The Mission, disponibile ora sulle piattaforme digitali, arriva con poca fanfara produttiva ma con un impatto visivo e umano difficile da scrollarsi di dosso. Il protagonista è il dottor Mohammad Tahir, neurochirurgo britannico-iracheno di formazione, alla sua terza missione umanitaria a Gaza. Chirurgo ortopedico e dei nervi periferici, nato in Gran Bretagna da genitori iracheni, Tahir e il suo team hanno eseguito complessivamente quasi 1.200 procedure nel corso delle missioni, salvando la vita a uomini, donne e bambini palestinesi.
Il film non è opera di una troupe esterna. Le riprese sono state affidate a due colleghi medici di Tahir presenti a Gaza, perché con decine di giornalisti uccisi nel conflitto e nessun accesso consentito alle troupe occidentali, i professionisti sanitari sono diventati gli unici testimoni di quanto accadeva nelle sale operatorie, filmando con telefoni introdotti clandestinamente nella zona di guerra. Il regista e produttore Mike Lerner, candidato all’Oscar, ha poi costruito il film a distanza, lavorando sul materiale ricevuto. Alla fine della permanenza di Tahir a Gaza, il team aveva raccolto circa cento ore di girato, elaborate tra febbraio e maggio 2025 per restituire un ritratto lacerante e instancabile degli sforzi del personale medico.
Quello che si vede sullo schermo è brutale senza essere gratuito. Tahir e i suoi colleghi operano negli ospedali a malapena funzionanti di Gaza durante alcuni dei giorni e delle notti più bui del conflitto, nell’inverno 2024-2025, con scorte di materiale medico ridotte al minimo. Il supporto logistico arriva da FAJR Global, organizzazione no-profit con sede negli Stati Uniti che fornisce assistenza medica alle popolazioni più bisognose. Fondata nel 2022, FAJR Global eroga cure chirurgiche specializzate, formazione medica e aiuti umanitari.

Le scene operatorie sono difficili da guardare, e non solo per le immagini crude. Molte delle vittime sono bambini, dai corpi dei quali Tahir e i colleghi estraggono proiettili e piccoli cubi di tungsteno, un tipo di scheggia progettata per causare il massimo danno. La compostezza del chirurgo cede in momenti come quello in cui racconta di aver dovuto rimuovere una mascella estranea conficcata nella ferita di un paziente. Più avanti nel film, tratta una bambina che ha perso un braccio in un bombardamento: riesce a reimpiantarlo dopo che la famiglia ritrova l’arto tra le macerie della loro casa.
Il documentario evita di trasformarsi in un catalogo interminabile di orrori. I registi hanno scelto di inserire alcune pause: una sequenza in cui Tahir e i colleghi trascorrono una giornata al mare, una scena in cui lui prende in giro bonariamente una studentessa di medicina china sui libri. Sono istanti minimi, ma necessari per rendere sopportabile il peso di quanto si è visto.
La sezione finale, girata subito dopo l’annuncio del cessate il fuoco, mostra una processione lunghissima di rifugiati che marciano verso casa: un ritratto della resistenza umana impossibile da dimenticare. Il film sceglie deliberatamente di non entrare nel merito delle responsabilità politiche: le immagini parlano da sole, con un’efficacia che il normale reportage giornalistico difficilmente riesce a raggiungere.
Tahir aveva già costruito un’ampia presenza sui social media documentando il proprio lavoro sul campo. Ha però riconosciuto la capacità del cinema di raccontare storie più in profondità. The Mission non è un film perfetto sul piano formale, ma la sua forza sta altrove: nella testimonianza diretta, nella continuità dello sguardo, nella capacità di restituire l’umanità di chi opera in condizioni al limite dell’immaginabile.












