Il film più amato del cinema di avventura anni Ottanta nacque nel caos. Prima di diventare l’intrattenimento perfetto che conosciamo, Ritorno al futuro fu una sceneggiatura respinta dagli studi per anni, una produzione che sostituì il protagonista a riprese già iniziate e un cantiere in cui quasi nessuno, a un certo punto, avrebbe scommesso un dollaro. Che da tutto quel disordine sia uscito nel 1985 uno dei meccanismi narrativi più precisi mai portati sullo schermo è la vera magia del film di Robert Zemeckis, e il motivo per cui, a oltre quarant’anni di distanza, continua a funzionare come il primo giorno.

Una sceneggiatura respinta per anni prima del via libera
Robert Zemeckis e il suo socio di scrittura Bob Gale avevano in mano l’idea fin dai primi anni Ottanta, ma nessuno la voleva. Il copione di un adolescente che torna negli anni Cinquanta e rischia di impedire l’incontro tra i propri genitori venne rifiutato più e più volte, considerato troppo tenero da certi studi e non abbastanza spinto da altri. La svolta arrivò solo quando Zemeckis ottenne un successo commerciale con un altro film e trovò in Steven Spielberg, con la sua Amblin Entertainment, il produttore disposto a crederci. Universal diede il via libera alla fine del 1984. Vale la pena ricordarlo oggi che il film è un monumento: per anni Ritorno al futuro è stato un progetto che tutti scartavano.

Il ricast segreto di Eric Stoltz e l’arrivo di Michael J. Fox
La prima scelta per Marty McFly era sempre stata Michael J. Fox, ma l’attore era legato dal contratto con la sit-com Casa Keaton e non fu liberato. Zemeckis e Gale ripiegarono allora su Eric Stoltz, e cominciarono a girare. Dopo alcune settimane di riprese, però, il regista si convinse che Stoltz non fosse giusto per la parte, gli mancava la vena comica che il ruolo chiedeva. Seguì una delle decisioni più delicate nella storia recente di Hollywood: sostituire il protagonista a film già avviato, tenendo la cosa il più possibile segreta. Spielberg temeva che, se la notizia fosse trapelata come sintomo di una produzione in crisi, l’intero progetto sarebbe potuto crollare. Quando finalmente Casa Keaton concesse Fox, l’attore si trovò a vivere per mesi una doppia vita massacrante: girava la serie di giorno e Ritorno al futuro di notte, dormendo pochissime ore. Zemeckis stesso ha ricordato quel periodo come il più pesante e sfibrante della sua carriera. Alcune inquadrature girate con Stoltz, dove il volto non si riconosce, restarono perfino nel montaggio finale.

Marty McFly e Doc Brown, il cuore che tiene insieme tutto
Nonostante la genesi tormentata, sullo schermo non si avverte alcuna fatica, e il merito è soprattutto della coppia protagonista. Michael J. Fox rende Marty un ragazzo comune, simpatico proprio per le sue imperfezioni, mentre Christopher Lloyd trasforma Doc Emmett Brown in uno scienziato eccentrico che è impossibile non amare. La loro intesa scatta immediata e diventa il centro emotivo del film, la base su cui i due sequel avrebbero poi costruito. Attorno a loro ruota un cast azzeccato, da Lea Thompson e Crispin Glover nei panni dei genitori di Marty a Thomas F. Wilson nel ruolo del bullo Biff Tannen. E poi c’è la musica di Alan Silvestri, con quel tema orchestrale trionfale diventato sinonimo stesso di avventura, affiancato dalle canzoni pop dell’epoca come The Power of Love di Huey Lewis and the News. Un film che sulla carta era una scommessa suona, guardato oggi, come una macchina perfettamente oliata.

Un meccanismo a orologeria: perché la trama non sbaglia un colpo
La qualità che più distingue Ritorno al futuro dalla concorrenza è la precisione della scrittura. Zemeckis e Gale costruiscono una sceneggiatura in cui ogni dettaglio piantato nella prima parte torna utile nella seconda, ogni battuta apparentemente buttata lì si rivela un ingranaggio. La DeLorean lanciata a 88 miglia orarie, il rischio che Marty non venga mai al mondo perché ha alterato l’incontro dei suoi genitori, la corsa contro il tempo per rimettere le cose a posto: tutto si incastra con una logica limpida, comprensibile anche a chi il viaggio nel tempo non l’ha mai digerito al cinema. È un film che rispetta l’intelligenza dello spettatore senza mai rinunciare al divertimento, e questo equilibrio, così difficile da ottenere, è la ragione per cui viene studiato ancora oggi come modello di struttura narrativa.

Perché Ritorno al futuro non invecchia
La fantascienza spesso invecchia perché si lega troppo al futuro che immagina. Ritorno al futuro fa il contrario: guarda al passato, al 1955 visto con gli occhi del 1985, e costruisce sulla nostalgia una macchina delle emozioni che il tempo non intacca. Rivedendolo oggi, quello sguardo doppiamente retrò, degli anni Cinquanta filtrati dagli Ottanta, è diventato semplicemente senza tempo. Ma la vera ragione della sua tenuta è più semplice: è un film che regala gioia con un mestiere impeccabile, e la gioia ben costruita non passa mai di moda. Da progetto che nessuno voleva a classico che tutti citano, Ritorno al futuro è la prova migliore che a volte i film più perfetti nascono dalle produzioni più imperfette.












