Home Film‘Sanguara’, al via le riprese del folk horror italiano

‘Sanguara’, al via le riprese del folk horror italiano

Dopo La figlia del bosco, Mattia Riccio torna alla regia con un horror atmosferico girato tra Monte Livata e Jenne: due studenti di antropologia sulle tracce di un'antica comunità etnica scomparsa, in un bosco che nasconde una presenza ancestrale.

by Mauro Terrone

Un bosco che non è soltanto uno sfondo, ma una presenza che osserva e opprime. Sono partite tra Monte Livata e Jenne, nel cuore del Parco Regionale dei Monti Simbruini, le riprese di Sanguara, il nuovo lungometraggio scritto e diretto da Mattia Riccio, un folk horror che punta a scavare nel lato più oscuro della natura e dell’animo umano.

Con Sanguara, Mattia Riccio arriva alla sua seconda prova dietro la macchina da presa dopo La figlia del bosco, e prosegue con coerenza il proprio percorso nel cinema di genere. La scelta è ancora quella del folk horror, ma declinata attraverso un immaginario profondamente italiano, dove leggende popolari, patrimonio naturale e radici culturali del territorio diventano materia narrativa. Le riprese si svolgono nell’arco di sedici giorni, con una troupe interamente composta da giovani professionisti under 35, una decisione che riflette lo spirito del progetto e la volontà di dare spazio a una nuova generazione di autori e tecnici.

Al centro c’è il viaggio di due studenti di antropologia che, spinti dal loro relatore, si spingono oltre i confini di una radura isolata per indagare sulla misteriosa scomparsa di un’antica comunità etrusca. Quella che nasce come una ricerca accademica si trasforma presto in una discesa in un territorio ostile, segnato da un passato oscuro e da una presenza che sembra aver contaminato ogni cosa. La paura, promette il regista, non nasce solo da ciò che si vede, ma dall’ambiguità morale dei personaggi e da un ambiente che diventa esso stesso protagonista, costante e opprimente.

Dietro l’atmosfera cruda e psicologica, Sanguara affronta temi dichiaratamente contemporanei: la regressione dell’uomo, la violenza, il rapporto sempre più fragile con la natura e il peso delle nostre radici culturali. «Con Sanguara volevo raccontare un horror che affondasse le proprie radici nella nostra terra, nelle sue leggende e nella sua memoria più antica», spiega Mattia Riccio. Per il regista il folk horror è uno strumento straordinario per parlare del nostro tempo, perché permette di affrontare la perdita di umanità e la frattura tra uomo e ambiente attraverso immagini potenti e simboliche, costruendo una tensione che nasce soprattutto da ciò che si percepisce, dalla sensazione che qualcosa di ancestrale stia osservando i protagonisti.

Le location del Parco Regionale dei Monti Simbruini, con i boschi di Monte Livata e gli scenari di Jenne, non sono un semplice fondale ma parte integrante del racconto. Radure isolate, alberi spogli, rocce e paesaggi selvaggi costruiscono un’atmosfera sospesa e inquietante, in cui il confine tra realtà, folklore e leggenda si assottiglia passo dopo passo. È una scelta che colloca Sanguara nella migliore tradizione del folk horror, quella in cui la geografia stessa diventa fonte di angoscia.

Con una sceneggiatura originale e una forte identità visiva, il film si presenta come un tentativo dichiarato di rinnovare il folk horror italiano, tenendo insieme tensione, ricerca estetica e riflessione sui grandi temi del presente. Prodotto da Roberto Gentile e Davide Lo Coco, che è anche tra gli interpreti insieme a Giorgia Palmucci, Daniel De Rossi e Alessandro Sardelli, Sanguara è atteso nelle sale nel corso del 2027.

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