Solo: A Star Wars Story nasce già segnata da un cambio di rotta traumatico: Lucasfilm allontanò dalla regia Phil Lord e Christopher Miller, sostituendoli con Ron Howard per completare un film più tradizionale rispetto al tono comico che i due autori avevano in mente. Il risultato, arrivato nel 2018 in un clima di fandom già logorato dalle polemiche su The Last Jedi, si tradusse in un incasso deludente: per anni è rimasto il capitolo live action meno redditizio della saga, con circa 393 milioni di dollari raccolti nel mondo.
Quel record negativo, però, è stato appena superato. Star Wars spin-off The Mandalorian and Grogu ha registrato la performance al botteghino più bassa nella storia del franchise, incassando 321,7 milioni di dollari nel mondo dal suo debutto del 22 maggio 2026. Il paradosso è che il film non è affatto un disastro creativo: The Mandalorian and Grogu si è rivelato un film capace di conquistare il pubblico, con un punteggio dell’87% su Rotten Tomatoes da parte degli spettatori, il più alto mai registrato nell’era Disney della saga. Il pubblico lo ha apprezzato, ma non è bastato a portarlo in sala in numeri sufficienti: la vera partita di Star Wars, ormai da tempo, si gioca altrove.

È sul piccolo schermo, infatti, che la saga ha ritrovato smalto e credibilità. Andor, Ahsoka, le prime due stagioni di The Mandalorian, l’ultima annata di The Clone Wars e la recente serie animata Maul – Shadow Lord hanno raccolto un consenso che i film di sala fatica a replicare. E se si osserva da vicino cosa rende vincenti questi show, si scopre un filo conduttore sorprendente: sono tutti debitori, più o meno consapevolmente, proprio di Solo.
Il film del 2018 raccontava il legame crescente di Han Solo con il crimine organizzato e la spietata Crimson Dawn, mettendo al centro personaggi moralmente ambigui invece di eroi limpidi. All’epoca sembrò una scelta stonata; oggi è diventata la cifra stilistica delle serie più amate. Cassian Andor, Din Djarin, Boba Fett condividono la stessa matrice: fuorilegge dal cuore d’oro, eredi diretti dell’archetipo costruito da Han Solo. Anche Skeleton Crew ha seguito questa strada con il personaggio di Jod Na Nawood, pirata dalle molte identità: Jod Na Nawood è apparso per la prima volta nella serie Disney+ Star Wars: Skeleton Crew, interpretato da Jude Law, confermando quanto il fascino del mascalzone resti centrale nell’immaginario della saga.

Lo stesso vale per il tema della famiglia scelta, altro cardine narrativo di Solo che le serie hanno fatto proprio: il legame tra il Mandaloriano e Grogu, quello tra Ezra e Sabine in Ahsoka e Rebels, fino al rapporto tra mentore oscuro e allieva che unisce Baylan Skoll e Shin Hati, o quello tra Osha e il suo istruttore nel Lato Oscuro ne The Acolyte. Sono tutte varianti dello stesso schema che Solo aveva provato, forse troppo presto, a introdurre nel canone cinematografico.
Anche l’animazione ha seguito questa traiettoria. Star Wars: Maul – Shadow Lord è creata da Dave Filoni, racconta il tentativo di Maul di ricostruire il proprio impero criminale in un angolo di galassia sfuggito al controllo dell’Impero: la stessa aria da sottobosco malavitoso che Solo aveva provato a normalizzare nella saga. La serie è uscita su Disney+ il 6 aprile 2026, con un episodio doppio d’apertura, e il finale è arrivato in occasione dello Star Wars Day, il 4 maggio 2026. Il riscontro è stato tale che Lucasfilm ha già annunciato la produzione di una seconda stagione.

Guardando avanti, la sfida per Star Wars resta soprattutto quella del grande schermo. Il prossimo anno arriverà Star Wars: Starfighter con Ryan Gosling, mentre sarebbe in sviluppo anche un progetto di James Mangold intitolato Dawn of the Jedi: due tentativi di allontanarsi dall’epoca Skywalker, in un momento in cui il franchise sembra aver bisogno di ripartire da basi narrative diverse. Nel frattempo, la lezione più importante arriva proprio dal passato: il film che tutti considerarono un errore ha finito per insegnare a Lucasfilm come si scrive, oggi, la miglior versione di Star Wars.












