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Film come Inception: il cinema che entra nella mente

Inception ha portato al grande pubblico un'idea antica quanto affascinante: il cinema che si addentra nella mente umana. Ma il film di Nolan non era solo, né il primo. Ecco una mappa del sottogenere, quattro territori e dodici film che esplorano sogni, ricordi e i confini della realtà.

by Valeria Bernardo

Quando Christopher Nolan, con Inception, ci ha portati a scendere di sogno in sogno fino ai livelli più profondi dell’inconscio, molti hanno avuto la sensazione di trovarsi davanti a qualcosa di completamente nuovo. In realtà quel film, di cui ci siamo occupati nel nostro viaggio nella filmografia del regista, era l’erede di una lunga tradizione: il cinema che sceglie come ambientazione non un luogo fisico, ma la mente umana. È un sottogenere affascinante e ramificato, che attraversa il thriller, la fantascienza, il melodramma e l’animazione. Abbiamo provato a disegnarne una mappa, individuando quattro grandi territori e i film che meglio li abitano. Un itinerario per chi, dopo Inception, vuole continuare a perdersi tra i labirinti della coscienza.

Il sogno come territorio da esplorare

La prima regione è quella più vicina a Inception: film in cui il sogno diventa un vero e proprio luogo in cui entrare, muoversi, agire. Il capostipite più diretto è Paprika – Sognando un sogno, il capolavoro d’animazione di Satoshi Kon del 2006, in cui un dispositivo capace di registrare i sogni viene rubato, provocando lo sconfinamento dell’onirico nella realtà. Le sue immagini hanno anticipato con anni di anticipo molte suggestioni proprio di Inception, al punto che il confronto tra i due è quasi inevitabile.

Su un registro completamente diverso si muove Al di là dei sogni di Vincent Ward, del 1998, con un intenso Robin Williams. Qui la mente diventa aldilà: dopo la morte, il protagonista si risveglia in un paradiso che ha la consistenza fluida di un dipinto a olio, un paesaggio interiore plasmato dai suoi stessi ricordi e sentimenti. La resa visiva valse al film l’Oscar per gli effetti speciali. Chiude il territorio The Cell – La cellula di Tarsem Singh, del 2000, con Jennifer Lopez: una psicologa entra grazie a una tecnologia sperimentale nella mente di un serial killer in coma, in un tripudio barocco e allucinato che è il gemello visivo di Paprika.

Quando la tecnologia manipola percezione e memoria

La seconda regione raccoglie i film in cui una macchina permette di registrare, rivivere o cancellare l’esperienza soggettiva. Il più antico è Brainstorm – Generazione elettronica di Douglas Trumbull, del 1983, in cui un’invenzione consente di registrare le sensazioni di una persona e farle rivivere ad altri, fino alla vertigine di voler registrare l’esperienza stessa della morte. La stessa intuizione torna, più cupa e urbana, in Strange Days di Kathryn Bigelow, del 1995, dove si commerciano clip di percezioni altrui come una droga.

Ma il vertice di questo territorio è Se mi lasci ti cancello, titolo italiano dell’indimenticabile Eternal Sunshine of the Spotless Mind di Michel Gondry, del 2004, scritto da Charlie Kaufman. Qui la tecnologia non registra, ma cancella: due ex amanti si sottopongono a una procedura per rimuovere ogni ricordo l’uno dell’altra, e il film ci trascina dentro una mente che si sgretola in tempo reale, mentre il protagonista lotta per salvare almeno un frammento di ciò che sta perdendo. Forse il film più commovente dell’intero sottogenere.

Il dubbio sulla realtà

Il terzo territorio è il più inquietante: film in cui non sappiamo più cosa sia reale e cosa esista solo nella mente del protagonista. È il regno di David Cronenberg, che con eXistenZ, del 1999, ci immerge in un videogioco di realtà virtuale in cui i confini tra gioco e vita si dissolvono fino a smarrirsi del tutto. Allo stesso modo, Vanilla Sky di Cameron Crowe, del 2001, remake dello spagnolo Apri gli occhi di Alejandro Amenábar, intreccia sogno lucido e sospensione crionica fino a un finale che ridiscute tutto ciò che abbiamo visto.

In questo territorio rientra a pieno titolo anche uno dei tuoi film di partenza, Stay – Nel labirinto della mente di Marc Forster, del 2005, con Ewan McGregor e Naomi Watts. Un thriller psicologico costruito interamente sulla percezione distorta, in cui la realtà si piega, si ripete e si contraddice, come un labirinto senza uscita che esiste solo nella coscienza di chi lo attraversa. Sveleremo il meno possibile, perché è un film il cui senso si rivela solo alla fine.

L’io che si dissolve

L’ultima regione è la più filosofica e vertiginosa: film in cui a smarrirsi non è la realtà, ma l’identità stessa del protagonista. Il monumento del territorio è Synecdoche, New York, esordio alla regia di Charlie Kaufman del 2008, in cui un regista teatrale costruisce dentro un enorme capannone una riproduzione a grandezza naturale della propria vita, in un gioco di specchi tra arte ed esistenza che finisce per inghiottirlo. Un film labirintico e struggente sull’impossibilità di contenere sé stessi.

Più pop, ma costruito sullo stesso principio dei mondi mentali annidati uno dentro l’altro, è Sucker Punch di Zack Snyder, del 2011, in cui una ragazza rinchiusa in un istituto psichiatrico fugge dentro strati successivi di fantasia per sopravvivere al trauma. E infine, per i più coraggiosi, Il pasto nudo di David Cronenberg, del 1991, tratto da William Burroughs: un viaggio allucinato in cui droga e scrittura dissolvono ogni confine tra mente e mondo, tra ciò che accade e ciò che viene solo immaginato.

Una mappa in continua espansione

Quattro territori, dodici film, un’unica ossessione: l’idea che la frontiera più inesplorata non sia lo spazio profondo, ma i pochi centimetri che stanno dietro i nostri occhi. Inception ha avuto il merito di portare questa fascinazione al grande pubblico, ma come si vede non ha inventato nulla, ha semmai raccolto e rilanciato un’eredità ricchissima. E la mappa è tutt’altro che completa: ogni spettatore potrà aggiungere il proprio titolo del cuore, perché il cinema che entra nella mente è, per sua natura, un territorio senza confini definiti. L’unica certezza è che, una volta entrati, se ne esce sempre un po’ cambiati.

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