideri e i dilemmi morali in draghi, anelli e viaggi. Non chiede di credere che quei mondi siano possibili, ma di riconoscere in essi qualcosa di vero su noi stessi. È questa la sua forza, e il motivo per cui, dai poemi antichi alle nuove uscite, continuiamo a tornare in quei regni impossibili.












