Attenzione: questa recensione contiene spoiler sull’episodio 4 della prima stagione di Lucky.
Fino a questo momento Lucky era stata soprattutto una fuga elegante e adrenalinica. Con il quarto episodio, Troppo coinvolto per vederlo (Too Close to See It), la serie con Anya Taylor-Joy fa un salto di qualità e trova finalmente il suo cuore, concentrandosi sul rapporto tra Lucky e Cary e trasformando la corsa in qualcosa di profondamente emotivo. È, senza esitazioni, l’episodio migliore della stagione fin qui.
L’episodio si apre con un flashback: l’agente Rand avvicina Lucky per avvertirla che suo padre è in pericolo. Le spiega lo schema di Priscilla, che compra carburante all’ingrosso evadendo le tasse per poi rivenderlo a prezzo pieno, ma ammette di non avere prove concrete contro di lei e teme che a pagare sarà John, su cui gli indizi abbondano. Rand vuole solo Priscilla e chiede aiuto a Lucky, che accetta a una condizione: l’immunità piena sia per il padre sia per Cary.
Nel presente, Lucky e Cary si affrontano nella villa sul mare che lui ha affittato a La Jolla. Lei lo colpisce, ferendosi una mano, e gli grida in faccia di aver sperato che fosse morto, perché almeno così non l’avrebbe tradita. Mentre litigano, Rand chiama i rinforzi e si dirige verso la casa, e nello stesso momento Priscilla e il sicario Dutch puntano alla stessa destinazione.
È qui che Cary rivela la verità: Priscilla voleva uccidere Lucky. Un flashback mostra la donna, appena uscita di prigione, che ordina al figlio di riportare il denaro a Whittaker e di entrare nel giro di famiglia, scoprendo solo in quel momento che Cary e Lucky si sono sposati. Al rifiuto del figlio, innamorato e desideroso di una vita normale, Priscilla cala l’asso: è stata proprio Lucky ad aiutarla a finire in carcere, mentendogli per anni. E per costringerlo, ne minaccia la vita.

Tornati al presente, i due si dicono tutto: Cary si sente ingannato, Lucky ribatte di aver agito per proteggere entrambi da Priscilla, lui rovescia la colpa su John, che quel denaro l’aveva rubato per primo. Poi la confessione più dolorosa: Cary non era riuscito a consegnare i soldi alla madre. Stava per incontrarla in una tavola calda quando l’ha vista ridere con Dutch, e vedere quella leggerezza mentre lui si era appena giocato la vita ha spezzato qualcosa dentro di lui. Così è sparito con il denaro, depositandolo tra vari bancomat, cambiando auto e rifugiandosi a La Jolla, convinto che Priscilla avrebbe cercato lui, senza immaginare che avrebbe colpito Lucky.
Quando Lucky, indifferente alle spiegazioni, pretende la seed phrase per accedere ai soldi e lui si rifiuta, arriva l’irruzione dell’FBI. I due fuggono in auto, inseguiti da un elicottero e da una dozzina di volanti, poi proseguono a piedi. Ma Priscilla e Dutch li trovano. La donna offre al figlio il perdono, lui però sceglie di seguire Lucky. Nel nuovo inseguimento, tra la polizia e gli spari di Dutch, un colpo raggiunge l’auto, che si ribalta.
Lucky si risveglia tra le lamiere e trova Cary colpito, che perde sangue e conoscenza mentre lei lo implora di resistere. I soccorritori arrivano troppo tardi e ne constatano la morte, coprendolo con un lenzuolo. In disparte, Priscilla assiste alla scena, e Dutch la trattiene dall’avvicinarsi al corpo del figlio. È un finale che arriva come una lama, perché colpisce pochi istanti dopo che Lucky e Cary si erano finalmente ritrovati, riconoscendo il loro amore. E l’immagine di Priscilla, la madre che ha messo in moto tutta questa macchina e ora può solo guardarla divorare suo figlio, è di una crudeltà quasi insopportabile.
Ciò che rende questo episodio così efficace è il modo in cui è costruito. L’alternanza tra lo scontro nel presente e i flashback che ne svelano i retroscena è il vero motore del racconto: il montaggio distribuisce le rivelazioni con un tempismo perfetto, tenendo alta la tensione e insieme approfondendo la comprensione dei personaggi. Non è un semplice espediente, è il cuore pulsante della scrittura di questa puntata.

Il merito è però anche degli interpreti. Drew Starkey dà finalmente spessore a Cary, e la sua confessione ribalta la lettura del tradimento iniziale, trasformandolo da vigliaccheria in una scelta ferita e umanissima. Ci convince tanto quanto convince Lucky. Anya Taylor-Joy, dal canto suo, regge tutte le contraddizioni del personaggio, la fredda professionista e la donna travolta dal dolore, e nella scena della morte tocca corde che restano addosso. Se l’episodio funziona così bene sul piano emotivo, è perché due attori di questo livello riescono a far sentire ogni sfumatura del legame tra i loro personaggi.
C’è poi un aspetto che vale la pena sottolineare, perché è dove la serie dimostra maturità. La rivelazione che Lucky ha mentito a Cary e contribuito a far arrestare sua madre bilancia il tradimento di lui: nessuno dei due è del tutto vittima o del tutto colpevole. È il tipo di ambiguità morale che molte serie proclamano senza costruirla davvero, e che qui invece emerge in modo organico proprio grazie all’incastro dei flashback. L’unico piccolo appunto riguarda la rapidità con cui Lucky passa dalla freddezza al dolore, un salto che gli altri suoi comportamenti non preparano del tutto, ma la prova di Taylor-Joy è tale da farcelo perdonare senza fatica.
Troppo coinvolto per vederlo è un episodio scritto con precisione, montato con intelligenza e attraversato da una corrente emotiva che finora la serie aveva solo accennato. Chiude un cerchio, apre nuove domande e, soprattutto, ci fa tifare per due personaggi proprio nel momento in cui strappa via uno dei due. È esattamente il tipo di svolta che rilancia con forza la corsa verso il finale del 19 agosto, e ci lascia col fiato sospeso nell’attesa di scoprire come Lucky affronterà tutto questo.












