Ridley Scott ambientò Blade Runner in una Los Angeles del novembre 2019. Quel futuro lo abbiamo ormai attraversato e superato, eppure il film uscito nel 1982 continua a somigliare al nostro presente molto più di gran parte della fantascienza arrivata dopo. Non per le automobili volanti, che non abbiamo, ma per le domande che mette sul tavolo: cosa ci rende umani, chi possiede la tecnologia che ci definisce, dove finisce la persona e comincia il prodotto. A oltre quarant’anni di distanza, il primo film di fantascienza ad alto budget di Scott dopo Alien resta un caso più unico che raro, un lavoro che nel 1982 il pubblico capì solo a metà e che il tempo ha promosso a classico assoluto.
Un futuro ambientato nel 2019, e già alle nostre spalle
La forza di Blade Runner non è mai stata la profezia tecnologica letterale. Nel 2019 immaginato da Scott piove sempre, i grattacieli industriali sputano fiamme, giganteschi schermi pubblicitari illuminano una città sovraffollata e multietnica dove convivono lingue diverse. Molto di quel paesaggio non è arrivato, e per fortuna. Quello che invece è arrivato è il clima emotivo: una realtà dominata da poche corporation enormi, una tecnologia che imita l’essere umano al punto da confondersi con lui, una natura ormai artificiale in cui perfino gli animali sono repliche. Guardato oggi, Blade Runner non racconta il 2019 che non c’è stato, racconta le paure con cui conviviamo adesso.

L’empatia come unico confine tra uomo e replicante
Tratto in modo molto libero dal romanzo di Philip K. Dick “Do Androids Dream of Electric Sheep?”, il film mette Rick Deckard, interpretato da Harrison Ford, sulle tracce di quattro replicanti fuggiti: Roy Batty a cui Rutger Hauer regala il volto più memorabile del film, Pris interpretata da Daryl Hannah, Leon con il volto di Brion James e Zhora con quello di Joanna Cassidy. I replicanti sono esseri artificiali più forti e più intelligenti degli umani, distinguibili solo da un test che misura le reazioni empatiche. Il paradosso su cui Scott costruisce tutto è che, film durante, sono proprio gli androidi a mostrare più desiderio di vivere, più paura della morte, più attaccamento ai propri ricordi di gran parte degli umani in scena. Quando Roy Batty pronuncia il suo monologo finale sotto la pioggia, la fantascienza smette di essere intrattenimento e diventa qualcosa di più grande. La domanda non è più se i replicanti siano vivi, ma se noi meritiamo di esserlo più di loro.

Deckard è un replicante? La domanda che Ridley Scott non ha mai chiuso
Nessun dettaglio di Blade Runner ha alimentato discussioni quanto la vera natura di Deckard. Nella versione uscita nelle sale americane nel giugno 1982 il cacciatore di replicanti sembra un uomo come tutti, con tanto di voce narrante e finale rassicurante imposti dalla produzione. Ma nel Director’s Cut del 1992 Scott elimina quella voce fuori campo, taglia il lieto fine e reinserisce una breve sequenza in cui Deckard sogna un unicorno. Quel sogno, messo in relazione con l’origami a forma di unicorno che il poliziotto Gaff lascia sul suo pianerottolo, suggerisce che qualcuno conoscesse i sogni di Deckard, esattamente come si conoscono i ricordi impiantati di un replicante. Scott negli anni ha lasciato intendere la sua risposta, ma il film non la pronuncia mai ad alta voce, e questa ambiguità voluta è una delle ragioni per cui se ne discute ancora oggi.

Le sette versioni di Blade Runner, un film riscritto per venticinque anni
Pochi film esistono in tante forme diverse. Di Blade Runner circolano ben sette versioni: l’anteprima mostrata a San Diego nel 1982, la versione cinematografica statunitense, quella internazionale con qualche scena più violenta, il workprint provato con il pubblico di test, il montaggio televisivo del 1986 ripulito dalla censura, il Director’s Cut del 1992 e infine The Final Cut del 2007, l’unica su cui Scott ha avuto pieno controllo, uscita per il venticinquesimo anniversario. Non si tratta di semplici ritocchi: cambiano il finale, la presenza della voce narrante, l’ambiguità su Deckard, il tono complessivo. Blade Runner è, nel senso più concreto, un film che ha continuato a cercare se stesso per un quarto di secolo, e conoscere quale versione si sta guardando fa parte del piacere.

La colonna sonora di Vangelis e un album fantasma durato dodici anni
Buona parte dell’incantesimo di Blade Runner sta nella musica di Vangelis, un tappeto elettronico malinconico che ha inventato un immaginario sonoro imitato per decenni. Il compositore greco arrivava dall’Oscar per Momenti di gloria e registrò la partitura di getto nel suo studio londinese, circondato da sintetizzatori. La colonna sonora ottenne una candidatura ai Golden Globe e ai BAFTA, eppure l’album ufficiale eseguito da Vangelis non uscì con il film: la sua pubblicazione slittò per oltre dieci anni, fino al 1994. Nel 1982, per colmare il vuoto, la Warner fece incidere una versione orchestrale dei temi principali alla New American Orchestra, che nulla aveva a che vedere con le registrazioni originali. Per anni i fan si passarono nastri non ufficiali pur di ascoltare la vera musica del film. È una delle vicende editoriali più assurde nella storia delle colonne sonore, e racconta bene quanto Blade Runner sia stato, fin dall’inizio, un’opera maltrattata da tutti tranne che dal tempo.

Perché Blade Runner parla al nostro presente
Il vero motivo per cui vale la pena tornare a Blade Runner oggi non è la nostalgia, è l’attualità. Un mondo dominato da corporation più potenti degli Stati, un’intelligenza artificiale che imita l’umano al punto da metterci a disagio, il dubbio su cosa sia autentico e cosa sia costruito: nel 1982 era fantascienza, nel 2026 è cronaca. Scott e i suoi sceneggiatori non hanno previsto il futuro, hanno fatto qualcosa di più difficile e più duraturo, hanno posto le domande giuste. Ecco perché un film che ambientava il domani in un 2019 ormai passato continua a sembrare girato adesso. Blade Runner non invecchia perché non parla del futuro, parla di noi.












