Immaginate di poter comprare la giovinezza a rate, o di doverla cedere per saldare un debito. È da questa idea vertiginosa che parte Paradise, il thriller di fantascienza tedesco che Boris Kunz ha diretto nel 2023, con Kostja Ullmann, Corinna Kirchhoff, Marlene Tanczik e Iris Berben nei ruoli principali. Il film ha celebrato la sua première mondiale sabato 24 giugno al Filmfest di Monaco ed è arrivato il 27 luglio 2023 in esclusiva su Netflix. Tre anni dopo, resta uno degli esperimenti distopici più disturbanti dell’intero catalogo.
La premessa colpisce dritto allo stomaco. In un futuro non troppo lontano, un metodo per trasferire anni di vita da una persona all’altra ha cambiato il mondo per sempre e ha trasformato la start-up biotech AEON in un colosso farmaceutico da miliardi. Il tempo, letteralmente, diventa moneta: l’azienda ha sviluppato un modo per trasferire gli anni da una persona all’altra e si presenta come un’impresa nobile, ricompensando economicamente chi dona anni e destinandoli a chi può beneficiarne di più per la società. Nella realtà, però, i poveri diventano più poveri e i ricchi ringiovaniscono.
Al centro della storia c’è Max, interpretato da Kostja Ullmann. Il film si concentra su Max, reclutatore per Aeon, e su sua moglie Elena, interpretata da Marlene Tanczik e Corinna Kirchhoff. La doppia interpretazione non è un dettaglio: la parte più agghiacciante del racconto sta proprio nel modo in cui il tempo perduto si materializza sul corpo.
Il punto di non ritorno arriva presto. Quando il loro appartamento va a fuoco e non riescono a ripagare il prestito, Elena è costretta a cedere 40 anni per saldare il debito. Non è una morte anticipata astratta: l’invecchiamento avviene sul serio, ed è per questo che due attrici interpretano la stessa donna a quarant’anni di distanza. Marlene Tanczik, nei panni della giovane Elena, e Corinna Kirchhoff, in quelli della Elena anziana, hanno avuto un compito insolito: hanno trascorso molto tempo insieme per riuscire a interpretare lo stesso personaggio a quarant’anni di distanza, perché nel film il processo di invecchiamento non è un cambiamento improvviso ma una transizione graduale.

A rendere il tutto ancora più sinistro è la destinazione di quegli anni. Gli anni di Elena vengono trasferiti a Sophie Theissen, interpretata da Iris Berben, la CEO di Aeon. È da qui che il film cambia pelle: sotto la guida della fondatrice Sophie Theissen, la start-up biotech Aeon è diventata un gruppo da miliardi, un’azienda che attraverso un intervento medico trasferisce anni di vita da persone giovani a chi è disposto a pagare, compensando economicamente i donatori.
Uno degli aspetti più interessanti di Paradise è il modo in cui inizialmente traveste l’orrore da utopia. All’inizio ci viene mostrato un mondo scintillante in cui, dato che la popolazione vive più a lungo, ci si dedica a risolvere i grandi problemi dell’umanità, come il riscaldamento globale. Attraverso gli occhi di Max, il mondo sembra essersi trasformato in un paradiso. È solo quando guardiamo oltre la facciata che Aeon mostra a tutti che ci rendiamo conto dello squilibrio e del fatto che questo paradiso futuristico è in realtà una società distopica per molti di coloro che ci vivono.
La traiettoria di Max è il vero cuore emotivo del racconto. All’inizio è un venditore entusiasta e convinto della missione dell’azienda, tanto da recarsi nei campi profughi a persuadere i più giovani a donare qualche anno in cambio di denaro. È quando la tragedia colpisce sua moglie che tutto vacilla. Vediamo come cambia il suo atteggiamento nei confronti di Aeon e del suo lavoro: passa da fervente credente a un risentimento amareggiato, mentre osserva la moglie soffrire e il futuro che desideravano dissolversi.
Sullo sfondo si muove una resistenza pronta a tutto. Un collettivo chiamato “Gruppo Adam” non è d’accordo con la tecnologia di Aeon e la combatte attivamente e con la violenza: la sua leader Lilith e i suoi seguaci compiono diversi attentati contro chi riceve gli anni di vita trasferiti. È l’elemento che spinge il film verso il thriller d’azione, senza però perdere il suo nucleo di dilemma morale: Paradise esplora fino a che punto qualcuno sarebbe disposto a spingersi per salvare la persona che ama, con Max ed Elena che oscillano continuamente tra la convinzione di fare la cosa giusta e il dubbio che l’altro starebbe meglio da solo.

Accanto ai protagonisti, il cast riunisce un insieme di volti noti del cinema tedesco. Oltre a Kostja Ullmann, Iris Berben, Marlene Tanczik e Corinna Kirchhoff, figurano nel cast anche Lisa-Marie Koroll, Alina Levshin, Lorna Ishema, Numan Acar e Lisa Loven Kongsli. Alla sceneggiatura, il copione è stato scritto dal regista Boris Kunz insieme a Peter Kocyla e Simon Amberger.
Il paragone con altri titoli del genere viene naturale. C’è chi ha visto in Paradise l’eco di In Time o delle atmosfere morali di Squid Game, e chi lo ha accostato direttamente all’immaginario di Black Mirror. Non manca chi lo inserisce nel filone del miglior cinema tedesco recente approdato su Netflix, accanto a serie come Dark. Le reazioni della critica sono state contrastanti, ma su un punto c’è larga convergenza: l’apertura e i momenti finali funzionano notevolmente bene, mentre la parte centrale risulta più debole e prevedibile. Diversi commentatori hanno anche notato come il finale lasci uno spiraglio aperto a un possibile seguito.
Ciò che rende Paradise ancora attuale, a tre anni dall’uscita, è la sua premessa spietatamente vicina al presente. L’idea che i poveri diventino più poveri e i ricchi più giovani non richiede grandi acrobazie immaginative per risultare credibile. Ed è forse questo il motivo per cui il film continua a essere discusso: dietro un titolo generico e una confezione da thriller di fantascienza, si nasconde una domanda che riguarda tutti. Quanto vale davvero un anno di vita, e cosa saremmo disposti a fare, o a sacrificare, se qualcuno ci offrisse di comprarlo o di venderlo.












