Home CuriositàEbbene sì, Elena nell’Odissea di Nolan poteva essere anche nera!

Ebbene sì, Elena nell’Odissea di Nolan poteva essere anche nera!

Da quando è uscito il primo trailer, The Odyssey di Christopher Nolan è sotto accusa per presunte infedeltà storiche, dal colore della pelle dei personaggi all'elmo di Agamennone. Ma quante di queste critiche stanno davvero in piedi? Poche, e le più rumorose rivelano altro.

by Mauro Terrone

Appena Universal ha diffuso le prime immagini di The Odyssey, i social si sono trasformati in un’aula di archeologia militante. Elena non può avere quella pelle, l’elmo di Agamennone sembra quello di Batman, quelle navi sono vichinghe, Ulisse impugna la spada sbagliata. Il film di Christopher Nolan, in sala da pochi giorni, è diventato il bersaglio di una crociata per l’accuratezza storica che merita di essere presa sul serio, verificata punto per punto, e in buona parte smontata. Perché quando si va a controllare, la maggior parte di queste indignazioni si sgonfia, e quel che resta racconta più di chi accusa che del film accusato. Noi almeno abbiamo aspettato di vedere il film prima di parlarne.

Omero non ha mai descritto un volto

Conviene partire da un fatto che chi grida all’infedeltà tende a dimenticare. L’Odissea non è un romanzo con le fotografie dei protagonisti, è un poema nato per essere cantato e trascritto solo in un secondo momento. Omero non fissa un aspetto ufficiale dei suoi eroi: dissemina qualche indicazione fisica frammentaria e formulare, epiteti ricorrenti, e nient’altro. Tutto ciò che nei secoli abbiamo immaginato, dai vasi greci ai dipinti rinascimentali fino ai kolossal di Hollywood, è sempre stato interpretazione, non ricostruzione. Chi discute di come Nolan dovrebbe mostrare i personaggi si muove per forza su un terreno aperto, perché la fonte è verbale e volutamente indeterminata. Non esiste un originale da tradire, esiste solo una lunghissima catena di riletture, e questa ne è semplicemente l’ultima.

Il Mediterraneo di Omero era un crocevia, e lo dice il testo

Qui casca la polemica più accesa, quella sul colore della pelle. L’idea che l’Egeo dell’epoca fosse un mondo chiuso, isolato e uniforme è semplicemente falsa. Era un crocevia percorso da contatti fittissimi, commerciali e non, con l’Egitto, il Vicino Oriente, l’Anatolia, la costa nordafricana, il mondo fenicio. Nei porti e lungo le rotte si incrociavano mercanti, marinai, artigiani, mercenari, schiavi, gente di provenienze diverse. Non nel senso di una popolazione stabilmente mescolata come una metropoli di oggi, ma nel senso di un mare connesso in cui lo straniero non era un’apparizione esotica, bensì una presenza ordinaria.

E il bello è che a dirlo è il poema stesso. L’Odissea è attraversata dall’Egitto: Menelao vi trascorre anni e ne torna carico di ricchezze, si nomina la Tebe egizia, l’Egitto è il regno dei tesori e delle meraviglie. I Fenici compaiono di continuo come navigatori e trafficanti, ora astuti ora insidiosi. E soprattutto compaiono gli Etiopi, gli Aithiopes, un nome che alla lettera significa dal volto bruciato, dalla pelle scura, popolo a cui gli stessi dèi si recano in visita con onore. In un mondo così, sostenere che un personaggio non possa avere una carnagione diversa da quella immaginata dalla tradizione pittorica europea non è fedeltà a Omero: è fedeltà a una nostra abitudine visiva, che con il testo greco non ha nulla a che fare.

L’elmo di Agamennone, tra una critica giusta e una sbagliata

Passiamo al terreno tecnico, dove serve onestà in entrambe le direzioni. Sull’elmo di Agamennone, interpretato da Benny Safdie, la critica più diffusa riguarda il colore nero, giudicato improbabile e paragonato per scherno al cappuccio di Batman. Ebbene, è proprio l’accusa più debole. Nolan ha risposto citando un fatto reale: esistono pugnali micenei in bronzo annerito, e il bronzo si poteva scurire aggiungendo oro e argento e trattandolo con lo zolfo. Il nero, insomma, un fondamento archeologico ce l’ha, ed è più solido di quanto i detrattori credano.

Va detto con altrettanta chiarezza dove invece le obiezioni colgono nel segno: l’elmo appare troppo spesso per essere bronzo credibile, e la sua forma modellata sui contorni del volto è una licenza estetica, non un dato storico. Ma qui sta il punto: una scelta di design non è un errore di storia. Lo stesso vale per l’elmo di Ulisse. La polemica originale, da febbraio dell’anno scorso, non era nemmeno sul nero, bensì sul fatto che Matt Damon indossa un elmo corinzio col pennacchio rosso invece del celebre elmo di zanne di cinghiale descritto nell’Iliade. Peccato che anche quell’elmo corinzio sia a sua volta un anacronismo, perché appartiene a un’epoca successiva a quella in cui la vicenda è ambientata. In pratica, la fonte usata per accusare Nolan è già infedele in partenza.

Le navi, dove la critica ha ragione

Sarebbe disonesto difendere tutto, e c’è un punto in cui gli accusatori hanno pienamente ragione. La nave che ha fatto più discutere è letteralmente una nave vichinga, la Draken Harald Hårfagre, una replica norvegese moderna di una galea medievale, quindi di circa duemila anni più recente rispetto agli eventi narrati. Qui non c’è Mediterraneo connesso che tenga, perché il problema non è etnico ma cronologico, ed è un anacronismo vistoso per un film che sembra puntare al realismo.

La difesa possibile non è negarlo, ma inquadrarlo per quello che è. Nolan, coerente con la sua nota ossessione per gli effetti pratici, ha scelto quella nave perché era un’imbarcazione vera, con lo scafo in legno e costruita con tecniche antiche, che permetteva agli attori e alla troupe di lavorare su un mezzo reale invece che su un fondale digitale. È una licenza poetica dichiarata, una scelta di messa in scena, non un abbaglio di ignoranza. Si può discutere se sia una buona scelta, ma è tutt’altra cosa dal non sapere che i Micenei non navigavano su drakkar.

Il poema che accusano era già pieno di anacronismi

E qui arriva il paradosso che dovrebbe far riflettere chiunque brandisca l’accuratezza come una clava. L’Odissea, il testo in nome del quale si processa Nolan, è essa stessa piena di incongruenze storiche, e non per errore, ma per natura. Omero fa impugnare ai suoi eroi strumenti di ferro non ancora in uso nell’epoca in cui ambienta la storia. Mette in scena i Fenici come dominatori dei commerci secoli prima che lo diventassero davvero. Colloca un mostro a sei teste nello stretto di Messina. Dipinge guerrieri di cinquecento anni prima vestendoli come i soldati del proprio tempo, perché è così che funziona la poesia epica: non fotografa il passato, lo reinventa per il presente di chi ascolta. Pretendere da un film l’esattezza archeologica che il poema originale non ha mai avuto è un cortocircuito logico. Nolan sta facendo con Omero esattamente ciò che Omero faceva con l’età del bronzo: raccontarla attraverso il proprio sguardo.

Quello che l’indignazione rivela

Resta un’ultima osservazione, ed è forse la più scomoda. Abbiamo visto che le imprecisioni di questo film sono di ogni tipo: l’elmo troppo spesso, le navi di duemila anni dopo, il ferro, la spada, gli accenti americani di attori britannici. Un elenco lungo e variegato. Eppure basta guardare quali di queste facciano davvero infuriare la rete per notare una asimmetria impossibile da ignorare. Nessuno scrive per giorni, con la stessa rabbia, sullo spessore sbagliato di un elmo o sulla cronologia di uno scafo. La furia si concentra, sistematicamente e sproporzionatamente, su una sola categoria di scelte: quella che tocca il colore della pelle dei personaggi.

E allora la domanda è legittima, e la lasciamo al lettore. Se il problema fosse davvero l’accuratezza storica, l’indignazione dovrebbe distribuirsi equamente su tutti gli errori, dal bronzo alle navi al ferro. Quando invece l’unica infedeltà capace di scatenare campagne è quella etnica, mentre le altre passano quasi inosservate, il sospetto diventa inevitabile: forse l’accuratezza non era mai stata il vero punto. Forse era soltanto la parola più presentabile da mettere davanti a un fastidio di tutt’altra natura. Nolan, nel dubbio, ha fatto la cosa più fedele a Omero che si potesse fare: ci ha ricordato che questa storia appartiene a tutti, ed è di tutti che parla.

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