Home NewsAbruzzo, terra di set: da ‘Ladyhawke’ a ‘The American’

Abruzzo, terra di set: da ‘Ladyhawke’ a ‘The American’

L'inaugurazione di Abruzzimaginarium a L'Aquila è l'occasione per ripercorrere settant'anni di film girati tra Rocca Calascio, Campo Imperatore e il Gran Sasso.

by Valeria Bernardo

Il 3 settembre L’Aquila accende una nuova luce sulla propria vocazione culturale. Nel Parco del Cinema Teatro dell’Aquila apre Abruzzimaginarium, il parco esperienziale ideato da Manuele Morgese, direttore artistico del Cinema Teatro Zeta, inserito nel programma ufficiale di L’Aquila Capitale Italiana della Cultura 2026. Cinque cupole geodetiche interconnesse, un percorso immersivo di circa un’ora tra teatro, scienza, natura e cinema, con la collaborazione dei Laboratori Nazionali del Gran Sasso dell’INFN, del Parco Nazionale del Gran Sasso e Monti della Laga e della Abruzzo Film Commission. Tra quelle cupole ce n’è una che parla la nostra lingua: quella dedicata alla storia del cinema girato in Abruzzo. Ed è la scusa migliore per raccontare una verità che i turisti scoprono spesso per caso e i cinefili conoscono da decenni. Questa regione è uno degli scenari più fotografati del cinema italiano, e non solo italiano.

Basta guardare un profilo di montagna, un castello sospeso tra le nuvole, un altopiano che pare la fine del mondo, e la memoria corre a un film. Perché l’Abruzzo, molto prima di diventare esperienza da parco tematico, è stato per settant’anni un immenso scenario naturale a cielo aperto.

Una cupola per il cinema dentro Abruzzimaginarium

Il progetto di Morgese conduce il visitatore attraverso cinque ambienti tematici: la tradizione teatrale regionale, la storia del cinema girato in Abruzzo, la Cupola delle Scienze con il suo moderno planetario, l’Abruzzo in miniatura con i monumenti simbolo riprodotti in scala, e la Piccola Casa delle Farfalle dedicata alla biodiversità. Scenografie teatrali, materiali storici, proiettori d’epoca, installazioni multimediali: il patrimonio materiale e immateriale della regione trasformato in racconto da attraversare a piedi.

La cupola cinematografica non parte da zero. Racconta una storia già scritta sui set di mezzo secolo, quella di un territorio che registi italiani e stranieri hanno usato come fondale ricorrente per epoche e generi lontanissimi tra loro. Il Medioevo delle fiabe fantastiche, la frontiera immaginaria della grande letteratura, la solitudine del thriller contemporaneo. Tutto è passato di qui.

Rocca Calascio, il castello che il cinema ha reso leggenda

Se un solo luogo abruzzese merita il titolo di attore protagonista, è Rocca Calascio. Il castello più alto d’Italia, a millequattrocento metri, con la sua sagoma isolata sul crinale e la piccola chiesa di Santa Maria della Pietà poco distante, è diventato negrli anni un set di riferimento per chiunque cerchi il Medioevo senza costruirlo.

L’immagine che l’ha consegnato all’immaginario collettivo è quella di Ladyhawke, la fiaba del 1985 diretta da Richard Donner con Michelle Pfeiffer, Rutger Hauer e Matthew Broderick. Le riprese abruzzesi toccarono Rocca Calascio, Campo Imperatore e Castel del Monte, e da allora per molti quel castello è semplicemente il castello di Ladyhawke. Nel film la Rocca faceva da rifugio all’eremita interpretato da Leo McKern, e la sua posizione irreale, sospesa tra terra e cielo, valeva più di qualunque effetto speciale dell’epoca.

Non fu un episodio isolato. Poco dopo, nel 1986, Jean-Jacques Annaud portò tra queste pietre parte de Il nome della rosa, la trasposizione del romanzo di Umberto Eco con Sean Connery, sfruttando l’asprezza dell’altopiano di Campo Imperatore e gli scorci di Rocca Calascio per dare corpo al suo monastero medievale. Prima ancora, la Rocca aveva fatto capolino nel cinema d’avventura internazionale con Krull di Peter Yates, del 1983, tra i cui interpreti figurava un giovane Liam Neeson, e persino nella commedia italiana: la celebre scena della crocifissione del Melandri in Amici miei atto II di Mario Monicelli, del 1982, fu girata proprio quassù. Un luogo capace di reggere il sacro, l’epico e la beffa toscana senza cambiare una pietra.

Campo Imperatore, lo scenario naturale del Gran Sasso

Se Rocca Calascio è il castello, Campo Imperatore è la pianura infinita, il deserto d’alta quota che il cinema ha usato come tela bianca. La chiamano il piccolo Tibet, e non serve immaginazione per capire perché registi in cerca di orizzonti sconfinati abbiano continuato a tornarci.

Qui Valerio Zurlini ambientò nel 1976 buona parte de Il deserto dei Tartari, dal romanzo di Dino Buzzati, con Vittorio Gassman e Philippe Noiret. La Fortezza Bastiani, l’avamposto ai confini del nulla dove il tenente Drogo consuma la vita in attesa di un nemico che non arriva, trovò nell’altopiano abruzzese il correlativo perfetto della propria vertigine esistenziale. Difficile pensare a un accordo più giusto tra un paesaggio e una pagina.

Campo Imperatore ha ospitato molto altro: le corse in automobile de Il nome della rosa, le ambientazioni bibliche di King David con Richard Gere nel 1985, e prima ancora il cinema popolare della coppia Bud Spencer e Terence Hill, che qui girò parte di Continuavano a chiamarlo Trinità nel 1971. Un altopiano democratico, capace di prestarsi al capolavoro d’autore e alla commedia più amata dal pubblico con la stessa naturalezza.

The American, quando George Clooney scelse Castel del Monte

Poco sotto Campo Imperatore, arroccato a milleseicento metri, sorge Castel del Monte, uno dei borghi più belli d’Italia. È qui che nel 2010 è arrivato uno dei titoli internazionali più recenti girati in regione: The American, diretto da Anton Corbijn e interpretato da George Clooney, con al fianco Violante Placido e Paolo Bonacelli.

La scelta ebbe anche un valore simbolico. Le riprese italiane si svolsero tra il settembre e il novembre del 2009, pochi mesi dopo il terremoto del 6 aprile che aveva ferito L’Aquila e il suo territorio, e la produzione trovò nei vicoli spopolati di Castel del Monte l’atmosfera sospesa che cercava. Corbijn ha raccontato di aver percepito quel borgo, fuori stagione, come un luogo quasi spettrale, l’ambiente ideale per la storia di un sicario in fuga, Jack, giunto in Italia per quello che spera sia il suo ultimo lavoro. Il film, tratto dal romanzo A Very Private Gentleman di Martin Booth, disseminò i suoi ciak anche a Sulmona, Calascio, Castelvecchio Calvisio e Campo Imperatore, componendo un ritratto dell’Abruzzo raccolto e severo, lontano dalle cartoline.

Che The American convinca o meno come storia di spionaggio, e la critica si divise, resta un fatto: uno dei divi più riconoscibili di Hollywood ha soggiornato per settimane in un paese di montagna abruzzese, portandone i paesaggi sugli schermi di tutto il mondo.

Quando il cinema è entrato nei laboratori del Gran Sasso

Ed eccoci al filo che chiude il cerchio con Abruzzimaginarium. Dentro la montagna del Gran Sasso non c’è soltanto natura: ci sono i Laboratori Nazionali dell’INFN, il più grande centro sotterraneo al mondo per la fisica delle particelle, partner scientifico del parco e supervisore della sua Cupola delle Scienze. Quegli stessi laboratori sono stati, nel 2005, il cuore di un film.

L’orizzonte degli eventi di Daniele Vicari, presentato alla Settimana internazionale della critica del Festival di Cannes, racconta la storia di Max, fisico nucleare interpretato da Valerio Mastandrea, che lavora a un esperimento nel ventre della montagna e cede alla tentazione di falsificare i dati della propria ricerca. Il titolo gioca sul concetto fisico dell’orizzonte degli eventi, la soglia oltre la quale nulla torna indietro, e usa la geografia del Gran Sasso come metafora vivente: sotto la roccia il mestiere più avanzato dell’umanità, sopra la montagna i pastori e la vita più antica del mondo. Il regista lo definì un’immagine sintetica della globalizzazione.

Non è un film unanimemente amato, e diverse recensioni ne segnalarono la sceneggiatura fragile e il simbolismo un po’ scoperto. Ma la scelta di ambientare una storia proprio là dentro, in un luogo di scienza reale che oggi ispira una delle cupole del parco, dice qualcosa di preciso sull’Abruzzo. Questo è un territorio dove il cinema non ha cercato solo il pittoresco, ma anche il pensiero.

Photo by Gianni Fiorito

Un Abruzzo di cinema che continua

La storia non si è fermata al secolo scorso. Nel 2021 Paolo Sorrentino ha girato alcune scene di È stata la mano di Dio tra Roccaraso e Castel di Sangro, riportando il grande cinema d’autore contemporaneo tra queste montagne. Nel 2024 Riccardo Milani ha ambientato Un mondo a parte, con Antonio Albanese e Virginia Raffaele, nel cuore del Parco Nazionale d’Abruzzo, tra Pescasseroli, Opi e i borghi della Marsica, regalando alla regione una nuova, affettuosa dichiarazione d’amore sul grande schermo.

È in questa continuità che Abruzzimaginarium trova il suo senso più profondo, almeno per chi guarda il mondo attraverso l’obiettivo di una macchina da presa. Il parco non inventa un legame tra l’Abruzzo e il cinema: lo mette in scena, lo rende attraversabile, lo consegna a un pubblico di famiglie e bambini che magari scoprirà solo lì, davanti a un proiettore d’epoca, che quel castello tra le nuvole visto in tanti film esiste davvero, e si può raggiungere a piedi.

L’inaugurazione del 3 settembre aprirà cinque giornate di spettacoli dedicati alle famiglie, dall’omaggio al mondo Disney di Spettacolo Spettacolare fino ai concerti sui grandi musical, ai laboratori per bambini e alla riproduzione in mattoncini della Basilica di Collemaggio. Ma per chi ama il cinema il richiamo più forte resta un altro: entrare in una cupola e ritrovarci, in scala, in immagini e in memoria, la stessa regione che per settant’anni ha detto sì alle macchine da presa di mezzo mondo.

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