Home Curiosità‘Inception’, come Nolan ha costruito i sogni sul set

‘Inception’, come Nolan ha costruito i sogni sul set

Sesta tappa del nostro viaggio nella filmografia di Christopher Nolan. Con Inception il regista realizza il film che sognava da inizio carriera: un heist movie dentro la mente umana, dove ogni astrazione onirica è costruita con mezzi fisici e reali.

by Mauro Terrone

Una trottola gira su un tavolo, e da quel semplice movimento dipende la differenza tra la realtà e il sogno. È l’immagine con cui si chiude Inception, il film che Christopher Nolan porta al cinema nel 2010, e insieme il simbolo perfetto di tutta la sua opera: un oggetto concreto, fisico, che regge il peso di una domanda vertiginosa. Dopo aver rifondato Batman e prima di chiudere la trilogia, il regista si concede il progetto che accarezzava fin dai tempi di Following, un’idea che aveva presentato alla Warner già nel 2002 e che allora aveva la forma di un horror sui sogni lucidi. Ci vollero il successo del Cavaliere oscuro e la fiducia che ne derivò per convincere lo studio a finanziare una fantascienza cerebrale da centosessanta milioni di dollari senza fumetti né saghe alle spalle. Il risultato è forse il film in cui la mano di Nolan è più riconoscibile in assoluto.

Un furto dentro la mente

Dom Cobb, interpretato da Leonardo DiCaprio, è un ladro molto particolare: non scassina casseforti, si infiltra nei sogni. Grazie a una tecnologia sperimentale, Cobb e la sua squadra entrano nel subconscio delle persone addormentate per rubarne i segreti, una pratica chiamata estrazione. Braccato da un’accusa di omicidio che lo tiene lontano dai figli e dagli Stati Uniti, Cobb accetta un incarico che potrebbe restituirgli la libertà: il magnate Saito, interpretato da Ken Watanabe, gli chiede l’operazione opposta e ben più difficile, l’innesto, cioè impiantare un’idea nella mente di un rivale, l’erede industriale Robert Fischer, in modo che quell’uomo creda di averla concepita da solo.

Per riuscirci, Cobb recluta una squadra che è anche un piccolo trattato sui mestieri del cinema: il fedele organizzatore Arthur di Joseph Gordon-Levitt, il camaleontico falsario Eames di Tom Hardy, il chimico Yusuf, e soprattutto Arianna, giovane studentessa di architettura interpretata da Elliot Page, incaricata di progettare i labirinti onirici in cui la squadra si muoverà. Il piano prevede di scendere attraverso più livelli di sogno, un sogno dentro un altro sogno dentro un altro ancora, dove il tempo si dilata a ogni discesa e dove un errore può intrappolare la mente per sempre. A complicare tutto c’è il fantasma della moglie di Cobb, Mal, interpretata da Marion Cotillard, che riemerge nei sogni del marito per sabotarlo. Dove porti questa discesa a spirale, e cosa significhi davvero quella trottola finale, è materia che il film lascia volutamente aperta, ed è meglio viverla in sala.

La mano del regista, ovvero il sogno costruito con il ferro

Qui sta il cuore del pezzo, perché Inception è il film che meglio riassume il credo cinematografico di Nolan: dare consistenza fisica all’astratto. Un regista qualunque avrebbe reso i sogni come spazi liquidi, digitali, impossibili. Nolan fa l’esatto contrario. Convinto che il sogno, mentre lo viviamo, ci appaia solido e reale, decide di costruirlo per davvero, con mezzi meccanici, riservando la grafica digitale solo a ritocchi finali su ciò che era già stato ottenuto in scena.

L’esempio supremo è la sequenza del combattimento nel corridoio d’albergo a gravità alterata. Non è un effetto digitale: è un vero corridoio lungo trenta metri, sospeso a otto grandi cerchi concentrici ed equidistanti, alimentato da due enormi motori elettrici capaci di farlo ruotare completamente su se stesso fino a otto giri al minuto. Gli attori si muovevano davvero dentro quella struttura rotante, provando una reale sensazione di assenza di peso, mentre le telecamere scorrevano su un binario nascosto sotto il pavimento. Le pareti furono rivestite di materiali morbidi per non ferire nessuno, e Joseph Gordon-Levitt si allenò per settimane con il coordinatore degli stunt per eseguire da solo quasi tutte le acrobazie. Il risultato ha una fisicità che nessun effetto digitale avrebbe potuto restituire, e spiega perché quella scena resti citata come una delle più straordinarie del cinema recente.

Lo stesso principio governa il resto del film. La città di Parigi che si ripiega su se stessa fu ottenuta combinando set reali ed effetti pratici. La scala infinita che sale senza mai finire è una realizzazione fisica del paradosso ottico delle incisioni di Escher, le scale di Penrose. L’assalto alla fortezza innevata omaggia dichiaratamente il cinema di James Bond, in particolare il film preferito di Nolan, Agente 007 al servizio segreto di Sua Maestà. E le riprese attraversarono davvero sei paesi, da Tokyo a Los Angeles, da Londra a Parigi, con Tangeri a fare da controfigura per Mombasa e i paesaggi ghiacciati del Canada per la fortezza finale. La scenografia porta la firma di Guy Hendrix Dyas, gli effetti meccanici quella del fedelissimo Chris Corbould, la fotografia quella di Wally Pfister, che per questo film vinse l’Oscar.

C’è poi un dettaglio che vale come una firma nascosta, di quelle che Nolan ama disseminare. Il brano usato nel film come segnale per risvegliarsi dai sogni è Non, je ne regrette rien di Édith Piaf, cantante che Marion Cotillard, cioè Mal, aveva interpretato pochi anni prima vincendo l’Oscar. E la colonna sonora di Hans Zimmer, con il celebre tema Time, nasce proprio rallentando enormemente quella canzone, così che la musica del film sia letteralmente fatta della stessa materia del segnale onirico. È il tipo di cortocircuito concettuale che distingue Nolan da qualsiasi altro autore di blockbuster.

I temi, ovvero l’origine della colpa

La parola inception significa origine, principio, l’atto di dare inizio a qualcosa. E ciò che il film mette al centro non è la fantascienza dei sogni, ma la colpa che ne è all’origine. Cobb non riesce a liberarsi del ricordo di Mal perché porta su di sé una responsabilità enorme: molto tempo prima, per convincerla a lasciare un mondo onirico in cui si erano persi, le aveva impiantato un’idea, la stessa tecnica che ora deve usare su un estraneo. Quell’innesto ebbe conseguenze tragiche, e il senso di colpa che ne deriva è il vero mostro che infesta ogni livello del sogno. La proiezione di Mal che sabota le missioni non è un fantasma, è la coscienza di Cobb che si rifiuta di lasciarlo in pace.

È esattamente lo stesso motore che abbiamo incontrato in ogni tappa di questo viaggio. La verità che ci nascondiamo per sopravvivere di Memento, la responsabilità morale che tormenta il detective di Insomnia, il lutto che trasforma Bruce Wayne. Cobb è il fratello di sangue di Leonard Shelby: un uomo che si racconta una storia per non affrontare ciò che ha fatto, che confonde deliberatamente memoria e realtà per continuare a vivere. Non è un caso, e lo avevamo annotato aprendo questo viaggio, che il protagonista si chiami Cobb, lo stesso nome del ladro d’appartamenti di Following, il primissimo film di Nolan. Undici anni dopo, il ladro che si introduceva nelle case altrui è diventato un ladro che si introduce nelle menti, ma la posta in gioco è rimasta identica: la violazione dell’intimità e il prezzo che si paga per averla commessa.

Sotto questo strato ne corre un altro, più metacinematografico. La squadra di Cobb è una troupe di produzione in miniatura. Arianna, l’architetto, è la sceneggiatrice e scenografa che costruisce mondi. Cobb è il regista che li dirige. Fischer è lo spettatore in cui si deve impiantare un’emozione così potente da sembrargli propria. Inception, in fondo, è Nolan che riflette sul suo stesso mestiere: fare cinema significa entrare nel sogno collettivo di una sala buia e lasciarci dentro un’idea che il pubblico crederà di aver pensato da sé.

Un successo che ha allargato i confini del possibile

Inception incassò oltre ottocentoventicinque milioni di dollari nel mondo, una cifra straordinaria per un film senza precedenti a cui appoggiarsi, né sequel né adattamento. Ottenne otto candidature agli Oscar, comprese quelle per il miglior film e la migliore sceneggiatura originale, portando a casa quattro statuette tecniche. Ma il suo lascito più importante fu un altro: dimostrò a Hollywood che il pubblico di massa era disposto a seguire una storia complessa, ambigua, che pretendeva attenzione e magari una seconda visione, purché confezionata con questa maestria. Aprì uno spazio che il cinema di intrattenimento aveva quasi dimenticato, quello dell’ambizione intellettuale su larga scala.

Per Nolan fu la consacrazione definitiva come autore capace di essere insieme popolare e cerebrale, e la prova generale di ciò che sarebbe venuto dopo. Perché una volta dimostrato che si può piegare il tempo dentro un sogno, la tentazione successiva era inevitabile: piegarlo davvero, su scala cosmica, tra le stelle. Ed è lì, oltre i confini della Terra e dentro le pieghe della relatività, che ci porta la prossima tappa.

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