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Peppino di Capri: da ‘Champagne’ a ‘Natale col boss’

Dagli esordi con i Rockers al doppio ruolo in Natale col boss: la vita di un artigiano del pianoforte partenopeo che ha attraversato sessant'anni di canzone italiana.

by Grazia Caporale

Peppino di Capri se n’è andato l’11 luglio nella sua isola, quella Capri che gli aveva prestato il nome d’arte e che non aveva mai smesso di abitarlo. Aveva 86 anni, una carriera lunga più di sessanta e una canzone, Champagne, che da sola basterebbe a farne un pezzo di memoria collettiva italiana. Se ne va uno degli ultimi eleganti, un artigiano del pianoforte partenopeo che ha attraversato il rock and roll, il twist e la melodia napoletana senza mai smettere di sembrare a casa in ognuno di questi mondi.

Da Giuseppe Faiella al re del twist

Dietro il nome c’era Giuseppe Faiella, nato a Capri nel 1939 in una famiglia di musicisti. Suona il pianoforte davanti alle truppe americane a quattro anni, poi negli anni Cinquanta comincia a esibirsi nei night dell’isola e di Ischia. Nel 1958, con la Carisch, arriva la svolta: nasce Peppino di Capri e i suoi Rockers, e con Nun è peccato il successo è immediato. È tra i primissimi a riscrivere la canzone napoletana innestandola sul ritmo americano, dal mambo al cha cha cha.

Il salto definitivo è del 1961, quando porta in Italia il twist con la sua versione di Let’s Twist Again: prima in classifica per settimane, un milione di copie, e un’intera stagione che lo incorona re del ballo. Sono gli anni di St. Tropez Twist, Roberta, Speedy Gonzales, delle giacche di lamé e delle automobili americane, ma anche delle tournée alla Carnegie Hall e in America Latina. Nel giugno 1965 il suo gruppo fa da spalla ai Beatles nelle date italiane, un dettaglio che dice quanto fosse centrale nella scena di allora.

La consacrazione da autore arriva più tardi, con due vittorie a Sanremo: nel 1973 con Un grande amore e niente più su testo di Franco Califano, e nel 1976 con Non lo faccio più. Ma è Champagne, uscita a fine 1973, a diventare la sua firma per sempre, un brano che ha superato ogni moda e che nel 2023 gli è valso il Premio alla carriera sul palco dell’Ariston. Con quindici partecipazioni al Festival, condivide con pochissimi il record di presenze.

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Il doppio ruolo in Natale col boss, l’equivoco su DiCaprio

Il cinema, per Peppino, è stato quasi sempre un affaccio: comparse nei musicarelli degli anni Sessanta, un cameo per Pasolini in Comizi d’amore nel 1965, Champagne suonata al pianoforte in Terra bruciata nel 1999. L’unica volta in cui il cinema lo ha scritturato davvero, però, è arrivata a settantasei anni, con una delle idee comiche più riuscite del cinepanettone italiano.

In Natale col boss, film Filmauro del 2015 diretto da Volfango De Biasi, Lillo e Greg sono due chirurghi plastici alle prese con un boss camorrista che vuole cambiare faccia per sfuggire alla cattura. Il malavitoso chiede di diventare come Leonardo DiCaprio, ma la cadenza napoletana gioca il suo tiro: DiCaprio e di Capri suonano quasi identici, i due capiscono male, e il criminale si ritrova con le fattezze del cantante di Champagne. Da qui l’idea che ha convinto Peppino a mettersi letteralmente in gioco: interpreta un doppio ruolo, sé stesso e il boss rifatto, prestando la propria faccia a un capoclan della finzione. La critica lo premiò senza ironia, MYmovies lo definì “il futuro del cinepanettone”.

Il bello è nel dietro le quinte. Durante la scena in cui, per copione, doveva cantare male in teatro, Di Capri si fermava di continuo per scusarsi con la platea, ripetendo che stava solo recitando e che di certo non cantava così. Sui titoli di coda torna la sua canzone simbolo in versione rap, Fiumi di champagne, in duetto con Gué Pequeno. E sul compenso lasciò la battuta che lo racconta meglio di tante interviste: due ruoli, ma una paga sola, perché De Laurentiis non ci aveva sentito.

Una voce che resta

Restano i dischi, restano Champagne e Roberta e Nun è peccato, resta un modo di stare sul palco che sembrava non invecchiare mai. Peppino di Capri ha attraversato la musica italiana da protagonista discreto, senza gridare, come chi sa che l’eleganza non ha bisogno di alzare la voce. Ed è forse questa la cosa che mancherà di più: un signore al pianoforte che, anche dentro un cinepanettone, riusciva a restare esattamente sé stesso.

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