Home Film‘Aliens’ compie 40 anni, il sequel diventato leggenda

‘Aliens’ compie 40 anni, il sequel diventato leggenda

Il 18 luglio 1986 arrivava nelle sale americane Aliens - Scontro finale. Quarant'anni dopo, il film con cui James Cameron osò trasformare l'incubo di Ridley Scott in un film di guerra resta il modello di come si costruisce un sequel che non si limita a ripetere, ma trasfigura.

by Valeria Bernardo

Un solo alieno bastava a trasformare un’astronave in una tomba. James Cameron ne mise in scena un esercito, e invece di rifare il film di Ridley Scott ne inventò un altro. Il 18 luglio 1986, esattamente quarant’anni fa, usciva nelle sale americane Aliens, in Italia Aliens – Scontro finale, il seguito di uno dei più grandi horror fantascientifici della storia. Ed è passato alla storia a sua volta, ma per la ragione opposta: non come un’imitazione, bensì come la prova che un sequel può cambiare genere, alzare la posta e reggere il confronto con l’originale. È per questo che ancora oggi, quando si discute di quali siano i migliori seguiti mai realizzati, il suo nome è sempre tra i primi.

Un solo alieno non bastava più

La leggenda vuole che Cameron, per convincere la 20th Century Fox, scrivesse su una lavagna la parola ALIEN, vi aggiungesse una S a formare il plurale, e poi trasformasse quella lettera in un simbolo del dollaro. Alien$. In quel gesto c’è tutta l’intuizione del film. Dopo il successo di Terminator nel 1984, che lo aveva imposto come autore d’azione, Cameron ricevette dallo studio circa diciotto milioni e mezzo di dollari e una consegna precisa: dare un seguito a un classico intoccabile senza tradirlo, ma senza nemmeno ricopiarlo.

La soluzione fu un cambio di genere netto e coraggioso. Dove Ridley Scott aveva costruito una casa stregata nello spazio, fatta di silenzi, corridoi bui e terrore che monta un passo alla volta, Cameron portò i Marine Coloniali e trasformò tutto in un film di guerra. Un dramma bellico travestito da fantascienza, con l’eco esplicita del Vietnam, in cui un manipolo di soldati troppo sicuri di sé scopre sulla propria pelle di essere finito dentro un incubo che le armi non bastano a fermare. Il gioco non era spaventare come il primo film, ma travolgere.

Cinquantasette anni dopo, il ritorno di Ripley

La storia riparte dove Alien si era chiuso. Il tenente Ellen Ripley, interpretata di nuovo da Sigourney Weaver, viene ritrovata alla deriva nello spazio dopo cinquantasette anni di ipersonno, unica sopravvissuta del massacro a bordo della Nostromo. Nessuno le crede, e la compagnia Weyland-Yutani la ritiene addirittura responsabile della distruzione dell’astronave. Fino a quando le comunicazioni con la colonia umana costruita proprio sul pianeta dove tutto era cominciato si interrompono di colpo.

Ripley accetta con enorme riluttanza di accompagnare una squadra di Marine in una missione di soccorso, affiancata dall’ambiguo funzionario Burke, interpretato da Paul Reiser, dal caporale Hicks di Michael Biehn, dall’androide Bishop di Lance Henriksen, dal nervosissimo soldato Hudson di Bill Paxton e dalla dura Vasquez di Jenette Goldstein. Ciò che troveranno sul pianeta non è un singolo mostro, ma un nido, e tra le rovine della colonia una sola sopravvissuta, la bambina Newt interpretata da Carrie Henn, che diventerà il cuore emotivo di tutta la vicenda.

La lezione sul sequel perfetto

Quello che rende Aliens un caso di studio è il modo in cui onora il predecessore senza fotocopiarlo. Cameron conserva la mitologia, la creatura disegnata da H.R. Giger, l’incubo della gestazione aliena, il tema della corporazione senza scrupoli disposta a sacrificare vite umane per profitto. Ma ci costruisce sopra qualcosa di più grande, di più rumoroso e, soprattutto, di più emotivo. Non aumenta soltanto la scala, moltiplicando la minaccia da uno a molti. Aumenta la posta drammatica, dando a Ripley qualcosa per cui valga la pena sopravvivere.

È questa la differenza tra un seguito cinico e un seguito necessario. La maggior parte dei sequel ripete gli ingredienti del primo film sperando che la formula funzioni una seconda volta. Aliens cambia la ricetta, e per questo non invecchia. Ancora oggi, a distanza di quarant’anni, la produttrice Gale Anne Hurd ricorda di averlo rivisto più volte al cinema notando quanto regga, effetti compresi. Il segreto non è la tecnica, è la struttura: un film che sa di dover essere altro rispetto al suo modello per potergli stare accanto.

Ripley, la madre guerriera che cambiò il cinema

Il cuore di tutto è lei. Sigourney Weaver aveva preteso un compenso più alto per tornare, e Cameron si era rifiutato di scrivere il film senza di lei: non riusciva a immaginarlo con nessun’altra. Aveva ragione. La sua Ripley è una delle eroine più influenti della storia del cinema, e in Aliens diventa qualcosa che l’action anni Ottanta, popolato da montagne di muscoli alla Stallone e Schwarzenegger, non aveva mai osato immaginare: una protagonista femminile forte e insieme vulnerabile, che combatte non per vendetta o per gloria, ma per proteggere.

Il vero motore emotivo è infatti il tema della maternità, che Cameron intreccia con una simmetria magnifica. Ripley diventa la madre adottiva di Newt, e il suo scontro finale è contro un’altra madre, la Regina aliena che difende le proprie uova. Due istinti materni speculari che si affrontano, fino alla celebre resa dei conti in cui Ripley, chiusa dentro un esoscheletro da carico, affronta il mostro urlandogli di stare lontano dalla bambina. Non è un caso che quel personaggio abbia oltrepassato lo schermo: la Hurd ha raccontato di aver ricevuto la lettera di un centro antiviolenza che usava il film per dare alle donne intrappolate in relazioni abusive la forza di andarsene. Per la Weaver arrivò la candidatura all’Oscar come miglior attrice, un riconoscimento all’epoca rarissimo per un film di fantascienza e azione, generi che l’Academy snobbava sistematicamente.

L’artigianato che non si vede invecchiare

Sul piano tecnico, Aliens è una lezione di effetti pratici. La Regina aliena, ideata da Cameron e costruita da Stan Winston, è un pupazzo gigantesco alto oltre quattro metri, mosso da più operatori contemporaneamente, senza un grammo di computer grafica. È tangibile, pesante, reale, e proprio per questo continua a incutere timore a distanza di decenni, quando molti effetti digitali di film ben più recenti sono già ridicoli. Il film fu girato negli storici Pinewood Studios inglesi e in una centrale elettrica dismessa, che diede agli ambienti quella texture industriale, sporca e claustrofobica che è parte della sua identità.

Merita un cenno la colonna sonora di James Horner, composta in condizioni di pressione estrema, con tempi di lavorazione strettissimi che lo costrinsero a scrivere di corsa, in aperto conflitto con la post-produzione. Eppure quel commento sonoro, teso e martellante, è diventato iconico, al punto da fruttargli una candidatura all’Oscar. Alla notte degli Academy Awards del 1987 il film ottenne sette nomination e vinse due statuette, per gli effetti visivi e per il montaggio sonoro. Vale infine la pena ricordare che esiste una versione estesa, la Special Edition del 1991, che aggiunge diciassette minuti e approfondisce proprio il tema materno, rivelando che Ripley aveva una figlia, morta di vecchiaia mentre lei dormiva nell’ipersonno.

Quarant’anni dopo, l’eredità

Aliens fu il trampolino che lanciò Cameron verso tutto ciò che sarebbe venuto dopo, da The Abyss a Terminator 2, da Titanic alla saga di Avatar. Ma il suo lascito più profondo è un altro, ed è una lezione che Hollywood dimentica in continuazione: onorare un originale non significa ricalcarlo. Significa capire cosa lo rendeva grande e avere il coraggio di costruirci sopra qualcosa di diverso. In un’epoca in cui i seguiti e i franchise si moltiplicano spesso limitandosi a riproporre il già visto, il film di Cameron resta la pietra di paragone, la dimostrazione che un sequel può addirittura entrare nella conversazione su quale sia il migliore, se stia davanti o dietro all’originale. La risposta più onesta, a quarant’anni di distanza, è che sono due capolavori che condividono a malapena lo stesso genere. E questo, per un seguito, è forse il complimento più grande che esista.

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