Home Curiosità‘Oppenheimer’, la consacrazione di Christopher Nolan

‘Oppenheimer’, la consacrazione di Christopher Nolan

Decima e ultima tappa del nostro viaggio nella filmografia di Christopher Nolan prima di The Odyssey. Con Oppenheimer il regista raggiunge il vertice della carriera e del riconoscimento, trasformando la biografia del padre della bomba atomica nel più intenso dei suoi drammi sulla colpa.

by Mauro Terrone

Un uomo osserva il primo test nucleare della storia esplodere nel deserto del New Mexico, e in quel bagliore accecante intuisce di aver appena cambiato il mondo per sempre. È l’immagine che sta al centro di Oppenheimer, il dodicesimo film di Christopher Nolan, uscito nel 2023, e il momento verso cui converge tutta la sua carriera. Dopo aver manipolato il tempo in ogni modo possibile, dal sogno alla relatività fino all’inversione, il regista torna alla Storia reale e si concentra su un solo volto, quello di un genio schiacciato dal peso di ciò che ha creato. Oppenheimer è insieme il suo film più maturo e la sua consacrazione definitiva, quello che gli ha portato il riconoscimento che gli era sempre sfuggito. Ed è il punto d’arrivo naturale di tutto questo viaggio, perché racchiude in un unico personaggio ogni ossessione che abbiamo incontrato lungo la strada.

Il trionfo e la caduta del padre della bomba atomica

Tratto dalla biografia premio Pulitzer American Prometheus di Kai Bird e Martin J. Sherwin, il film racconta la vita del fisico teorico J. Robert Oppenheimer, interpretato da uno straordinario Cillian Murphy. La vicenda si concentra su tre momenti intrecciati: gli anni della formazione e delle prime intuizioni scientifiche, la direzione del Progetto Manhattan durante la Seconda guerra mondiale, quando gli Stati Uniti, temendo che la Germania nazista arrivasse prima, costruirono in gran segreto la prima arma atomica a Los Alamos, e infine la sua caduta in disgrazia, quando nel 1954 gli fu revocato il nullaosta di sicurezza in un’umiliante audizione che ne distrusse il prestigio.

Attorno a Murphy, un cast imponente: Emily Blunt nei panni della moglie Kitty, Matt Damon nel ruolo del generale Leslie Groves, Florence Pugh in quello di Jean Tatlock, e soprattutto Robert Downey Jr. nella parte di Lewis Strauss, l’uomo che ne orchestra la rovina. Il film non è un racconto epico della vittoria, ma il ritratto intimo di un uomo diviso, che deve rischiare di distruggere il mondo per poterlo, forse, salvare, e che passerà il resto della vita a fare i conti con quel gesto.

La mano del regista, il colore e il bianco e nero

La scelta strutturale che governa Oppenheimer è insieme nuova e antica, e chiude idealmente il cerchio con l’inizio di questo viaggio. Nolan divide il film in due linee, distinte dal colore. Le sequenze a colori, che lui stessa ha definito Fissione, rappresentano il punto di vista soggettivo di Oppenheimer, ciò che lui vede e prova. Le sequenze in bianco e nero, chiamate Fusione, rappresentano invece uno sguardo oggettivo, esterno, centrato sulla figura di Strauss. È un espediente che il regista ha dichiarato di aver ripreso direttamente da Memento, il film con cui la nostra serie si è aperta: quella stessa alternanza tra colore e bianco e nero che guidava lo spettatore nel labirinto della memoria torna qui, quasi venticinque anni dopo, per orientarci tra verità e menzogna.

Sul piano tecnico, Oppenheimer è una nuova frontiera. Per girare le sezioni in bianco e nero con le cineprese IMAX, Kodak dovette sviluppare appositamente la prima pellicola in bianco e nero per quel formato, mai esistita prima. Ma la sfida più celebre riguarda il test Trinity, la prima esplosione nucleare, che Nolan ricreò fedele al proprio credo, senza alcuna computer grafica, ricostruendo Los Alamos su una mesa del New Mexico e affidandosi a effetti pratici e reali. La colonna sonora è firmata ancora da Ludwig Göransson, alla sua seconda collaborazione dopo Tenet, a confermare il passaggio di consegne dopo l’era di Hans Zimmer.

C’è poi un fatto che va oltre la tecnica, e che dà a questo film un peso particolare nella carriera del regista. Oppenheimer è il primo film che Nolan non ha realizzato con la Warner Bros, lo studio con cui aveva lavorato per quasi vent’anni. Come avevamo raccontato parlando di Tenet, la frattura nata dalla decisione della Warner di distribuire i film contemporaneamente in streaming spinse il regista tra le braccia della Universal. Oppenheimer è dunque anche il film della sua indipendenza ritrovata, il primo di una nuova era.

I temi, ovvero la colpa portata al suo vertice

Se c’è un filo rosso che ha attraversato tutto questo viaggio, dalla prima all’ultima tappa, è la colpa. L’abbiamo incontrata in Leonard che si mente in Memento, nel detective Dormer di Insomnia, nel Bruce Wayne che rischia di diventare ciò che combatte, nel Cobb di Inception e di Following divorato dal rimorso, nell’Angier di The Prestige ossessionato dalla morte della moglie. Ebbene, Oppenheimer è il punto in cui questa colpa raggiunge la sua forma assoluta, perché non è più metaforica o interiore: è la responsabilità storica, concreta e irrevocabile, di aver dato all’umanità lo strumento della propria possibile distruzione.

Non è un caso che il libro da cui il film è tratto si intitoli American Prometheus. Come il titano della mitologia greca che rubò il fuoco agli dèi per donarlo agli uomini e fu punito per l’eternità, Oppenheimer consegna al mondo un potere terribile e ne paga il prezzo per il resto dei suoi giorni. Nolan mette in scena il momento in cui lo scienziato, davanti alla nube dell’esplosione, evoca dentro di sé il celebre verso della Bhagavad Gita, sono diventato Morte, distruttore di mondi. È il cuore filosofico di tutto il suo cinema: il conflitto tra l’intelletto e le sue conseguenze, tra il desiderio di conoscere e il peso morale del sapere. Dopo aver raccontato per tutta la vita uomini prigionieri di ciò che hanno fatto, Nolan trova finalmente l’uomo reale che quel dramma lo ha incarnato davanti alla Storia intera.

La consacrazione, e le ombre necessarie

Oppenheimer è stato il trionfo assoluto della carriera del regista, sotto ogni punto di vista. Alla notte degli Oscar del 2024 conquistò sette statuette su tredici candidature, tra cui miglior film, miglior attore protagonista a Cillian Murphy, miglior attore non protagonista a Robert Downey Jr. e, soprattutto, la prima vittoria in assoluto di Nolan come miglior regista, un riconoscimento che gli era clamorosamente sfuggito per capolavori come Il cavaliere oscuro e Inception. Con circa un miliardo di dollari di incasso nel mondo, divenne inoltre il maggior successo commerciale della sua carriera, complice anche il fenomeno mediatico del Barbenheimer, l’uscita in contemporanea con il Barbie di Greta Gerwig che trasformò quel weekend in un evento culturale globale.

Non sono mancate, ed è giusto ricordarle, alcune critiche di peso. Diversi osservatori hanno rimproverato al film di aver relegato ai margini le figure femminili di Kitty e Jean Tatlock, e soprattutto di aver scelto di non mostrare direttamente la sofferenza delle vittime giapponesi di Hiroshima e Nagasaki, restando rigorosamente all’interno del punto di vista del protagonista. Sono obiezioni legittime, che aprono un dibattito serio sul modo in cui il cinema racconta la Storia. Ma non intaccano la potenza di un’opera che ha saputo trasformare tre ore di dialoghi, fisica e udienze in uno dei thriller più tesi del decennio.

Con Oppenheimer, Christopher Nolan ha chiuso un cerchio lungo venticinque anni, tornando alla struttura del suo secondo film per raccontare la storia più grande di tutte. E dopo aver messo in scena un uomo che affronta le conseguenze di ciò che ha creato, il regista si è rivolto alla più antica storia mai narrata su un uomo che lotta per tornare a casa, pagando per le proprie scelte lungo un viaggio interminabile. È lì che il nostro viaggio incontra finalmente la sua meta. È lì che ci porta l’ultima tappa: The Odyssey.

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