Home Curiosità‘Glee’, un omaggio alla musica che ha unito una generazione

‘Glee’, un omaggio alla musica che ha unito una generazione

Serie leggera e insieme fenomeno musicale, Glee ha trasformato le cover in eventi, dato spazio a diversità e disabilità e visto alcuni dei suoi protagonisti scomparire troppo presto.

by Valeria Bernardo

Glee ha debuttato nel 2009 come una commedia musicale ambientata tra i corridoi di un liceo dell’Ohio, e nel giro di poche stagioni è diventata qualcosa di più grande di una serie per adolescenti. Dietro la formula leggera del glee club di provincia, i New Directions della McKinley High, c’era un progetto che ha appassionato una generazione intera di ragazzi e che, con la scusa delle esibizioni, ha costruito alcuni dei numeri musicali più memorabili mai visti in televisione. È qui che sta il cuore della serie: Glee è stata, prima di tutto, un enorme omaggio alla musica.

Una serie leggera che ha appassionato una generazione

La premessa era semplice: un gruppo di studenti sfigati e talentuosi trova nel coro scolastico un rifugio dalle crudeltà del liceo, guidato da un professore di spagnolo appassionato e osteggiato dalla temibile Sue Sylvester. Su questa impalcatura da teen comedy, Glee ha innestato un ritmo da musical settimanale, con personaggi caricaturali ma riconoscibili, in cui migliaia di ragazzi hanno trovato un pezzo di sé. La leggerezza era il suo linguaggio, non il suo limite: proprio perché non chiedeva troppo allo spettatore, ha potuto parlare a un pubblico vastissimo e accompagnarlo per sei stagioni, fino al 2015.

Le cover che hanno superato gli originali

Il vero motore di Glee erano le performance. La serie ha reinterpretato oltre settecento brani nel corso della sua storia, entrando nella classifica Billboard Hot 100 più di duecento volte: numeri che raccontano meglio di ogni recensione quanto la componente musicale fosse centrale. Tutto era cominciato con Don’t Stop Believin’ dei Journey nel primissimo episodio, diventata da subito l’inno della serie e la canzone eseguita più volte in assoluto, capace di riportare in classifica anche l’originale.

Da lì, una sequenza di reinterpretazioni che in molti casi hanno rivaleggiato con i brani originali: la Bohemian Rhapsody dei Queen montata sul parto di Quinn, la Defying Gravity da Wicked, le prove vocali di Amber Riley e Naya Rivera, i mashup improbabili e riuscitissimi. La forza di Glee stava nel piegare la cover al racconto, trasformando un numero canoro nel momento emotivo dell’episodio.

Tra le esibizioni che i fan ricordano meglio c’è la versione di Total Eclipse of the Heart che abbiamo utilizzato per ricordare Bonnie Tyler il giorno della sua scomparsa, cantata nell’episodio Bad Reputation della prima stagione da Rachel insieme a Finn, Puck e Jesse. Un brano drammatico e sopra le righe, esattamente nelle corde della serie, che noi abbiamo condiviso sul nostro profilo Instagram.

La diversità e la disabilità al centro del racconto

Sotto la superficie brillante, Glee ha lavorato molto sui temi dell’inclusione, e lo ha fatto quando in televisione era ancora raro. La serie ha dato spazio a personaggi gay e lesbiche raccontati senza reticenze, da Kurt e Blaine a Santana e Brittany, e a un cast dichiaratamente vario per etnia e fisicità, in un’epoca in cui il coming out di un adolescente in prima serata non era scontato.

Il capitolo più interessante riguarda la disabilità. Artie Abrams, uno dei membri storici del coro, si muove su una sedia a rotelle, e la serie lo mette regolarmente al centro delle coreografie invece di relegarlo ai margini. Accanto a lui, la serie ha inserito Becky Jackson, interpretata da Lauren Potter, attrice con sindrome di Down, portando la rappresentazione della disabilità dentro il racconto e non ai suoi bordi. Scelte non prive di critiche, ma che hanno contribuito a rendere Glee un riferimento per molti spettatori che in televisione non si erano mai visti raccontati.

Il lato tragico di Glee: i protagonisti scomparsi troppo presto

La storia di Glee ha però un rovescio doloroso. Alcuni dei suoi giovani protagonisti sono morti prematuramente, trasformando la serie in un ricordo attraversato dal lutto. Cory Monteith, il Finn Hudson di cui si era innamorata mezza generazione, è morto nel luglio 2013 a soli trentuno anni, per un mix letale di eroina e alcol, pochi mesi dopo un percorso di riabilitazione. Sette anni dopo, esattamente nello stesso giorno, si è spenta Naya Rivera, la Santana Lopez dalla voce potentissima: annegata nel luglio 2020 nel lago Piru, in California, a trentatré anni, durante una gita in barca con il figlio piccolo, che riuscì a mettere in salvo. Due assenze che pesano ancora oggi su chiunque riguardi la serie.

Il volto più cupo di questa storia porta il nome di Mark Salling, il Puck della serie. Salling è morto suicida nel gennaio 2018, a trentacinque anni, mentre attendeva la condanna dopo essersi dichiarato colpevole di possesso di materiale pedopornografico: una vicenda giudiziaria grave che appartiene alla cronaca e che è impossibile ignorare parlando del cast.

Restano le canzoni, resta l’energia di quelle esibizioni, resta una serie che ha saputo essere insieme leggera e capace di lasciare un segno. Glee è stata un fenomeno effimero e imperfetto, eppure per una generazione di ragazzi ha significato qualcosa di preciso: la sensazione che anche gli sfigati, sul palco, potessero avere il loro momento di gloria.

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