Home CuriositàStar Wars, e se sui prequel avessimo avuto torto?

Star Wars, e se sui prequel avessimo avuto torto?

Derisi per vent'anni, i prequel di George Lucas sono tornati in auge quando la trilogia sequel ha mostrato cosa significa girare tre film di Star Wars senza uno straccio di piano d'insieme.

by Mauro Terrone

Per anni difendere i prequel di Star Wars è stato quasi imbarazzante. Usciti tra il 1999 e il 2005, i tre episodi diretti da George Lucas furono accolti da una parte del pubblico con fischi, sarcasmo e un senso di tradimento che ha segnato un’intera epoca di fandom. Eppure oggi qualcosa è cambiato: una generazione cresciuta con quei film li rivendica, la critica li riguarda con occhi meno feroci, e diversi progetti recenti sono tornati ad attingere proprio da lì. Vale allora la pena fare una domanda scomoda: e se su La minaccia fantasma, L’attacco dei cloni e La vendetta dei Sith fossimo stati semplicemente troppo severi?

Perché i prequel di Star Wars furono massacrati nel 1999

Per capire la rivalutazione bisogna ricordare da dove si parte. Nel 1999 La minaccia fantasma arrivava dopo sedici anni di attesa dall’ultimo film della saga, con aspettative gonfiate a livelli impossibili da soddisfare. Il pubblico voleva ritrovare la magia della trilogia originale e si trovò davanti qualcosa di diverso: un personaggio comico come Jar Jar Binks pensato per i più piccoli, lunghe sequenze dedicate a dispute commerciali e trattati galattici, dialoghi spesso legnosi soprattutto nelle scene sentimentali, e un uso della computer grafica allora nuovissimo ma a tratti invadente. La delusione fu enorme e si trasformò in anni di derisione. Alcune critiche erano fondate, ed è giusto riconoscerlo. Ma il tono con cui i prequel vennero condannati fu spesso più crudele di quanto meritassero.

La rivalutazione dei prequel e la generazione che ci è cresciuta

Il vento è cambiato per una ragione precisa: i bambini che nel 1999 avevano visto La minaccia fantasma come il loro primo Star Wars sono diventati adulti, e per loro quei film non erano un tradimento ma un ricordo fondante. Su internet la cultura dei meme ha trasformato battute un tempo derise in materiale affettuoso, e il fandom ha cominciato a distinguere i difetti reali dall’odio indiscriminato. Nel frattempo l’intera galassia produttiva ha ricominciato a pescare dai prequel: sono tornati attori come Ewan McGregor nei panni di Obi-Wan Kenobi e Hayden Christensen in quelli di Anakin, mentre serie molto apprezzate come Andor hanno ampliato luoghi e atmosfere nati proprio in quella trilogia, a partire dalla città-pianeta Coruscant. Ciò che vent’anni fa sembrava un errore da rimuovere è oggi una radice riconosciuta.

La trilogia sequel e il confronto che ha riabilitato i prequel

Ma il colpo che ha davvero riscattato i prequel non è arrivato dalla nostalgia, è arrivato dalla trilogia sequel. Tra il 2015 e il 2019, con Il risveglio della Forza, Gli ultimi Jedi e L’ascesa di Skywalker, il pubblico ha visto cosa succede quando tre film di Star Wars vengono girati senza un progetto comune, e il paragone è stato impietoso. I prequel, con tutti i loro difetti, erano una trilogia lineare: George Lucas sapeva dal primo minuto de La minaccia fantasma dove sarebbe finita la storia, e l’arco di Anakin dal bambino di Tatooine al Darth Vader de La vendetta dei Sith procede diritto, coerente, con un’idea di partenza e una di arrivo. La trilogia sequel non aveva niente di tutto questo. Tre film letteralmente scollegati tra loro, affidati a registi con visioni opposte che si sono passati il testimone smontando ogni volta quello che aveva costruito il precedente: misteri lanciati e poi buttati via, un antagonista eliminato in fretta per poi resuscitarne un altro dal nulla, personaggi trascinati avanti e indietro senza una direzione. Non una sceneggiatura d’insieme, ma tre puntate che si contraddicono a vicenda, con l’ultima costretta a fare retromarcia su quasi tutto per rappezzare il disastro. È stato allora che il pubblico ha capito il vero valore dei prequel: si potevano criticare i dialoghi, la CGI, perfino Jar Jar, ma quei film una spina dorsale ce l’avevano, e sapevano dove stavano andando. I sequel, con budget mostruosi e mezzi tecnici enormemente superiori, non sono stati capaci nemmeno di raccontare una storia che stesse in piedi da un film all’altro. Chi aveva massacrato i prequel per anni si è ritrovato a rimpiangerli, ed è la più grande rivincita che potessero avere.

Il vero valore: worldbuilding e la caduta di una democrazia

Al di là della nostalgia, i prequel hanno meriti concreti che il tempo ha reso più evidenti. Il primo è la costruzione del mondo. Dove la trilogia originale ci mostrava soprattutto deserti e basi militari, i prequel spalancano una galassia ricchissima di pianeti diversi e riconoscibili, dalla verdeggiante Naboo alla città infinita di Coruscant fino ai fiumi di lava di Mustafar. Il secondo merito, ancora più importante, è il tema politico. La trilogia originale raccontava una ribellione contro un impero già formato, i prequel raccontano qualcosa di più difficile e attuale: come una democrazia possa smontarsi da sola, come la paura e le emergenze permettano a un uomo solo di accentrare il potere fino a diventare dittatore. Vista oggi, la lenta agonia della Repubblica galattica ha una risonanza che nel 1999 in pochi seppero cogliere. E poi c’è il cuore tragico di tutto, la parabola di Anakin Skywalker, il ragazzo predestinato che diventa il mostro che tutti conosciamo. È una storia di caduta, e le storie di caduta, quando funzionano, restano.

Duel of the Fates e la mano di John Williams

Anche i detrattori più accaniti dei prequel concedono almeno una cosa: il duello finale de La minaccia fantasma, con Qui-Gon Jinn e Obi-Wan contro Darth Maul e la sua spada laser a doppia lama, è una delle sequenze migliori dell’intera saga. Merito della coreografia, affidata a professionisti che alzarono l’asticella dell’azione rispetto agli anni Settanta, ma soprattutto merito di John Williams. Il compositore, già artefice del suono della trilogia originale, firmò per i prequel nuovi temi memorabili, e Duel of the Fates, con il suo coro epico e minaccioso, è diventato uno dei brani più amati e riconoscibili della musica per il cinema. Quando la scrittura zoppicava, la musica di Williams teneva in piedi da sola intere scene, ricordando a tutti che dentro quei film c’era comunque grande cinema.

Cosa resta indifendibile, e perché non basta a condannarli

Difendere i prequel non significa fingere che siano perfetti. Alcuni dialoghi sentimentali de L’attacco dei cloni restano goffi, certe scelte di computer grafica sono invecchiate male, il ritmo in più punti si impantana, e Jar Jar Binks resta un’idea che non ha funzionato. Sono difetti veri, non vanno negati. Ma la domanda giusta è un’altra: questi limiti bastano a bollare un’intera trilogia come un fallimento imbarazzante? Onestamente no. Quando si toglie il rumore delle polemiche, restano tre film ambiziosi, ricchi di idee, con un disegno mitologico coerente e momenti di grande potenza. Si può ancora preferire la trilogia originale, ci mancherebbe. Ma liquidare i prequel come spazzatura è un giudizio che il tempo sta smontando pezzo per pezzo. Forse, semplicemente, non eravamo pronti a guardarli per quello che erano.

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