Un uomo cammina per Londra e sceglie a caso uno sconosciuto da seguire. Non per rubare, non per aggredire: soltanto per guardare come vive qualcun altro. È il punto di partenza di Following, il film con cui nel 1998 un ventiseienne di nome Christopher Nolan si presentò al mondo, e già in quella premessa c’è tutto quello che il regista avrebbe raccontato per i successivi trent’anni. L’ossessione per l’identità, il piacere dell’inganno, il tempo sminuzzato e ricomposto come un puzzle. Rivederlo oggi, alla vigilia dell’uscita di The Odyssey, significa scoprire che Nolan non è diventato Nolan a Hollywood. Lo era già, quando girava di sabato con i soldi dello stipendio.
Un noir londinese costruito sull’inganno
La sinossi è ingannevolmente semplice. Il protagonista, uno scrittore disoccupato e solitario che si fa chiamare Bill, ha sviluppato l’abitudine di pedinare gli sconosciuti per le strade di Londra, convincendosi che sia materiale per un romanzo. Si è dato delle regole precise, la prima delle quali è non seguire mai la stessa persona due volte. Quando infrange quella regola, l’uomo che sta seguendo si accorge di lui e lo affronta. Si chiama Cobb, è un ladro d’appartamento, e invece di denunciarlo lo invita a partecipare. Non ruba per denaro, spiega, ma per interrompere la vita degli altri, per costringerli a guardare quello che possiedono. Bill lo segue in quel mondo, si innamora di una donna bionda incontrata durante un furto, e comincia a perdere il controllo di una vicenda che sembrava avere in mano fin dall’inizio. Dove porti tutto questo è meglio scoprirlo in sala, perché il film costruisce ogni suo effetto sulla distanza tra ciò che vediamo e ciò che crediamo di aver capito.

La mano del regista, riconoscibile fin dalla prima inquadratura
La scelta più radicale di Following è strutturale. Il film è raccontato in tre linee temporali intrecciate, montate in modo che lo spettatore assista prima alle conseguenze e solo dopo alle cause. Nolan ci fornisce un aiuto minimo e volutamente sottile per orientarci: l’aspetto fisico del protagonista cambia da un blocco all’altro, il volto integro o tumefatto, i capelli scomposti o in ordine, il vestito da disoccupato o quello elegante. Sono indizi visivi che chiedono attenzione, esattamente come le fotografie polaroid di Memento due anni dopo. La struttura non è un vezzo formale: è il modo in cui il film costringe chi guarda a fare la stessa cosa che fanno i suoi personaggi, cioè ricostruire una verità a partire da frammenti raccolti fuori ordine.
Poi c’è la materialità, l’altra firma inconfondibile. Following fu girato in sedici millimetri, in bianco e nero, con una cinepresa a mano, per una cifra che secondo lo stesso Nolan si aggirava attorno alle poche migliaia di sterline. Le riprese si svolsero nei fine settimana, nell’arco di un anno intero, perché la troupe era composta da amici che durante la settimana lavoravano. Nolan scrisse, diresse, fotografò, montò e produsse. Ogni scena venne provata a lungo prima di essere girata, perché la pellicola costava e non ci si poteva permettere più di un paio di ciak. Le case in cui i personaggi si introducono sono gli appartamenti dei suoi amici, il suo compreso. È un vincolo economico che diventa metodo, e il metodo resterà: anche trent’anni dopo, con budget da centinaia di milioni, Nolan continuerà a girare in pellicola, a preferire l’effetto pratico al digitale, a considerare il limite fisico un alleato della regia.
Un dettaglio che gli appassionati amano segnalare: sulla porta di uno degli appartamenti compare l’adesivo del logo di Batman. Sette anni prima di Batman Begins, in un film costato quanto un’utilitaria usata.
I temi, ovvero la trappola dello sguardo
Following è un film sul guardare, e sulla presunzione di chi guarda. Bill osserva gli sconosciuti convinto di studiarli, di essere il soggetto attivo della relazione, e non si accorge mai di essere lui l’osservato. È la condizione dello spettatore, che il film mette in scena con una lucidità quasi crudele: crediamo di leggere le immagini, mentre sono le immagini a condurci dove vogliono. Nolan lo dice apertamente attraverso Cobb, che non ruba oggetti ma certezze, e che considera la violazione dell’intimità altrui un gesto quasi pedagogico.
Attorno a questo nucleo si dispongono le altre ossessioni. L’identità come costruzione instabile, con un protagonista che cambia vestiti, nome e postura a seconda di chi lo sta osservando. La manipolazione come forma d’arte, tema che The Prestige avrebbe portato al suo culmine. E il senso di colpa che innesca ogni cosa, motore segreto di quasi tutti i suoi film successivi, da Memento a Interstellar fino a Oppenheimer. Persino il nome Cobb tornerà, dato al protagonista di Inception: un altro ladro che si introduce dove non dovrebbe, un altro uomo che perde il controllo del proprio gioco.

Un debutto che vale più di quanto costò
Following durò poco più di un’ora, uscì in un pugno di sale e fu accolto nei festival come la promessa di un talento anomalo. Non incassò praticamente nulla, ma bastò a procurare a Nolan i finanziamenti per Memento, che due anni dopo lo avrebbe reso una figura di culto internazionale. Oggi è il film meno visto della sua filmografia e insieme il più rivelatore, perché mostra un autore che non aveva ancora nessuno strumento e possedeva già tutte le idee. Chi vuole capire cosa succederà nelle tre ore di The Odyssey farebbe bene a cominciare da qui, da sessantanove minuti girati con una cinepresa presa in prestito, in cui un uomo segue uno sconosciuto e finisce per perdere se stesso.
Se non l’avete visto “Following” è disponibile su Prime Video con l’abbonamento standard.
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