Alle Playas di Tijuana, dove il confine tra Messico e Stati Uniti si tuffa nell’oceano, due uomini si incontrano mentre le loro vite sono entrambe sospese. Da questo scenario nasce Tijuana, Todavía (Still, Tijuana), il film scritto e diretto da Gabriel Gutierrez Morales che debutterà in anteprima mondiale all’83ª Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia.
Il film arriva al Lido, dove la Mostra si terrà dal 2 al 12 settembre, attraverso una porta particolare, quella di Biennale College Cinema. Si tratta di un laboratorio di alta formazione lanciato dalla Biennale di Venezia nel 2012, aperto a registi di tutto il mondo e dedicato alla realizzazione di film a micro budget: ogni progetto selezionato riceve un sostegno alla produzione di 200.000 euro e ha circa un anno di tempo per completare l’intero percorso, dallo sviluppo fino alla presentazione alla Mostra. Per l’edizione 2026 i film scelti sono quattro, e Tijuana, Todavía, unico titolo latinoamericano del gruppo, è forse la scommessa più interessante, accanto a Demetra in esilio di Maria Giovanna Cicciari, Gu shi di Amie Song e Moonfish di Daniel Zvereff.
Al centro del film, che dura novantaquattro minuti, ci sono due solitudini che si cercano. Chava, interpretato da Humberto Busto, è un uomo vicino ai cinquant’anni che divide le sue giornate tra il lavoro nell’autolavaggio di famiglia e il canto in un coro di uomini gay, alle prese con l’atteggiamento machista del Messico settentrionale. Maksim, a cui dà il volto Petr Filimonov, è un giovane queer di San Pietroburgo fuggito dalla Russia per sottrarsi alla coscrizione per la guerra in Ucraina, ora in un rifugio di Playas de Tijuana mentre attende la risposta alla sua domanda d’asilo. I due si conoscono dietro gli alter ego di un’app di incontri, dove lo spazio digitale funziona come un’ancora emotiva prima ancora che come strumento. Quando la relazione esce dal virtuale, però, devono fare i conti con le ferite delle rispettive emarginazioni e con la realtà di un confine che divide tanto quanto i loro stessi desideri.

photo credits: Anais Monfort
A dare corpo a Chava e a spingere il progetto è Humberto Busto, attore messicano con oltre vent’anni di carriera tra cinema, televisione e teatro, noto al pubblico internazionale fin dai tempi di Amores Perros. Per lui Tijuana, Todavía segna il debutto come produttore di un lungometraggio, e le sue parole restituiscono l’urgenza che sente attorno al film. Busto lo descrive come un’opera che arriva in un momento cruciale, capace di parlare direttamente della situazione in Russia e delle conseguenze della migrazione delle persone queer verso Paesi come il Messico. Da filmmaker queer, aggiunge, la scelta è quella di reagire alle minacce rivolte alla propria comunità aprendo un dialogo, invece di subirle in silenzio.
La forza del progetto sta anche nello sguardo del suo autore. Gutierrez Morales è nato e cresciuto a Tijuana, e da immigrato queer conosce dall’interno una città che il cinema, spiega, ha quasi sempre raccontato in modo distorto, avvolgendola in una lente di violenza lontana dalla realtà. Il regista sceglie invece una prospettiva intima e personale, per restituire una Tijuana giovane e in continua trasformazione, crocevia di chi transita inseguendo il sogno americano. La storia, ammette, è profondamente autobiografica: si riconosce nel personaggio di Chava e ha ispirato quello di Maksim a una versione più giovane di sé, oltre che all’amico Anatoly Fedorov, fuggito da San Pietroburgo dopo lo scoppio della guerra. Ne nasce un cinema queer che prova a spostarsi oltre gli stereotipi e le narrazioni convenzionali del trauma, per raccontare la capacità umana di ritrovare un senso proprio nel punto in cui ci si è sgretolati.
In un’edizione della Mostra affollata di grandi nomi, Tijuana, Todavía è esattamente il tipo di titolo per cui vale la pena tenere gli occhi aperti: un’opera prima a basso budget, personale e politica insieme, nata da un percorso di formazione e capace di portare al Lido una storia che intreccia esilio, identità e desiderio. Il tipo di cinema che i festival esistono per far emergere.












