Matt Damon veste i panni di Odisseo nell’ultima fatica di Christopher Nolan, arrivata nelle sale il 16 luglio 2026 dopo mesi di teaser, foto di scena e un’attesa alimentata dal peso specifico del regista reduce dal trionfo di Oppenheimer. Il film è stato distribuito il 16 luglio 2026, con Matt Damon nei panni di Odisseo e Anne Hathaway in quelli di Penelope, mentre Tom Holland interpreta Telemaco, il figlio di Odisseo e Zendaya presta il volto alla dea Athena, la dea della saggezza. Nel cast, tra gli altri, compaiono anche Robert Pattinson, Charlize Theron e Lupita Nyong’o, in un ensemble corale che riflette l’ambizione produttiva del progetto.
Dietro la macchina da presa, come da consuetudine per Nolan, siede Ludwig Göransson, che con questo film consolida un sodalizio artistico ormai pluripremiato. Il compositore svedese arriva all’Odyssey da reduce di un anno straordinario: è il primo compositore a vincere tre volte l’Oscar per la miglior colonna sonora originale nel ventunesimo secolo, dopo i premi per Black Panther nel 2019 e Oppenheimer nel 2024, e a marzo 2026 ha aggiunto la terza statuetta grazie al lavoro su Sinners, il film di Ryan Coogler. Il secondo Oscar di Göransson era arrivato per un film di un altro suo frequente collaboratore, proprio Christopher Nolan, con Oppenheimer: un legame artistico che rende la sua presenza sull’Odyssey quasi scontata, e che alza inevitabilmente l’asticella delle aspettative.

Per questo nuovo capitolo, ambientato nella Grecia arcaica di Omero, Göransson ha scelto una strada radicale: abbandonare l’orchestra sinfonica tradizionale per costruire un paesaggio sonoro fatto di percussioni di bronzo, oggetti metallici, strumenti ricostruiti dell’antichità come l’aulo, il flauto a doppia canna che accompagnava i cori delle tragedie greche, e antiche cetre, il tutto mescolato a sintetizzatori e voci non massificate ma intime. Non è un caso isolato nella ricerca contemporanea: da anni studiosi come il classicista di Oxford Armand D’Angour lavorano alla ricostruzione della musica greca antica partendo da frammenti melodici sopravvissuti su papiro e pietra, restituendo suoni che non venivano ascoltati da duemila anni grazie a una ricerca collaborativa sulla ricostruzione di melodie, strumenti e ritmi. L’ambizione di Göransson sembra muoversi nella stessa direzione: evocare un mondo sonoro arcaico e mai sentito prima al cinema, evitando i cliché dell’epica hollywoodiana.
Il problema, secondo diverse voci critiche emerse all’uscita del film, è che l’operazione, per quanto meticolosa e sofisticata sul piano tecnico, non riesce a imprimersi nella memoria dello spettatore. Il mix del film tende a schiacciare la componente musicale sotto un pesante strato di sound design, tanto che in molte scene la partitura fatica letteralmente a farsi sentire. Ascoltata isolatamente, la colonna sonora rivela momenti di scrittura vocale convenzionale, specialmente nei passaggi più enfatici, dove percussioni imponenti riportano il discorso musicale verso sonorità già ampiamente battute, nonostante l’intenzione dichiarata di allontanarsene. Non mancano eccezioni riuscite, in particolare le sequenze delle Sirene e uno dei momenti dedicati a Calipso, dove la scrittura vocale trova un’audacia che altrove sembra mancare.

La critica più profonda riguarda però il legame tra musica e racconto. Nella traduzione di Emily Wilson che ha ispirato la sceneggiatura di Nolan, Odisseo viene descritto fin dal primo verso come un uomo complicato, attraversato da contraddizioni: un re che ha perduto potere, casa, moglie e identità, e che si ritrova solo davanti al mare. Se il film, secondo questa lettura, non approfondisse fino in fondo questa complessità interiore concentrandosi soprattutto sul lutto per i compagni caduti, la musica finirebbe per rispecchiare fedelmente questo limite: tecnicamente ineccepibile, ma incapace di restituire l’ambiguità morale del protagonista. Il risultato è una colonna sonora che serve il film senza però riuscire a elevarlo, un’opera artigianale di alto livello che rischia di dissolversi nella memoria collettiva tanto quanto, secondo alcune letture, rischia di farlo il film stesso.












