George Lucas torna a parlare pubblicamente, cosa rara per lui, e sceglie di farlo per affrontare il tema che sta dividendo l’intero settore: l’intelligenza artificiale applicata al cinema. In un’intervista a tema ampio, definita non a caso rara dagli osservatori del settore, il fondatore di Industrial Light & Magic non usa mezzi termini e mette la tecnologia al centro del futuro della settima arte.
Il regista, oggi ottantaduenne, resta lontano dalla saga di Star Wars dal 2012, anno in cui ha lasciato il franchise dopo aver venduto Lucasfilm alla Disney in un accordo da 4 miliardi di dollari. Il suo credito più recente sul grande schermo resta quello di produttore esecutivo su Indiana Jones e il Quadrante del Destino, uscito nel 2023, anche se secondo alcune fonti avrebbe prestato la voce a una versione animata di se stesso in un progetto d’animazione recente, un cameo che lo riporterebbe brevemente davanti al pubblico dopo quasi vent’anni di assenza dalla recitazione.
Le sue dichiarazioni sull’IA arrivano mentre si avvicina l’apertura, prevista per l’autunno a Los Angeles, del Lucas Museum of Narrative Art: un progetto pensato per mostrare decenni di arte fatta da esseri umani, dedicato alle storie e a chi le racconta. Il contrasto non sfugge a nessuno: lo stesso uomo che costruisce un tempio all’arte umana sostiene ora che l’intelligenza artificiale rappresenti la prossima tappa naturale del cinema.
Per spiegare la sua posizione, Lucas ricorre a un paragone diretto: rifiutare l’IA oggi equivarrebbe a rimpiangere il cavallo e la carrozza di fronte all’arrivo dell’automobile, un mezzo che pure si guastava, aveva bisogno di benzina e finiva talvolta per essere trasformato in strumento di guerra. Nonostante questi difetti, dice il regista, il progresso ha comunque preso il sopravvento e nulla avrebbe potuto fermarlo. È lo stesso principio che, secondo lui, si applica oggi all’intelligenza artificiale: “Artificial intelligence means it’s much easier for us to make movies”, ha dichiarato, sostenendo che la tecnologia semplifica concretamente il lavoro di chi fa cinema.

Messo di fronte ai rischi evidenti della tecnologia, dalle questioni di autenticità dei contenuti alla possibilità di abusi, Lucas non arretra e rilancia: secondo lui l’IA stessa potrebbe diventare lo strumento per verificare cosa è falso e da dove proviene un contenuto, perché gli esseri umani, a suo dire, non sarebbero altrettanto capaci di individuarlo. “Humans can’t, we’re not that smart”, ha aggiunto, per poi ribadire che la responsabilità di ciò che si dice e si fa resta comunque in capo a chi lo produce.
Nella stessa conversazione il regista ha toccato anche un altro tasto dolente per Hollywood, quello dei focus group e delle proiezioni di prova, strumenti che secondo lui hanno finito per consegnare troppo potere decisionale al pubblico a scapito degli autori. “I don’t like focus groups. The audience doesn’t know what they want to see”, ha spiegato, ricordando anche le critiche ricevute in passato per scelte come quella di Jar Jar Binks nella trilogia prequel, giudizi che nel tempo si sono in parte ammorbiditi.
Le parole di Lucas si inseriscono in un dibattito che ormai attraversa tutta l’industria. Se molti sceneggiatori, artisti visivi e maestranze tecniche temono per il proprio lavoro e per la tenuta creativa dei film, cresce parallelamente il numero di autori affermati che guarda all’intelligenza artificiale come a uno strumento ormai stabile del processo produttivo. Tra i nomi che negli ultimi mesi si sono espressi in senso favorevole, sperimentando l’IA in ambiti che vanno dal ringiovanimento digitale alla progettazione di scenografie virtuali fino allo storyboard, figurano registi come James Cameron, Martin Scorsese, Michael Mann, Steven Soderbergh, Darren Aronofsky, Werner Herzog, George Miller e Andy Serkis.
Per Lucas la domanda non è più se l’intelligenza artificiale entrerà stabilmente nella produzione cinematografica, ma come verrà impiegata una volta diventata parte integrante del mestiere. E su questo, a suo giudizio, il cambiamento è ormai un dato di fatto più che un’ipotesi da discutere.












