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Recensione: ‘House of the Dragon’ 3×05, la guerra che tarda ad arrivare

Il quinto episodio della terza stagione di House of the Dragon regala alcuni dei dialoghi più belli mai scritti per la serie. E però conferma il difetto che si trascina dalla stagione precedente: una guerra annunciata, promessa, apparecchiata, che continua a non cominciare mai.

by Mauro Terrone

Attenzione, questo articolo contiene spoiler sul quinto episodio della terza stagione di House of the Dragon.

Un tavolo imbandito, gli uomini seduti come per cenare, ma ognuno di loro sgozzato, gli occhi sbarrati nel vuoto, e sopra le loro teste una scritta tracciata col sangue: un banchetto per i traditori. È l’immagine più potente del quinto episodio della terza stagione di House of the Dragon, e insieme la metafora perfetta di dove si trova oggi la serie. Perché quella puntata, intitolata Unbowed and Unbent, è probabilmente la meglio scritta dell’intera annata, ricca di dialoghi magnifici e di personaggi che finalmente prendono vita. Eppure, chiuso l’episodio, resta la stessa identica sensazione che ci accompagna dalla seconda stagione: e la guerra? Quella vera, quella promessa fin dall’inizio, dov’è finita?

Un episodio splendido, e il paradosso è tutto qui

Va detto con chiarezza, perché sarebbe ingiusto negarlo: questa puntata è di altissimo livello. Lo scontro verbale tra il re menomato Aegon e il suo esasperato Larys Strong, che gli rovescia in faccia tutta la verità sulla sua mediocrità, è tra i momenti di scrittura più alti che la serie abbia mai raggiunto, degno dei monologhi di Viserys nella prima stagione. Larys, personaggio che per due stagioni era stato facile detestare, è diventato uno dei migliori dell’intero racconto. E lo stesso Aegon, viziato e arrogante, riesce paradossalmente a conquistare la simpatia dello spettatore proprio attraverso le sue umiliazioni.

Attorno a loro, l’episodio distribuisce meraviglie. C’è Aemond che a Harrenhal ritrova una figura materna nella strega Alys Rivers e combatte, per la prima volta, non per orgoglio ma per proteggere qualcuno. C’è Ser Criston Cole, ormai puro concentrato di risentimento, che trasforma la sua campagna militare in una marcia suicida verso una morte gloriosa. C’è la dolcissima Helaena che finalmente si oppone alla madre per difendere l’unica figlia che le resta. Ogni scena è curata, recitata benissimo, fotografata con la consueta magnificenza. Il problema non è la qualità. Il problema è la direzione.

La scacchiera che non diventa mai battaglia

Il tema portante di questo episodio è il risentimento, l’amarezza che divora quasi ogni personaggio. Ma il tema portante dell’intera stagione, ormai è evidente, è l’attesa. La serie continua a spostare pedine su una scacchiera, esattamente come fa Lord Ormund quando gioca a Cyvasse col giovane Daeron impartendogli lezioni di strategia. Ormund complotta, Aemond si riprende dalle ferite, Aegon si lamenta, Rhaenyra inciampa da un problema all’altro, Daemon insegue ambizioni troppo grandi. Tutti si preparano, tutti tramano, tutti annunciano. E la guerra, la Danza dei Draghi che dà il nome all’intera saga, resta sempre e comunque rimandata alla prossima puntata.

Il punto è che questo meccanismo non è nuovo. Già la seconda stagione era stata quasi interamente un lungo preparativo, un continuo apparecchiare la tavola senza mai servire la portata principale. Che anche la terza segua la stessa logica comincia a pesare, perché la pazienza dello spettatore non è infinita, e il patto implicito con chi guarda era un altro: dopo tanto attendere, il conflitto sarebbe finalmente esploso. Invece la serie sembra innamorata della sua stessa fase preparatoria, delle sue trame di corte, dei suoi tradimenti sussurrati, al punto da dimenticare che tutto questo dovrebbe condurre da qualche parte.

Il rischio di logorare la pazienza

Qui sta la scommessa che questa stagione deve vincere, e che finora non ha ancora vinto. Un grande episodio, da solo, non basta a giustificare l’attesa se quell’attesa non sfocia presto in qualcosa. La forza di Game of Thrones, la serie madre, stava anche nel ritmo con cui le sue battaglie e i suoi colpi di scena arrivavano a scandire le stagioni. House of the Dragon, invece, ha scelto la strada del lento avvelenamento, del complotto che matura nell’ombra, e per due stagioni e mezza ha chiesto fiducia allo spettatore promettendo che il pagamento sarebbe arrivato. Con soli otto episodi a stagione, come già la seconda, il margine per continuare a rimandare si è quasi esaurito.

La sensazione è che la serie sia arrivata al punto di non ritorno: o la guerra divampa davvero, con il fuoco e il sangue che il titolo promette, oppure il rischio è che tutta questa raffinata costruzione crolli sotto il peso della propria lentezza. Il finale dell’episodio, con Daemon che scopre il massacro dei Mantelli d’Oro, Criston Cole che marcia verso la fine e Alicent che sprofonda nel buio con la figlia, sembra finalmente annunciare che qualcosa sta per rompersi. Lo speriamo, perché il talento in questa serie non manca, ed è quasi frustrante vederlo impiegato a rimandare invece che a osare. La tavola è apparecchiata da troppo tempo. È ora di servire la portata, prima che gli ospiti si stanchino di aspettare e lascino la sala.

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