Quando il cielo si oscura in pieno giorno, il cinema si trova davanti a un’immagine che raramente ha avuto bisogno di inventare. L’eclissi porta con sé un carico di significati già pronti: il presagio, il tempo sospeso, la sensazione che l’ordine naturale delle cose si sia incrinato per qualche minuto. Non stupisce che i registi l’abbiano cercata, a volte rincorrendola per davvero con la macchina da presa, altre piegandola a snodo di una storia. Oggi che una nuova eclissi torna a interessare il cielo italiano, vale la pena ripercorrere le volte in cui il sole si è spento sul grande schermo.
Piccolo avviso: da qui in avanti si entra nel merito di alcune trame, finali compresi.
Barabba e i due minuti di buio girati dal vero nel 1961
Il caso capostipite ha una data precisa, mercoledì 15 febbraio 1961, e un luogo altrettanto preciso, le campagne intorno a Roccastrada, in provincia di Grosseto. Quel giorno una fascia dell’Italia centrale attraversò la totalità di un’eclissi solare, e Richard Fleischer decise di piazzarci dentro la scena più importante del suo kolossal, la crocifissione di Barabba, prodotto da Dino De Laurentiis con Anthony Quinn, Silvana Mangano e Vittorio Gassman.
L’idea nasceva da un problema concreto. I Vangeli raccontano che il cielo si fece buio nel momento della morte di Cristo, e riprodurre quell’oscuramento con gli effetti ottici dell’epoca avrebbe significato accontentarsi di un risultato posticcio. Fleischer scelse la strada opposta, girare sotto un’eclissi autentica. La decisione fu presa con appena quarantotto ore di anticipo, un margine risibile per un film di quella portata. Il direttore della fotografia Aldo Tonti si trovò a lavorare al buio in tutti i sensi: spostò la macchina in modo che il sole finisse al centro dell’obiettivo, tolse i filtri, aprì completamente il diaframma e sperò che funzionasse. La troupe schierò oltre quaranta apparecchi per catturare la luce anomala del fenomeno, e i toscani più fortunati osservarono la totalità dalle 8.38 alle 8.40 del mattino. In quei due minuti scarsi entrò nella storia del cinema una delle prime riprese di un’eclissi reale.
Il risultato conserva ancora oggi qualcosa di inquietante, e non è soltanto il cielo che si spegne. È l’intera luce del paesaggio che cambia natura, una tonalità che nessun reparto effetti avrebbe saputo fabbricare. Vale la pena ricordare che Barabba non brilla per rigore storico, a partire dal Colosseo che compare al tempo di Nerone quando ancora non esisteva, ma quella scena resta un unicum: la cronaca astronomica e la finzione che coincidono per una manciata di minuti, senza rete.

L’onda lunga dell’eclissi del 1961 nel cinema e nel costume italiano
Quel fenomeno non finì di lavorare quando il sole tornò a splendere. La stessa eclissi del febbraio 1961 continuò a produrre effetti nella cultura italiana degli anni successivi, e il più illustre porta la firma di Michelangelo Antonioni.
L’eclisse, uscito nel 1962 con Alain Delon e Monica Vitti, non mostra mai un’eclissi vera e propria. Ne trae il titolo e, soprattutto, l’idea. Il film chiude la trilogia dell’incomunicabilità e usa la metafora astronomica per parlare di un sentimento che si oscura, di un incontro tra due persone che sfuma nel nulla del celebre finale, dove i protagonisti non si presentano più all’appuntamento e la macchina da presa resta a filmare gli angoli di strada che li avevano visti insieme. L’eclissi diventa qui un’immagine mentale, la sottrazione improvvisa di qualcosa che dava luce. È un uso agli antipodi rispetto a quello di Fleischer, e insieme raccontano i due poli tra cui il cinema oscilla ogni volta che affronta questo soggetto, la ripresa dal vero e la figura simbolica. Il peso specifico di Antonioni in questa storia è tale da meritare, prima o poi, un approfondimento tutto suo nella rubrica dedicata ai maestri della regia .
La stessa eclissi lasciò tracce anche più leggere. Ispirò Mille bolle blu, e diede il là alla canzone che Mina incise nel 1962, Eclisse Twist, dove l’evento celeste diventava pretesto per un ballo alla moda. Un fenomeno naturale osservato col naso all’insù da milioni di persone si trasformava così, nel giro di pochi mesi, in cinema d’autore, in musica leggera e in memoria collettiva.
Quando l’eclissi spezza un incantesimo, il caso Ladyhawke
Dal realismo si passa alla fiaba con uno dei titoli più amati del fantasy anni Ottanta, Ladyhawke di Richard Donner, del 1985. La storia è quella di due amanti separati da una maledizione crudele: Isabeau si trasforma in falco durante il giorno, Etienne Navarre in lupo durante la notte, e i due possono incontrarsi in forma umana solo per l’istante fugace dell’alba e del tramonto, senza mai potersi toccare.
L’unica via di uscita è un evento impossibile, un giorno senza notte e una notte senza giorno. Quel giorno arriva sotto forma di eclissi solare, il momento in cui le due nature si confondono e la maledizione si dissolve, permettendo agli amanti di comparire finalmente insieme davanti al vescovo che li aveva condannati. Qui l’eclissi è puro meccanismo narrativo, la chiave che apre la serratura di tutto il racconto.
Per una testata italiana il film ha un fascino aggiuntivo, perché Ladyhawke fu girato interamente in Italia, tra le nostre rocche medievali, e porta la firma alla fotografia di Vittorio Storaro. Il lavoro sulla luce di un maestro come Storaro merita un rimando alla rubrica sui mestieri del cinema, perché proprio la gestione della luce fa la differenza tra un’eclissi da cartolina e un’eclissi che tocca lo spettatore.

L’eclissi come scena del delitto, L’ultima eclissi
Il titolo italiano nasconde l’originale, ma L’ultima eclissi del 1995 è la trasposizione firmata da Taylor Hackford del romanzo di Stephen King Dolores Claiborne. Kathy Bates, reduce dal trionfo di Misery non deve morire, veste i panni di una domestica sospettata di aver ucciso la propria anziana datrice di lavoro, e attorno a lei si riapre un vecchio mistero mai chiarito, la morte del marito avvenuta anni prima.
Il perno di quel passato è proprio un’eclissi. È durante l’oscuramento del sole che si consuma l’evento decisivo del film, quello che ha segnato per sempre il rapporto tra Dolores e la figlia Selena. Hackford e il suo reparto fotografia costruiscono la sequenza come un contrasto visivo netto: il presente reso in tonalità grigie e spente, il passato dell’eclissi vibrante e carico. L’oscurità del cielo diventa la copertura sotto cui accade l’indicibile, e insieme lo spartiacque che divide un prima da un dopo. Non un ornamento, ma il cuore emotivo della vicenda.
Il sole spento come condanna e come salvezza, da Pitch Black ad Apocalypto
Nel cinema di genere l’eclissi assume spesso i tratti del punto di non ritorno, il momento in cui la situazione precipita.
Lo mostra bene Pitch Black, l’esordio alla regia di David Twohy del 2000 che lanciò Vin Diesel nei panni dell’antieroe Riddick. I sopravvissuti allo schianto di un’astronave si ritrovano su un pianeta illuminato da tre soli, dove la notte non esiste mai. Il sollievo dura poco, perché un’eclissi sta per calare l’oscurità su tutto e a tempo indefinito, liberando creature alate che si nutrono solo al buio. Qui l’eclissi è la minaccia stessa, l’interruttore che spegne l’unica difesa degli esseri umani e ribalta i rapporti di forza, rendendo l’assassino Riddick, capace di vedere nel buio, l’unica possibilità di salvezza.
Sei anni dopo, in Apocalypto, Mel Gibson ne fa l’uso opposto. Il giovane Zampa di Giaguaro, prigioniero destinato al sacrificio in cima a una piramide Maya, viene salvato all’ultimo istante proprio da un’eclissi che getta nel panico la folla e i sacerdoti. Il fenomeno celeste diventa la mano del destino che strappa il protagonista alla morte e mette in moto la lunga fuga nella foresta. Molti studiosi hanno criticato la scena, sostenendo che i sacerdoti Maya, astronomi finissimi, conoscevano benissimo le eclissi. Altri hanno però osservato che nel film quegli stessi sacerdoti sfruttano il fenomeno per intimorire il popolo, un uso del sapere astronomico come strumento di potere che rende la sequenza meno ingenua di quanto sembri. In un caso e nell’altro, l’eclissi è il deus ex machina che decide la sorte di un uomo.
Il buio in pieno giorno funziona bene sullo schermo
Messi in fila, questi film raccontano una costante. L’eclissi al cinema serve quasi sempre a segnare una soglia: la morte di Cristo in Barabba, la fine di un amore in Antonioni, la rottura di un incantesimo in Ladyhawke, un delitto in L’ultima eclissi, il rovesciamento della sopravvivenza in Pitch Black, la salvezza insperata in Apocalypto. Il buio che cala quando dovrebbe esserci luce è una delle poche immagini che lo spettatore percepisce istintivamente come sbagliata, e quindi carica di tensione, senza bisogno di spiegazioni.
Vale anche una considerazione sul mestiere. L’eclissi è una prova durissima per chi sta dietro la macchina da presa, perché costringe a gestire una luce che cambia rapidamente e che nessun faro può replicare del tutto. Non è un caso che i risultati più memorabili portino le firme di direttori della fotografia di razza, da Aldo Tonti che improvvisò nel 1961 fino a Vittorio Storaro. Il fenomeno che per due minuti spegne il sole resta, a distanza di decenni, una delle sfide più affascinanti tra quelle che il cielo può regalare a un set. E ogni volta che torna un’eclissi, viene voglia di rivederlo accadere, anche solo sullo schermo.












