Sul grande palco all’aperto di Piazza Grande, davanti a una platea enorme, Asia Argento si prende un riconoscimento che, a suo dire, non si aspettava. Il Locarno Film Festival celebra l’attrice, filmmaker e musicista italiana con il suo Life Achievement Award nell’ambito della 79ª edizione. La rassegna, che si tiene dal 5 al 15 agosto, le consegna il premio in Piazza Grande la sera del 13 agosto.
A motivare il riconoscimento è una carriera che ha sempre spinto oltre i confini del già visto. Giona A. Nazzaro, direttore artistico del festival svizzero, l’ha definita “un’artista che è sempre riuscita a reimmaginare cosa significhi fare cinema, mettendosi costantemente alla prova e assumendosi rischi personali.” Nazzaro ha aggiunto che, mossa da una vocazione creativa radicale con cui ha sondato i limiti e le possibilità del cinema sia come attrice sia come regista, Asia Argento incarna una vitalità, una generosità e un’inquietudine tra le rappresentazioni più vivide di tutto ciò che il cinema può ancora offrire.
Interrogata sull’onore ricevuto, Argento ha raccontato di esserne rimasta sorpresa e commossa fino alle lacrime, sottolineando come negli ultimi anni la sua vita abbia attraversato un grande cambiamento di energia. Ha ricordato di essere stata a volte criticata, in passato, per un lavoro considerato estremo, che superava i confini di ciò che ci si aspettava da una donna, come attrice e come regista, e ha descritto questo premio come un segnale che la conferma nella direzione giusta.
Il percorso che l’ha portata fin qui parte da lontano. Dopo il debutto sullo schermo da bambina nel cult di Lamberto Bava Demons 2 (1986) e il ruolo in Palombella rossa (1989) di Nanni Moretti, Asia Argento, tra le interpreti europee più distintive della sua generazione, ha costruito un corpus di lavoro singolare, fatto di generi molto amati, cinema d’autore e autoritratti intimi. Ha vinto due David di Donatello come miglior attrice, per Perdiamoci di vista (1994) di Carlo Verdone e per Compagna di viaggio (1996) di Peter Del Monte, ha recitato con il padre Dario Argento in Trauma (1993) e La sindrome di Stendhal (1996), e ha lavorato con registi come Patrice Chéreau, Abel Ferrara e Gus Van Sant.
A Locarno, oltre al premio, Argento porta anche il film che segna il suo momento più recente. Nel programma ufficiale del festival presenta Death Has No Master di Jorge Thielen Armand, in cui recita e che ha debuttato alla Quinzaine des cinéastes di Cannes all’inizio dell’anno. Il titolo spagnolo è La muerte no tiene dueño; si tratta di un thriller del 2026 scritto e diretto da Jorge Thielen Armand, coproduzione tra Venezuela, Canada, Italia e Lussemburgo.

La trama la vede protagonista in un ruolo tutt’altro che lineare. Caro, una donna venezuelana che vive in Italia dall’infanzia, torna nella sua terra d’origine con l’intenzione di vendere la grande ma cadente casa di campagna ereditata dal padre semi-sconosciuto. Trova un paese molto diverso e la casa ormai deteriorata, dove abitano l’ex cuoca di famiglia Sonia e suo figlio di dieci anni, che affittano stanze.
Argento ha spiegato di essere attratta proprio da personaggi di questo tipo, tormentati e complessi, con un peso da elaborare e molta sofferenza dentro. Ha raccontato che la lavorazione è stata dura e che il film, letto inizialmente come un dramma coloniale sulla storia di una famiglia, si è rivelato molto più di questo, virando verso il thriller psicologico e quasi paranormale.
Il punto più delicato, però, riguarda la natura del suo personaggio. Preparandosi durante il mese di prove trascorso in Venezuela nelle location insieme ai non attori, Argento ha ammesso di aver capito a un certo punto che il suo personaggio è una razzista, qualcuno che non le piacerebbe incontrare. Per interpretarla, ha detto, occorre comprenderla fino in fondo. Ha aggiunto di aver parlato a lungo con entrambe le parti, chi era andato via e si era ritrovato la casa occupata, portandosi dentro una rabbia di stampo coloniale, e chi invece quelle case le aveva occupate e ci viveva. Con le sue minacce latenti di violenza, le divisioni sociali e le lotte feroci per la terra e le risorse, Death Has No Master può essere letto come un’allegoria del Venezuela contemporaneo.
Il ritorno di Argento sulla scena internazionale passa anche da un altro fronte, quello della produzione. Si è unita come produttrice esecutiva al documentario d’esordio alla regia di Rosita Larocca, dal titolo Gia – The Shadow of Beauty, dedicato alla modella statunitense Gia Carangi (1960–1986). La coproduzione tra Stati Uniti e Italia sceglie di avvicinarsi a lei non come icona pop, ma come giovane donna alle prese con desiderio, abbandono e visibilità nella New York degli anni Ottanta.
A spingerla verso il progetto è stato un fascino di lunga data. Argento ha descritto Carangi come una ragazza molto intelligente, mai davvero interna al sistema dello spettacolo, segnata dalle sue battaglie con la dipendenza e dal fatto di essere lesbica in un’epoca in cui questo rappresentava un enorme tabù: temi, a suo dire, che offrono molto da esplorare.
Tra un premio alla carriera, un thriller girato in condizioni estreme in un’altra lingua e un documentario da produttrice, la serata di Piazza Grande fotografa una fase in cui Asia Argento sembra intenzionata a inseguire soprattutto le sfide che la tengono curiosa e vigile.












