Home Curiosità‘Memento’, quando Nolan ha rovesciato il tempo

‘Memento’, quando Nolan ha rovesciato il tempo

Seconda tappa del nostro viaggio nella filmografia di Christopher Nolan. Con Memento il regista trasforma un limite neurologico in una struttura narrativa, e costruisce il film che gli avrebbe cambiato la carriera.

by Mauro Terrone

Un uomo con il corpo coperto di tatuaggi cerca l’assassino della moglie e non ricorda nulla di quello che ha fatto dieci minuti prima. È la premessa di Memento, il secondo film di Christopher Nolan, uscito nel 2000, e già in questa sola frase si intuisce la trappola. Perché la vera invenzione non sta nella malattia del protagonista, ma nella decisione di raccontare la sua storia procedendo all’indietro, costringendo chi guarda a condividere esattamente la stessa cecità. Dopo Following, dove lo spettatore era invitato a osservare senza capire, qui Nolan compie il passo successivo: trasforma quella condizione in architettura. È il film che lo rese una figura di culto internazionale, e resta la più limpida dichiarazione della sua poetica.

Una vendetta senza memoria

Leonard Shelby, interpretato da Guy Pearce, è un ex perito assicurativo colpito da amnesia anterograda: dopo l’aggressione in cui sua moglie è stata violentata e uccisa, il suo cervello non riesce più a fissare nuovi ricordi. Ogni pochi minuti la lavagna si cancella. Per sopravvivere e per dare la caccia all’uomo che chiama John G., Leonard ha costruito un sistema di memoria esterna: fotografie polaroid annotate a mano, appunti sparsi, e soprattutto i tatuaggi che si è fatto incidere sul corpo con le informazioni che ritiene certe. Attorno a lui ruotano due figure ambigue, il poliziotto Teddy interpretato da Joe Pantoliano e la barista Natalie di Carrie-Anne Moss, entrambi al corrente della sua condizione e in grado di sfruttarla. Ciò che accade e chi stia davvero manipolando chi è meglio scoprirlo guardandolo, perché il film distribuisce le proprie rivelazioni con una precisione che qualsiasi sintesi tradirebbe.

La mano del regista, ovvero il montaggio come malattia

La scelta che definisce Memento è di una semplicità spietata. Il film si compone di due linee narrative alternate: una a colori, che procede a ritroso, dalla fine verso l’inizio, e una in bianco e nero, che avanza in ordine cronologico. Le due si rincorrono per tutta la durata e si congiungono nella scena conclusiva, che è cronologicamente il punto centrale della vicenda. L’effetto è vertiginoso e non è mai gratuito: iniziando ogni sequenza a colori senza sapere cosa l’ha preceduta, lo spettatore si trova nella stessa identica posizione di Leonard, che entra in una stanza senza ricordare perché ci sia entrato. Il film non racconta l’amnesia, la riproduce.

Anche in questo caso, come in Following, gli indizi visivi guidano lo spettatore senza spiegargli nulla. Là erano i lividi sul volto e il taglio dei capelli, qui è il passaggio dal bianco e nero al colore, curato da Wally Pfister, alla prima delle sue molte collaborazioni con Nolan. Il corpo di Guy Pearce diventa a sua volta un dispositivo narrativo, un blocco per appunti su cui la storia è letteralmente scritta. Si racconta che sul set Nolan chiedesse all’attore di dimenticare a ogni ciak quanto sapeva della sceneggiatura, per abitare la bolla di dieci minuti in cui vive il suo personaggio.

C’è poi un dettaglio che vale come firma. Un uomo che non ricorda deve necessariamente affidarsi a supporti materiali: fotografie, inchiostro, carta. Il regista che ama la pellicola contro il digitale, l’effetto pratico contro la simulazione, sta già dicendo qui la sua idea di cinema. La memoria è un oggetto fisico, e la realtà si dimostra soltanto se la si può toccare.

I temi, ovvero le bugie che ci raccontiamo

Sotto la superficie del thriller, Memento è un film sull’autoinganno. Leonard si considera l’ultimo uomo affidabile in un mondo di manipolatori, perché si fida soltanto dei propri appunti e dei propri tatuaggi. Ma un appunto lo scrive qualcuno, e quel qualcuno è lui, in un momento che non ricorda più. Il sistema che dovrebbe garantirgli la verità è lo stesso che gli permette di costruirsela su misura. Ogni certezza che si è inciso sulla pelle è una scelta che ha fatto, e che ha subito dimenticato di aver fatto.

Da qui discende il tema più inquietante, che è anche il più universale. Non serve avere una lesione cerebrale per selezionare i ricordi che ci fanno comodo e cancellare quelli che ci accusano. Leonard è un caso estremo di una pratica quotidiana: ci raccontiamo una versione di noi stessi in cui possiamo continuare a vivere, e la chiamiamo identità. Il senso di colpa, motore segreto di quasi tutti i film di Nolan, da Insomnia a Interstellar fino a Oppenheimer, trova qui la sua forma più nuda. E torna, inevitabilmente, l’ossessione dello sguardo che credeva di controllare e che invece è controllato: lo spettatore di Memento, come il protagonista di Following, arriva alla fine convinto di aver capito, e scopre di essere stato accompagnato per mano esattamente dove il regista voleva portarlo.

Un racconto scritto dal fratello, una carriera che comincia

Vale la pena ricordare da dove viene tutto questo. La sceneggiatura nasce da un racconto di Jonathan Nolan, fratello minore del regista e futuro creatore di serie come Westworld e Person of Interest, intitolato Memento Mori. Curiosamente, il racconto fu pubblicato soltanto dopo la realizzazione del film. Nella pagina scritta il protagonista si chiama Earl, la struttura è diversa, e l’intera impalcatura di personaggi e sottotrame che conosciamo è invenzione di Christopher. Rimane però l’idea originaria, quella di un uomo intrappolato in un ciclo che non può ricordare e dunque non può interrompere.

Prodotto con circa cinque milioni di dollari, Memento passò alla Mostra di Venezia nel settembre del 2000 e arrivò nelle sale italiane il gennaio successivo. Ottenne due candidature agli Oscar, per la sceneggiatura originale e per il montaggio, e nel 2017 è stato selezionato per la conservazione nel National Film Registry della Biblioteca del Congresso americana. Nel giro di due anni, Christopher Nolan era passato da girare nei fine settimana con i soldi del proprio stipendio a essere il regista di cui tutti parlavano. Non aveva cambiato idee, aveva soltanto trovato i mezzi per realizzarle. La prossima tappa, Insomnia, lo avrebbe messo per la prima volta alla prova di un sistema che non era il suo.

Lo specialeViaggio nella filmografia di Christopher NolanTutti i film di Nolan, uno per uno, in ordine cronologico →

Related Articles