Home Curiosità‘Insomnia’, Nolan alla prova di Hollywood

‘Insomnia’, Nolan alla prova di Hollywood

Terza tappa del nostro viaggio nella filmografia di Christopher Nolan. Con Insomnia il regista affronta per la prima volta uno studio di Hollywood, tre premi Oscar nel cast e una sceneggiatura non sua, senza perdere le proprie ossessioni.

by Mauro Terrone

Un detective non riesce a dormire perché il sole, in Alaska, non tramonta mai, e perché la sua coscienza non gli dà tregua. È l’immagine centrale di Insomnia, il terzo film di Christopher Nolan, uscito nel 2002, e insieme la più letterale delle sue metafore. Dopo l’esordio artigianale di Following e il congegno impeccabile di Memento, qui il regista si trova per la prima volta dentro la macchina di Hollywood: un grande studio, un budget vero, tre attori premio Oscar e, cosa più insolita di tutte, una sceneggiatura che non ha scritto lui. È l’unico caso della sua carriera, e proprio per questo Insomnia è la tappa più anomala del viaggio, quella in cui si capisce cosa in Nolan resta costante anche quando cambia tutto il resto.

Un poliziotto, un omicidio e una colpa nascosta

Will Dormer, interpretato da un Al Pacino segnato e stremato, è un detective della omicidi di Los Angeles inviato insieme al collega Hap Eckhart nella cittadina di Nightmute, in Alaska, per indagare sull’omicidio di una ragazza. I due non attraversano un buon momento: sono al centro di un’indagine interna che rischia di travolgerli. Ad accoglierli c’è Ellie Burr, giovane detective locale interpretata da Hilary Swank, che ammira profondamente il celebre veterano. Durante un inseguimento nella nebbia, Dormer spara e uccide accidentalmente il collega, e invece di confessare costruisce un alibi. Da quel momento il film si sdoppia: da un lato la caccia all’assassino della ragazza, un romanziere ambiguo interpretato da Robin Williams, dall’altro il lento sgretolarsi di un uomo divorato dal senso di colpa e dall’impossibilità di chiudere gli occhi. Come i due si troveranno legati da un patto perverso è il cuore del film, e conviene scoprirlo guardandolo.

La mano del regista, anche quando la penna è di un altro

Qui sta la domanda più interessante. Se Nolan non ha scritto Insomnia, cosa lo rende comunque un film di Nolan? La risposta sta tutta nelle ossessioni che il regista porta dentro un materiale altrui. Insomnia è un remake di un film norvegese del 1997, ambientato nel medesimo sole perenne. Ma dove l’originale giocava sul bianco accecante della luce che non finisce mai, Nolan sposta il baricentro dalla corruzione morale del protagonista verso qualcosa che gli appartiene da sempre: la colpa, la responsabilità, l’autoinganno di chi si considera dalla parte giusta.

Ritroviamo anche i suoi collaboratori e i suoi metodi. La fotografia è di Wally Pfister, già a bordo con Memento, e le scenografie portano la firma di Nathan Crowley, che sarebbe diventato uno dei suoi architetti di fiducia. Il tema dello stato di coscienza alterato, poi, è una firma nascosta ma inconfondibile: se Leonard in Memento non riusciva a costruire ricordi, Dormer qui soffre del problema opposto, non riesce a spegnere la mente. Entrambi sono uomini intrappolati in una condizione percettiva che il film usa come motore drammatico. La privazione del sonno diventa lo strumento con cui lo spettatore entra nella testa del protagonista, esattamente come il montaggio a ritroso lo faceva due anni prima.

La scommessa più audace, però, fu di casting. Nolan volle Robin Williams nel ruolo del cattivo, sottraendolo all’immagine di attore comico e paterno con cui il pubblico lo identificava. Fu una scelta rischiosa e rivelatrice: il regista definì la sua interpretazione impeccabile, e quella prova, insieme a One Hour Photo dello stesso anno, mostrò un Williams inedito e inquietante. Saper vedere in un attore qualcosa che nessuno aveva ancora visto è una forma di regia anche questa.

I temi, ovvero la zona grigia tra bene e male

Insomnia è il film in cui Nolan affronta più direttamente la questione morale. Dormer non è un poliziotto corrotto nel senso classico: è un uomo convinto di servire la giustizia, che nel corso degli anni ha imparato a piegare le regole quando era certo di avere ragione. La sua tragedia non è aver ucciso il collega, ma non sapere più, nemmeno lui, se lo abbia fatto per errore o per un impulso più oscuro. La mancanza di sonno diventa così la condizione fisica di una coscienza che non trova pace, il corpo che paga il conto di ciò che la mente cerca di rimuovere.

È lo stesso nucleo di Memento, la verità che ci nascondiamo per poter continuare a vivere, ma trattato qui in chiave etica anziché puramente percettiva. E anticipa, in filigrana, tutto il cinema successivo di Nolan: il Bruce Wayne che rischia di diventare ciò che combatte, il Cobb di Inception che si porta dentro una colpa impossibile da cancellare, l’Oppenheimer che deve convivere con le conseguenze di ciò che ha creato. Il confronto tra Dormer e il suo antagonista funziona perché è uno specchio: due uomini che hanno commesso un atto irreparabile e che si raccontano di non essere davvero colpevoli.

L’opera più sottovalutata di un autore

Insomnia ottenne buone critiche e un solido successo commerciale, incassando oltre centotredici milioni di dollari nel mondo, ma nella percezione comune resta il film minore tra i primi lavori di Nolan, schiacciato tra la folgorazione di Memento e l’inizio dell’era Batman. È un giudizio che lo stesso regista ha contestato, indicandolo come il suo film più sottovalutato e, sorprendentemente, tra i più personali: fu la sua prima volta su un set di grandi dimensioni, lontano da casa, alla guida di star che ammirava. Imparare a mantenere la propria voce dentro un sistema che avrebbe potuto assorbirlo fu la vera prova di Insomnia, e Nolan la superò. Senza questa palestra, probabilmente, non ci sarebbe stata la sicurezza con cui di lì a poco avrebbe preso in mano un franchise da centinaia di milioni di dollari, trasformandolo in qualcosa che nessuno si aspettava. Ed è esattamente lì che ci porta la prossima tappa.

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