Jodie Foster non usa mezzi termini quando parla di intelligenza artificiale e cinema, e stavolta il suo bersaglio è un successo recente: F1, il film corse con Brad Pitt diretto da Joseph Kosinski. Durante una conversazione all’Aspen Ideas Festival con l’ex numero uno di Sony Pictures Michael Lynton, l’attrice ha lanciato un’ipotesi che ha subito fatto discutere: secondo lei la pellicola potrebbe essere stata concepita con l’aiuto della GenAI.
L’occasione era un panel dal titolo “Who Owns the Future of Hollywood?”, pensato per discutere chi possiede il futuro di Hollywood durante una sessione all’Aspen Ideas Festival, toccando i temi che stanno riscrivendo l’industria del cinema, dal ruolo della pandemia agli scioperi sindacali, fino al tema più discusso del momento: l’intelligenza artificiale. In questo contesto Foster ha citato proprio F1 come esempio di come alcuni film sembrino ormai costruiti a tavolino da un algoritmo.
Le sue parole sono state nette: “Non lo dico in modo denigratorio, come potrei? Questo film ha incassato milioni di dollari. Ma guardo un film come F1 e penso: F1 è stato fatto dall’IA”, ha detto con un sorriso durante l’evento in Colorado. Poi ha aggiunto: “Non è così? Voglio dire, la struttura era esattamente quella che si impara a scuola. Gli attori dicono le battute esattamente come le scriverebbe un computer, sapendo esattamente cosa sarebbe giusto in quel momento”.
Non si tratta, precisa l’attrice, di un’accusa diretta contro il film in sé, quanto di una riflessione più ampia su come la tecnologia stia già influenzando la scrittura e la messa in scena di certi blockbuster. Diverse testate che hanno seguito il panel hanno sottolineato che Foster sembrava usare F1 come esempio piuttosto che affermare che fosse stato effettivamente creato dall’IA, un distinguo importante per capire il senso delle sue parole.

Il film chiamato in causa non è un prodotto minore: F1, con Brad Pitt e Damson Idris, prodotto tra gli altri da Jerry Bruckheimer e con il coinvolgimento del campione di Formula 1 Lewis Hamilton, è stato tra i titoli di punta della scorsa stagione. Il film ha vinto l’Oscar per il miglior sonoro, oltre alle nomination per miglior film, montaggio ed effetti visivi, incassando più di 634 milioni di dollari al botteghino globale. Proprio questo successo commerciale e critico rende il paragone di Foster ancora più provocatorio: non si tratta di un flop scritto frettolosamente, ma di uno dei titoli più premiati e redditizi dell’anno.
Nel corso della conversazione con Lynton, Foster ha allargato il discorso al tema dell’occupazione nel settore. L’attrice ha riconosciuto che l’intelligenza artificiale sta già eliminando posti di lavoro a Hollywood, sperando che strumenti come i sindacati riescano a intervenire stabilendo che se un attore viene usato venti volte debba essere pagato venti volte, un principio che considera giusto.
Non è la prima volta che Foster si confronta direttamente con l’intelligenza artificiale sul set. L’attrice ha infatti rivelato che il suo film del 2025 A Private Life, diretto da Rebecca Zlotowski, ha utilizzato l’IA per una sequenza onirica che a suo giudizio è riuscita bene, nonostante le immagini generate “non avessero alcun senso”. Il progetto, presentato fuori concorso al Festival di Cannes 2025, vede Foster nei panni di una psichiatra americana a Parigi, in quella che è stata la sua prima interpretazione quasi interamente in lingua francese; il cast è guidato da Jodie Foster, Daniel Auteuil e Virginie Efira, con le riprese svolte tra Parigi e la Normandia tra settembre e novembre 2024.

Sul futuro della tecnologia applicata al cinema, Foster ha mantenuto un atteggiamento più sfumato di quanto il titolo delle prime pagine potrebbe suggerire. Piuttosto che demonizzare lo strumento, l’attrice si è detta convinta che l’IA possa avere un ruolo utile per compiti come la pre-visualizzazione e lo storyboard, aggiungendo che l’obiettivo dovrebbe essere quello di permettere ai filmmaker di dominare l’intelligenza artificiale senza mai perdere di vista questo principio, perché se si riuscirà a dominarla in modo consistente nel tempo si potranno realizzare opere che riflettono davvero chi siamo, rendendole migliori.
Il tema resta comunque caldo per l’intero settore. Negli stessi giorni in cui Foster interveniva ad Aspen, il dibattito sull’IA a Hollywood si intrecciava con le discussioni politiche negli Stati Uniti: il sindacato degli attori aveva già preso posizione sul quadro normativo proposto dall’amministrazione statunitense in materia di intelligenza artificiale, segno di quanto la questione sia ormai centrale tanto per gli interpreti quanto per gli studios.
Le parole di Foster, pronunciate con il consueto tono riflessivo che contraddistingue i suoi interventi pubblici, aggiungono un tassello a un confronto che a Hollywood non accenna a placarsi: quello tra creatività umana e strumenti generativi, in un’industria che si interroga su come tracciare il confine tra i due mondi senza perdere, come ha ricordato la stessa attrice, la dignità del mestiere.












