Home Curiosità‘Happy Days’, molto più di una sitcom: un rito di passaggio

‘Happy Days’, molto più di una sitcom: un rito di passaggio

Dalla nostalgia degli anni Cinquanta al fenomeno Fonzie, dagli spin-off con Robin Williams al mito italiano: viaggio dentro la serie che ha definito l'immaginario di intere generazioni e ci ha perfino regalato un modo di dire.

by Mauro Terrone

Uno schiocco di dita, un pollice alzato e un “Ehi!” bastavano a mettere d’accordo un’intera generazione. Happy Days non è stata soltanto una serie televisiva di enorme successo, è stata un fenomeno di costume che ha attraversato l’oceano e ha segnato l’immaginario di milioni di ragazzi, in America come in Italia. Andata in onda negli Stati Uniti dal 1974 al 1984 per undici stagioni e 255 episodi, la creatura di Garry Marshall ha raccontato un’America che forse non è mai esistita davvero, e proprio per questo è entrata nel cuore di tutti. A oltre cinquant’anni dal suo debutto vale la pena raccontarla per intero, perché dietro l’apparente leggerezza di una sitcom si nasconde una delle operazioni culturali più riuscite della storia della televisione.

Le origini di Happy Days e la nostalgia degli anni Cinquanta

La serie non nacque dal nulla. Il primo seme fu un segmento della serie antologica Love, American Style, intitolato Love and the Television Set, andato in onda nel 1972 e già interpretato da alcuni futuri protagonisti, tra cui Ron Howard, Marion Ross e Anson Williams. A dare la spinta decisiva fu però il cinema: nel 1973 American Graffiti di George Lucas, con lo stesso Ron Howard nel cast, riportò di moda la nostalgia per gli anni Cinquanta e convinse la ABC a puntare su un progetto ambientato in quel decennio. Dietro l’idea c’era Garry Marshall, all’anagrafe Garry Kent Masciarelli, figlio di immigrati abruzzesi e uno dei più abili artigiani della commedia americana, che anni dopo avrebbe diretto anche successi cinematografici come Pretty Woman.

La scelta di ambientare la storia negli anni Cinquanta di Milwaukee non fu casuale. Gli anni Settanta furono un decennio difficile per gli Stati Uniti, segnato dalle ferite del Vietnam e da una diffusa perdita di innocenza. Happy Days offriva ai suoi spettatori un rifugio, un ritorno a un passato idealizzato fatto di jukebox, milkshake e rock and roll, dove i problemi si risolvevano in mezz’ora e il mondo sembrava un posto più semplice. La serie era, in un certo senso, una macchina della nostalgia già in partenza: un prodotto degli anni Settanta che rimpiangeva gli anni Cinquanta, e che oggi noi guardiamo con una nostalgia doppia, quella per l’epoca raccontata e quella per l’epoca in cui la guardavamo.

La famiglia Cunningham e Arnold’s, il modello del teen show

Al centro di tutto c’era la famiglia Cunningham, il ritratto di un’America media, onesta e rassicurante. Howard Cunningham, interpretato da Tom Bosley, gestiva un negozio di ferramenta, mentre la moglie Marion, a cui dava il volto Marion Ross, teneva insieme la casa con pazienza e buon senso. Attorno a loro ruotavano il figlio Richie, interpretato da un giovane Ron Howard destinato a diventare uno dei registi più importanti di Hollywood, e la sorella minore Joanie, interpretata da Erin Moran. Il gruppo di amici comprendeva i goffi e simpatici Potsie e Ralph Malph, e più avanti si aggiunse Chachi, interpretato da Scott Baio.

Il vero quartier generale della serie, però, era Arnold’s Drive-In, il locale dove i ragazzi si ritrovavano tra un jukebox e un hamburger, gestito prima da Arnold e poi da Al. Quel bar è diventato un modello, il prototipo del luogo di ritrovo adolescenziale che decine di serie successive avrebbero copiato. Happy Days ha in pratica inventato la grammatica del teen show moderno: un gruppo di amici, una famiglia di riferimento, un posto dove incontrarsi. Chiunque abbia amato una serie per adolescenti nei decenni seguenti, senza saperlo, stava seguendo uno schema che partiva da Milwaukee.

Il fenomeno Fonzie: come un personaggio secondario si è preso la serie

La storia più affascinante di Happy Days è quella di Arthur Fonzarelli, detto Fonzie. Nato come personaggio secondario, un meccanico motociclista che doveva fare da contorno alle avventure di Richie, Fonzie si trasformò nel motore dell’intera serie grazie al carisma di Henry Winkler. Il successo fu tale che, a partire dalla terza stagione, il baricentro dello show si spostò progressivamente su di lui. Curiosamente, all’inizio la rete era diffidente verso il suo celebre giubbotto di pelle, temendo che desse al personaggio un’aria da teppista, e per un certo periodo Winkler poté indossarlo solo in presenza della sua motocicletta. Quel giubbotto sarebbe poi diventato talmente iconico da essere richiesto e conservato dallo Smithsonian, il museo nazionale di storia americana.

Fonzie fu il primo amore televisivo di un numero incalcolabile di spettatori, un’icona di stile con i suoi stivali a punta, la moto fiammante e quei tormentoni diventati leggendari. Henry Winkler vinse due Golden Globe e da quel ruolo nacque persino un’espressione, la cosiddetta sindrome di Fonzie, usata ancora oggi per indicare quel fenomeno per cui una figura pensata come secondaria finisce per diventare il personaggio più amato e imitato di una produzione. Pochi interpreti hanno mai rubato la scena come fece lui, e il bello è che Happy Days seppe cavalcare quel successo invece di subirlo, trasformando Fonzie nel cuore pulsante del suo mondo.

Happy Days e il salto dello squalo, la nascita di un modo di dire

Nessuna serie ha lasciato al linguaggio comune un’eredità curiosa come quella di Happy Days. Nella quinta stagione, in un episodio andato in onda negli Stati Uniti il 20 settembre 1977, Fonzie accetta una sfida e, indossando il suo inconfondibile giubbotto sopra il costume, salta con gli sci d’acqua sopra uno squalo. La scena, nata per mettere in mostra le reali capacità di sciatore di Winkler, venne considerata da molti eccessiva e fuori tono rispetto allo spirito della serie. Anni dopo, nel 1985, il futuro conduttore radiofonico Jon Hein coniò proprio a partire da quel momento l’espressione “saltare lo squalo”, jumping the shark, per indicare l’istante in cui una serie televisiva, a corto di idee, ricorre a trovate assurde e comincia inevitabilmente la sua discesa.

Va però fatta una precisazione onesta, perché la leggenda ha un po’ distorto i fatti. Nonostante quel salto sia diventato il simbolo del declino, Happy Days rimase in cima agli ascolti per diversi anni ancora, e lo stesso Winkler ha sempre rivendicato con orgoglio quella scena, ricordando che la serie continuò a essere un successo a lungo. Il salto dello squalo, insomma, è più un mito costruito a posteriori che un vero spartiacque qualitativo, ma resta uno dei rari casi in cui una singola scena televisiva ha regalato al mondo un modo di dire che si usa ancora, ben oltre i confini della televisione.

L’impero degli spin-off, da Laverne & Shirley a Robin Williams

Il successo di Happy Days fu tale da generare una vera e propria dinastia di serie derivate. La più importante fu Laverne & Shirley, nata nel 1976 dai personaggi di due ragazze già apparse nella serie madre come amiche di Richie e Fonzie. Interpretata da Cindy Williams e da Penny Marshall, sorella di Garry e futura regista di successo, andò avanti per otto stagioni e 178 episodi, arrivando in patria a superare in popolarità la serie che l’aveva generata. In Italia la sua sigla venne persino reincisa con la voce di Romina Power.

Ancora più memorabile, almeno per il pubblico italiano, fu Mork & Mindy. Il personaggio di Mork, un buffo alieno proveniente dal pianeta Ork, comparve per la prima volta in un episodio di Happy Days, pensato in parte per cavalcare l’onda della fantascienza lanciata da Star Wars. L’attore che lo interpretava colpì a tal punto la produzione da ottenere una serie tutta sua, e quell’attore era un allora sconosciuto Robin Williams, per il quale Mork rappresentò il trampolino verso una delle carriere più straordinarie del cinema. A questi si aggiunsero altri spin-off come Jenny e Chachi, la breve Le ragazze di Blansky e perfino una serie animata dedicata a Fonzie. Happy Days non era più una serie, era una fabbrica di storie e di miti.

Happy Days in Italia, un fenomeno di costume

In Italia Happy Days arrivò presto e conquistò tutti, giovani e meno giovani, andando in onda per lunghi periodi sulla Rai e diventando parte del panorama televisivo di più generazioni. Fonzie, con il suo giubbotto e il suo pollice alzato, fu un idolo assoluto per i ragazzi italiani degli anni Settanta e Ottanta, un modello di stile e di sicurezza a cui ispirarsi. La serie fu talmente popolare che diede vita a episodi curiosi del nostro costume televisivo: già nel 1974, per sfruttarne il successo, un film in cui compariva Henry Winkler in giubbotto di pelle venne ribattezzato in Italia Happy Days – La banda dei fiori di pesco, e in quel cast recitava anche un giovanissimo e ancora sconosciuto Sylvester Stallone.

L’affetto degli italiani per la serie fu così duraturo che, quando la decima stagione rimase a lungo inedita nel nostro paese, venne finalmente doppiata soltanto nel 1999, per permettere la trasmissione integrale della sitcom su Canale 5 in occasione del venticinquesimo anniversario. Poche serie straniere possono vantare un legame così profondo e prolungato con il pubblico italiano, un rapporto che ha attraversato i decenni senza spegnersi.

Perché Happy Days è stato molto più di una sitcom

Ridurre Happy Days a una semplice commedia leggera sarebbe un errore. Quella serie ha inventato un modello narrativo, ha lanciato carriere destinate a fare la storia del cinema come quelle di Ron Howard e Robin Williams, ha creato in Fonzie una delle icone pop più riconoscibili di sempre e ha perfino regalato al linguaggio un modo di dire. Ma soprattutto ha rappresentato un rito di passaggio collettivo, un appuntamento che intere generazioni hanno condiviso davanti allo stesso schermo, imparando a riconoscersi in quei personaggi e in quel mondo rassicurante.

Il suo segreto, in fondo, era proprio la sua natura di rifugio nostalgico, una capacità di far sentire lo spettatore al sicuro che non è mai passata di moda. Oggi la guardiamo con la tenerezza di chi rivede la propria giovinezza, ma anche con la consapevolezza di trovarci davanti a un pezzo fondamentale della cultura popolare del Novecento. Happy Days non ha soltanto raccontato dei giorni felici, li ha creati per milioni di persone, e questo è il motivo per cui, a distanza di mezzo secolo, il suono di quel jukebox continua a farci sorridere.

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