Home Curiosità‘Thriller’: al cinema tiene il fiato sospeso e dove finisce il confine con il giallo

‘Thriller’: al cinema tiene il fiato sospeso e dove finisce il confine con il giallo

Tensione, minaccia e tempo che stringe: cos'è davvero il thriller, come nasce e perché resta uno dei generi più amati e imitati del cinema.

by Redazione

Un uomo comune si ritrova dentro qualcosa più grande di lui, e da quel momento non può più fermarsi. È la scena madre del thriller, il genere che non ti chiede chi è il colpevole ma se il protagonista arriverà vivo all’ultima inquadratura. La domanda non è “chi”, è “come andrà a finire”, e soprattutto “quando succederà la cosa terribile che sappiamo sta per succedere”.

Qui sta il cuore del genere: il thriller lavora sulla suspense, cioè sulla tensione dell’attesa. Alfred Hitchcock, che di questo meccanismo è stato il grande teorico prima ancora che il grande regista, l’ha spiegato con l’esempio della bomba sotto il tavolo. Se scoppia all’improvviso, hai qualche secondo di sorpresa. Se invece lo spettatore sa che c’è, e i personaggi no, ogni battuta banale diventa insopportabile: sono minuti di angoscia. La sorpresa dura un attimo, la suspense può durare un film intero. È la differenza tra spaventare e tormentare, e il thriller sceglie sempre la seconda strada.

Da qui nasce il confine più discusso del cinema di genere, quello con il giallo e con il noir. Vale la pena tenerli separati, perché si somigliano ma non sono la stessa cosa. Il giallo, il whodunit di scuola anglosassone, è un enigma da risolvere: c’è un delitto, indizi seminati, un investigatore che ricompone il puzzle, e la posta in gioco è la verità. Il noir è prima di tutto un’atmosfera e una morale: ombre, pioggia, personaggi ambigui, un destino che stringe la sua morsa sul protagonista già segnato. Il thriller prende in prestito da entrambi ma sposta l’accento sulla pura tensione e sul pericolo imminente. Nel giallo ti chiedi chi ha ucciso; nel thriller temi chi ucciderà. Sono famiglie vicine, spesso lo stesso film abita più stanze contemporaneamente, e proprio per questo conviene non confonderle.

Le radici affondano nel cinema muto e nel feuilleton, ma è con il sonoro e con Hitchcock che il thriller trova la sua grammatica. Il regista britannico costruisce la figura destinata a diventare archetipo: l’innocente ingiustamente coinvolto, l’uomo qualunque catapultato in un incubo che non ha scelto. Lo si ritrova in film come “Intrigo internazionale”, dove un pubblicitario viene scambiato per una spia e inseguito attraverso l’America, fino alla celebre fuga nel campo aperto e all’arrampicata sul Monte Rushmore. In “La finestra sul cortile” Hitchcock chiude il protagonista in una stanza con una gamba ingessata e trasforma l’atto di guardare i vicini in un congegno di suspense purissima. E in “Psyco” spinge il patto con lo spettatore fino a uccidere la protagonista a metà film, ribaltando ogni aspettativa. Sono lezioni che il genere non ha mai smesso di studiare.

Da lì il thriller si è ramificato in molte specie. C’è il thriller psicologico, che sposta il campo di battaglia dentro la mente, tra manipolazione, paranoia e identità che vacillano, come ne “Il silenzio degli innocenti”, dove il duello verbale tra un’agente e un serial killer vale più di ogni inseguimento. C’è il thriller cospirativo e paranoico, cresciuto nel clima post Watergate, dove il nemico è un sistema invisibile e nessuno è al sicuro. C’è il thriller d’azione, che innesta la tensione su un motore adrenalinico. E c’è il legal thriller, il techno-thriller, il survival thriller: sottogeneri diversi tenuti insieme dallo stesso battito cardiaco.

L’Italia in questo panorama ha un capitolo tutto suo, e non minore. Il nostro Paese ha una tradizione forte grazie al giallo all’italiana e soprattutto al thriller di Dario Argento, che con “Profondo rosso” ha fuso indagine, orrore e una regia visionaria in un oggetto di culto studiato in tutto il mondo. È un filone, quello del thriller-horror italiano, che ha influenzato generazioni di autori anche oltre i confini nazionali. Ma il thriller nostrano non si esaurisce lì: registi come Sergio Rubini o Pupi Avati hanno declinato la tensione in chiave più intima e provinciale, radicandola nel paesaggio e nella famiglia italiana.

E il presente racconta un genere vivo e in movimento. Da noi il thriller continua a produrre titoli come “Gioco pericoloso”, thriller italiano del 2025 diretto da Lucio Pellegrini, con Adriano Giannini, Elodie, Eduardo Scarpetta ed Elena Lietti, uscito il 13 marzo 2025, ambientato nel mondo dell’arte contemporanea e girato tra Roma e la provincia di Latina. Sul fronte internazionale, ma con firma e produzione anche italiane, spicca “After the Hunt”, coproduzione USA-Italia del 2025 diretta da Luca Guadagnino, con Julia Roberts, Ayo Edebiri e Andrew Garfield, uscita in Italia il 16 ottobre 2025. È un dramma psicologico scritto da Nora Garrett in cui una professoressa universitaria si trova in un momento cruciale della sua vita quando una studentessa muove delle accuse verso un collega e un oscuro segreto del passato rischia di venire a galla: la prova che la tensione, oggi, passa sempre più spesso dai corpi feriti alle reputazioni in bilico.

E il genere non accenna a rallentare. Il 2026 si conferma un’annata ricca di thriller in sala e in arrivo, con titoli attesi come Disclosure Day, Verity e Wild Horse Nine, segno che il pubblico continua a cercare quella sensazione precisa: il fiato sospeso, il tempo che stringe, la certezza che qualcosa sta per accadere.

Perché in fondo il thriller conta proprio per questo. È il genere che mette in scena la nostra paura più moderna, quella di non avere il controllo, di essere una persona qualunque risucchiata da forze più grandi. Ci ricorda che la vera tensione non nasce da ciò che vediamo, ma da ciò che sappiamo sta per arrivare. E finché avremo bisogno di sentirci vivi restando seduti al buio, ci sarà sempre una bomba sotto il tavolo che continua a non esplodere.

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