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G8 di Genova, 25 anni dopo raccontati dal cinema

Dal 19 al 21 luglio 2001 Genova fu il teatro della più grave sospensione dei diritti civili nella storia recente della Repubblica. Venticinque anni dopo, è il cinema ad aver custodito quella memoria, da Diaz - Don't Clean Up This Blood a Battle in Seattle.

by Mauro Terrone

Venticinque anni fa, in tre giorni di luglio, una città italiana divenne il simbolo di ciò che una democrazia non dovrebbe mai permettersi. Dal 19 al 21 luglio 2001 Genova ospitò il vertice del G8, e attorno a quel summit si radunò il più grande movimento di protesta che l’Italia avesse visto da decenni, centinaia di migliaia di persone arrivate da tutta Europa per contestare un modello di globalizzazione percepito come ingiusto. Quella che doveva essere una grande mobilitazione pacifica si trasformò in una ferita che non si è ancora rimarginata, con un ragazzo ucciso, un migliaio di feriti e, soprattutto, violenze di Stato che i tribunali avrebbero poi qualificato come tortura. Oggi, a un quarto di secolo di distanza, gran parte di quella memoria vive nel cinema, ed è da lì che vale la pena ripartire per non dimenticare.

Cosa accadde a Genova

Il movimento che scese in piazza a Genova era eterogeneo e in larghissima parte pacifico: famiglie, studenti, sindacati, associazioni cattoliche, reti come il Genoa Social Forum. In mezzo a quella folla immensa agì però anche una frangia ristretta e violenta, i cosiddetti black bloc, che devastarono parti della città, incendiando auto e vetrine e offrendo il pretesto per una risposta indiscriminata. Perché il dato che le sentenze hanno poi accertato è proprio questo: la reazione delle forze dell’ordine si abbatté in modo sproporzionato non sui violenti, ma sui manifestanti inermi.

Il 20 luglio, in piazza Alimonda, il ventitreenne Carlo Giuliani venne ucciso da un colpo di pistola sparato da un carabiniere durante gli scontri. Fu il primo manifestante a morire in una piazza italiana da decenni, e la sua immagine divenne il simbolo tragico di quei giorni. Ma l’orrore più grande arrivò la notte tra il 21 e il 22 luglio, quando la polizia fece irruzione nella scuola Diaz-Pertini, adibita a dormitorio per i manifestanti. Decine di persone che dormivano furono massacrate di botte. Nella vicina caserma di Bolzaneto, trasformata in centro di detenzione provvisorio, i fermati subirono percosse, umiliazioni, minacce, privazione di cibo, acqua e sonno.

La giustizia impiegò anni a ricostruire tutto, scontrandosi con un vuoto normativo che pesa ancora: all’epoca in Italia non esisteva il reato di tortura, introdotto solo nel 2017, e questo mandò in prescrizione molti dei reati accertati. Nonostante ciò, nel 2010 la corte d’appello di Genova ritenne colpevoli venticinque dei ventotto funzionari imputati per l’irruzione alla Diaz; nel 2013 la Cassazione confermò le gravi violazioni dei diritti umani a Bolzaneto; e nel 2015 la Corte europea dei diritti dell’uomo condannò l’Italia stabilendo che quanto avvenuto alla Diaz doveva essere qualificato, senza mezzi termini, come tortura.

Diaz, il film che ha fissato la memoria

Se oggi anche chi non c’era ha in mente cosa accadde in quella scuola, lo si deve in buona parte a Diaz – Don’t Clean Up This Blood, il film del 2012 diretto da Daniele Vicari, ispirato al libro La notte dei manganelli del giornalista Lorenzo Guadagnino. È l’opera cinematografica più importante mai realizzata su quei fatti, e uno dei rari casi in cui il cinema italiano ha avuto il coraggio di mettere in scena la violenza dello Stato senza attenuazioni.

Vicari sceglie di raccontare l’irruzione da più punti di vista incrociati, quello dei manifestanti, dei giornalisti, dei poliziotti, ricostruendo minuto per minuto la notte del pestaggio. La sequenza dell’assalto alla scuola è tra le più dure mai girate nel nostro cinema, un lungo, insostenibile crescendo di manganellate su corpi inermi. Il titolo stesso è una citazione precisa: sui muri della Diaz, dopo il blitz, qualcuno scrisse di non pulire quel sangue, perché restasse a testimoniare. Il film ebbe non poche difficoltà a trovare i finanziamenti, e non a caso: raccontare quella verità significava puntare il dito contro apparati dello Stato. Ma il risultato è un’opera potente, che ha reso quella memoria patrimonio collettivo.

Battle in Seattle, dove tutto era cominciato

Per capire cosa fosse davvero il movimento no-global, però, bisogna tornare a due anni prima e attraversare l’oceano. Lo fa Battle in Seattle, film del 2007 diretto da Stuart Townsend, con un cast che comprende Charlize Theron, Woody Harrelson, Michelle Rodriguez e André Benjamin. La pellicola ricostruisce le proteste che nel novembre del 1999 paralizzarono il vertice dell’Organizzazione mondiale del commercio a Seattle, l’evento fondativo del movimento, il momento in cui decine di migliaia di attivisti riuscirono a bloccare un summit e mostrarono al mondo che un’altra opposizione era possibile.

Intrecciando personaggi di finzione a fatti reali, il film racconta la nascita di una coscienza globale e insieme la brutalità della risposta poliziesca, in un parallelo che chi conosce Genova non può non cogliere. Seattle fu l’alba di quel movimento, Genova ne segnò il tramonto: tra questi due poli si consuma l’intera parabola della contestazione alla globalizzazione, e i due film, visti in sequenza, la raccontano quasi per intero.

La memoria dei documentari

Accanto alle due grandi produzioni di finzione, esiste un patrimonio documentaristico prezioso, nato spesso dall’urgenza di testimoniare. Il più toccante è Carlo Giuliani, ragazzo, diretto da Francesca Comencini nel 2002 e presentato al Festival di Cannes: un film costruito attorno alla voce di Haidi Gaggio Giuliani, la madre di Carlo, che con dolorosa lucidità ricostruisce le ultime ore del figlio ripercorrendo centinaia di ore di riprese. Non è un pamphlet politico, è il ritratto intimo di un ragazzo e del dolore di una madre, ed è forse l’opera più commovente su quei giorni.

Sul versante della ricostruzione dei fatti spicca invece Black Block, diretto nel 2011 da Carlo A. Bachschmidt, che dà voce a sette manifestanti stranieri sopravvissuti alla Diaz e a Bolzaneto, raccontando attraverso le loro testimonianze gli orrori subiti e il lungo percorso per rielaborarli. A questi si aggiunge una nutrita produzione militante girata spesso a caldo: Le strade di Genova di Davide Ferrario, che visse in prima persona i cortei, e poi Solo limoni, Genova per noi, Il seme della follia, fino all’inchiesta giornalistica G Gate. Un corpus disordinato e appassionato, che nel suo insieme costituisce un archivio civile insostituibile.

Perché il cinema, qui, è servito davvero

C’è una ragione precisa per cui, parlando di Genova 2001, il cinema conta più che in altri casi. Quei giorni furono anche una battaglia di immagini. Da un lato le versioni ufficiali, le omissioni, i verbali costruiti; dall’altro le migliaia di ore girate dalle videocamere dei manifestanti e dei giornalisti, che permisero di ricostruire la verità contro il racconto delle istituzioni. Il cinema che è venuto dopo ha ereditato questa funzione: fissare nella memoria collettiva ciò che qualcuno avrebbe preferito lasciare nel dubbio, trasformare la testimonianza in racconto condiviso.

A venticinque anni di distanza, il movimento che riempì le strade di Genova non esiste più nella forma di allora, disgregato anche dal trauma di quei giorni. Ma le domande che poneva sulla globalizzazione, sulle diseguaglianze, sul potere senza controllo, sono più attuali che mai. E finché esisteranno film come Diaz a ricordarci cosa accadde quando una democrazia sospese se stessa per una notte, quella memoria non potrà essere cancellata. Non pulite questo sangue, dicevano i muri della scuola. Il cinema, in fondo, ha fatto proprio questo: non lo ha lasciato pulire.

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