Home Personaggi raccontatiIngmar Bergman: la partita a scacchi con la Morte nel Settimo sigillo

Ingmar Bergman: la partita a scacchi con la Morte nel Settimo sigillo

Da Il settimo sigillo a Persona, ritratto del regista svedese che trasformò il primo piano in confessione e la fede in domanda senza risposta.

by Mauro Terrone

Due volti femminili che si fondono in un’unica immagine, tanto da spingere gli spettatori delle prime proiezioni a temere che la pellicola stesse davvero bruciando: quel fotogramma di Persona basta a spiegare perché Ingmar Bergman resti un metro di misura per il cinema d’autore. Il regista svedese, nato a Uppsala il 14 luglio 1918 e morto sull’isola di Fårö il 30 luglio 2007, non filmava storie: filmava crepe interiori, il momento esatto in cui una persona smette di reggere la propria maschera.

La sua cifra più riconoscibile è il primo piano portato all’estremo. In Persona, film del 1966 con Bibi Andersson e Liv Ullmann, Bergman e il direttore della fotografia Sven Nykvist si erano già interessati al primo piano, e qui lo usano fino in fondo: il film contiene solo poche inquadrature d’insieme ed è composto in gran parte da lunghi primi piani. La storia è essenziale: Liv Ullmann interpreta un’attrice teatrale che ha inspiegabilmente smesso di parlare e Bibi Andersson è la giovane infermiera che la cura in un cottage su un’isola remota; mentre sono isolate insieme, le due donne attraversano una misteriosa trasfusione spirituale ed emotiva. Non c’è trama nel senso tradizionale, c’è una dissoluzione dell’identità. A metà degli anni Sessanta Bergman aveva già dato al cinema alcune delle sue immagini più indimenticabili, ma con il radicale Persona raggiunse nuovi livelli di poesia visiva.

Prima di quella vertigine formale, c’era stata l’immagine che ha reso Bergman leggenda anche fuori dalle cineteche. Ne Il settimo sigillo, in svedese Det sjunde inseglet, del 1957, un cavaliere di ritorno dalle crociate gioca a scacchi con la Morte per guadagnare tempo. La scena d’apertura, in cui la Morte è venuta a prendere il cavaliere, è una delle più celebri della storia del cinema: la Morte è raffigurata in forma umana, cosa nuova per l’epoca, poi omaggiata e parodiata infinite volte. Da lì passa il grande tema bergmaniano: la fede messa alla prova, il silenzio di Dio, la morte che non è metafora ma interlocutore.

Quel filo attraversa tutta la sua opera. Dai successi come Il settimo sigillo, Il posto delle fragole e La fontana della vergine, elegie in bianco e nero sulla natura di Dio e della morte, alla cosiddetta trilogia del silenzio di Dio (Come in uno specchio, Luci d’inverno, Il silenzio), fino ai terrori esistenziali di Sussurri e grida e all’epica familiare di Fanny e Alexander, con cui si “ritirò” dal cinema. Bergman non offre consolazioni: mette il volto umano davanti al vuoto e lo tiene lì, senza tagliare.

Il secondo tratto autoriale è geografico e insieme spirituale: un’isola. Bergman arrivò a Fårö per la prima volta nell’aprile 1960, cercando controvoglia una location per Come in uno specchio dopo essersi già convinto a girare sulle Orcadi; l’incontro con l’isola lo segnò profondamente e vi girò sette film: Come in uno specchio, Persona, Vergogna, Passione, Fårö Document, Scene da un matrimonio e il documentario Fårö Document 1979. Il paesaggio aspro e inconfondibile dell’isola diventò un marchio di fabbrica di film come Persona, Vergogna e Passione. Quella roccia calcarea, il vento, la luce piatta e severa: Bergman non usava Fårö come sfondo, ne faceva uno stato d’animo.

C’è poi il metodo, fatto di fedeltà. Costruì un sodalizio creativo con i direttori della fotografia Gunnar Fischer e Sven Nykvist, ebbe una carriera teatrale che comprese la direzione del Dramaten di Stoccolma e del Residenztheater di Monaco, diresse più di 170 spettacoli, e tra i suoi attori figuravano Harriet Andersson, Bibi Andersson, Liv Ullmann, Gunnar Björnstrand, Erland Josephson, Ingrid Thulin, Gunnel Lindblom e Max von Sydow. Non un regista con una squadra, ma un autore con una compagnia, capace di scavare negli stessi volti per decenni.

La sua tecnica più sovversiva resta però quella di rompere l’illusione. Il prologo di Persona è celebre proprio per questo: un flusso di immagini in cui l’attrice viene presentata, mescolato a fotogrammi di altri film di Bergman come Prigione e Il silenzio, e a un proiettore che sfarfalla, con la sequenza che si chiude nell’immagine della pellicola che brucia, cosa che alle prime proiezioni i proiezionisti credettero accadesse davvero. È cinema che si guarda allo specchio mentre ci parla dell’anima, e non è un caso che saggisti e critici abbiano definito Persona una delle grandi opere artistiche del Novecento e il capolavoro di Bergman.

Difficile misurare la sua ombra sul cinema che è venuto dopo. Il rigore spirituale e l’assillo metafisico lo avvicinano ad Andrej Tarkovskij, altro gigante di quel cinema d’autore europeo che intende l’immagine come forma di pensiero. Sul versante opposto, ma altrettanto debitore, c’è Woody Allen, che ne ha assorbito la gravità esistenziale filtrandola nella propria voce. Bergman è stato lodato da giganti come Stanley Kubrick, Michael Haneke, Wes Anderson, Woody Allen, Martin Scorsese, David Lynch, Andrej Tarkovskij e molti altri.

La carriera si è chiusa nel modo più coerente possibile: sull’isola. Bergman si ritirò dal cinema nel dicembre 2003, subì un intervento all’anca nell’ottobre 2006 con una difficile convalescenza, e morì nel sonno a 89 anni, trovato nella sua casa sull’isola di Fårö il 30 luglio 2007. Per uno che ha filmato la Morte come un uomo in mantello nero e i volti come confessionali, non c’era finale più bergmaniano. A quasi vent’anni dalla sua scomparsa, quei primi piani continuano a interrogarci: il volto che si sgretola non è più solo quello dei suoi attori, ma il nostro.

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