Un proiettile che invece di uscire dalla pistola vi rientra, risucchiato all’indietro nel tempo. È l’immagine con cui Tenet, undicesimo film di Christopher Nolan uscito nel 2020, dichiara subito le proprie intenzioni. Dopo aver reso il tempo un sentimento in Interstellar, il regista compie qui il movimento opposto e più radicale: lo trasforma in pura meccanica, in un congegno da smontare a mente fredda. Tenet è il Nolan più cerebrale in assoluto, un film che chiede allo spettatore di rinunciare a capire tutto e di lasciarsi trasportare dalla sensazione, e proprio per questo è insieme il più affascinante e il più divisivo della sua carriera. È l’apice di un percorso, e insieme il punto in cui quel percorso rischia di diventare così astratto da lasciare fuori il cuore.
Una parola per salvare il mondo
Il protagonista non ha nome: è chiamato semplicemente il Protagonista, interpretato da John David Washington. Agente segreto reclutato da una misteriosa organizzazione dopo aver superato una prova di lealtà, viene introdotto a una tecnologia che ribalta ogni legge della fisica: l’inversione, la capacità di rovesciare l’entropia di un oggetto o di una persona, facendoli muovere all’indietro nel tempo mentre il resto del mondo procede in avanti. Non è un viaggio nel tempo, come il film ripete con insistenza, ma qualcosa di più sottile e vertiginoso.
Armato di una sola parola, Tenet, il Protagonista si muove in un mondo di spionaggio internazionale per impedire una minaccia peggiore di una guerra nucleare, orchestrata dall’oligarca russo Andrei Sator, interpretato da un gelido Kenneth Branagh, capace di comunicare con il futuro. Ad affiancarlo ci sono l’enigmatico Neil di Robert Pattinson e Kat, la moglie prigioniera di Sator, interpretata da Elizabeth Debicki. Il piano ruota attorno a un dispositivo chiamato Algoritmo, e a manovre in cui personaggi che vanno avanti e personaggi che vanno indietro agiscono nella stessa scena, nello stesso istante. Dove tutto questo conduca, e perché il finale reinterpreti a ritroso l’intero film, è qualcosa che Tenet non regala a una sola visione, ed è meglio scoprirlo da soli.

La mano del regista, il tempo diventato ingranaggio
Se c’è un film in cui l’ossessione di Nolan per la struttura temporale raggiunge la sua forma più pura, è questo. L’intero Tenet è costruito come un palindromo, una frase che si legge uguale nei due sensi, e non è un caso. Il titolo stesso proviene dal Quadrato del Sator, una misteriosa iscrizione latina ritrovata tra le rovine di Pompei, composta da cinque parole palindrome, SATOR AREPO TENET OPERA ROTAS, che si leggono identiche in ogni direzione. Da quel quadrato Nolan estrae quasi tutti i nomi del film: Sator, l’antagonista, Arepo, l’assedio all’Opera che apre la storia, Rotas. La forma stessa della sceneggiatura, che nella seconda metà ripercorre a ritroso la prima, è la traduzione narrativa di quel palindromo antico.
Poi c’è la firma inconfondibile, portata anche qui all’estremo: il rifiuto del digitale. Per la scena in cui un aereo si schianta contro un edificio, Nolan non usò né miniature né effetti digitali. Comprò un vero Boeing 747 dismesso e lo fece schiantare davvero contro una struttura costruita apposta, perché aveva calcolato che sarebbe costato meno che simularlo al computer. Gli inseguimenti in autostrada furono girati su strade reali chiuse al traffico, gli edifici esplosi erano veri, e la celebre scena delle onde che scorrono all’indietro fu ottenuta puntando la macchina da presa attraverso un foro nello scafo di una barca, senza alcun ritocco. È lo stesso principio del corridoio rotante di Inception e delle astronavi di Interstellar, spinto qui fino al limite del possibile, e gli valse il suo secondo Oscar per gli effetti visivi.
Un dettaglio che riguarda da vicino il nostro viaggio: per la prima volta dopo anni, la colonna sonora non porta la firma di Hans Zimmer. Impegnato a comporre le musiche di Dune, Zimmer lasciò il posto a Ludwig Göransson, che costruì per Tenet un tessuto sonoro elettronico, martellante e disorientante, spesso indicato dalla critica come la cosa migliore del film. A chiudere i titoli di coda, un brano originale di Travis Scott, prima canzone hip hop mai usata da Nolan, in omaggio ai film di James Bond che tanto hanno ispirato questo spy movie.

I temi, ovvero la freddezza come scelta
Qui va detta con onestà la cosa più importante su Tenet, ed è anche la sua principale accusa. Il film è deliberatamente freddo. Il Protagonista non ha nome, non ha passato, non ha vita interiore: è una funzione, uno strumento della trama più che un uomo. Diversi critici hanno rimproverato al film questa distanza emotiva, l’impossibilità di affezionarsi ai personaggi, oltre a un missaggio sonoro che rende a tratti i dialoghi quasi incomprensibili, altra scelta voluta e discussa. Ma questa freddezza non è un errore, è il punto. Dove Interstellar chiedeva di piangere, Tenet chiede di pensare, di ricostruire, di arrendersi al meccanismo. Nolan lo dice apertamente attraverso una battuta del film: non cercare di capirlo, sentilo.
È il vertice e insieme il limite di tutto il suo cinema. L’ossessione per il tempo, che avevamo visto nascere come struttura in Memento e diventare emozione in Interstellar, qui torna a essere pura architettura, un orologio smontato e rimontato davanti ai nostri occhi. Al centro, sotto la superficie glaciale, resta però un’idea profondamente nolaniana, il determinismo: ciò che è accaduto è accaduto, e i personaggi si muovono dentro un destino già scritto che possono solo compiere, non cambiare. E l’unico vero calore del film è nascosto in un’amicizia che si rivela solo alla fine, un legame vissuto da uno dei due in direzione contraria, che trasforma il rompicapo in una malinconica storia di sacrificio. È il modo in cui Nolan, anche nel suo film più algido, non rinuncia del tutto al sentimento, ma lo nasconde così in fondo da doverlo cercare.

Il film che sfidò la pandemia, e cambiò la carriera di Nolan
La storia di Tenet non si capisce senza il momento in cui uscì. Prodotto con circa duecentocinque milioni di dollari, il budget più alto mai concesso fino ad allora a Nolan, il film arrivò nelle sale nell’agosto del 2020, in piena pandemia, dopo tre rinvii. Fu la prima grande produzione hollywoodiana a tornare al cinema dopo le chiusure, e Nolan, difensore appassionato della sala, ne fece una bandiera: dimostrare che l’esperienza collettiva del grande schermo poteva sopravvivere. Incassò oltre trecentosessantacinque milioni nel mondo, cifra che in tempi normali sarebbe stata discreta, ma che con quel budget e in quel contesto si tradusse in una perdita stimata tra i cinquanta e i cento milioni.
Le conseguenze furono enormi, e vanno oltre il film. Warner Bros citò proprio gli incassi deludenti di Tenet in Nord America per giustificare la decisione di distribuire i propri titoli successivi contemporaneamente al cinema e in streaming. Fu uno strappo che Nolan, legato allo studio da quasi vent’anni e da tutta la sua carriera, visse come un tradimento della sala. La rottura fu insanabile, e portò il regista a lasciare la Warner e ad approdare alla Universal per il progetto successivo. Senza lo scontro nato da Tenet, insomma, non ci sarebbe stato Oppenheimer così come lo conosciamo. Ed è esattamente lì, nel film della consacrazione definitiva e della riconciliazione con il successo, che ci porta la prossima tappa.
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