Esistono festival che sopravvivono a sé stessi, che diventano qualcosa di più di un programma stagionale. Creuza de Mà è uno di questi. Dal 22 al 25 luglio 2026, l’isola di San Pietro accoglie la ventesima edizione di uno degli appuntamenti più originali nel panorama culturale italiano: un festival nato per guardare il cinema dalla parte del suono, e che in due decenni non ha mai smesso di farlo con rigore, passione e una certa ostinazione silenziosa.
Creuza de Mà è ideato e diretto dal regista Gianfranco Cabiddu e organizzato dall’associazione culturale Backstage, ed è tra i pochissimi festival nel panorama nazionale e internazionale a ruotare interamente intorno al rapporto tra musica e immagini in movimento. Un posizionamento che, a vent’anni di distanza dalla prima edizione, resta raro e prezioso quanto allora.
Quello che colpisce, sfogliando il programma 2026, è la totale assenza di autocompiacimento. Nessun galà nostalgico, nessun “best of” compilativo. L’immagine ufficiale dell’edizione è stata affidata all’artista sardo Luca Molinas, autore di un manifesto che rende omaggio a questi primi vent’anni di festival: musica, immagini, incontri e tramonti sul mare. Un’icona, non un bilancio.
Cabiddu stesso ha sintetizzato questa filosofia con chiarezza: il festival ha costruito nel tempo “uno spazio unico di incontro tra musica e cinema, tra professionisti, studenti e nuove generazioni di artisti”. La parola che ricorre è incontro, non vetrina. Ed è questa la differenza che rende Carloforte un luogo diverso da qualsiasi altra rassegna cinematografica.
Il programma di proiezioni sarà inaugurato da Andando dove non so – Mauro Pagani, una vita da fuggiasco, documentario diretto da Cristiana Mainardi dedicato a Mauro Pagani, figura chiave della storia della musica italiana e autore di numerose colonne sonore per registi come Gabriele Salvatores, Davide Ferrario e Roberta Torre. Una scelta coerente: aprire con un ritratto d’autore che è esso stesso un dialogo tra suono e immagine.
La selezione include poi due titoli che raccontano qualcosa di più del semplice merito artistico. Tienimi presente di Alberto Palmiero e Gioia Mia di Margherita Spampinato sono entrambi legati al progetto formativo del festival: il primo nasce da una collaborazione tra regista e compositore che si è sviluppata proprio a Carloforte; il secondo ha vinto il premio per il miglior esordio e la miglior attrice protagonista ai David di Donatello 2026, con musiche di Alice Zecchinelli, a sua volta allieva del Campus. Sono i frutti di un lavoro seminato negli anni, non il risultato di un bando.

Chiudono la selezione Primavera di Damiano Michieletto, liberamente ispirato a Stabat Mater di Tiziano Scarpa e dedicato all’incontro tra una giovane violinista dell’Ospedale della Pietà e Antonio Vivaldi, e Su Maistu di Cabiddu stesso, documentario su Luigi Lai, novantatreenne considerato il più autorevole interprete vivente delle launeddas e vincitore del Premio “Per il Cinema Italiano” al Bif&st 2026. Due strade diverse verso la stessa domanda: cosa significa custodire una tradizione sonora?
Torna Round Midnight, il ciclo di concerti notturni diventato nel tempo uno dei momenti più amati dal pubblico di Creuza de Mà: protagonisti dell’edizione 2026 saranno Mauro Palmas e Giacomo Vardeu, Ginevra Nervi e Francesco Motta, in tre raffinati live al Giardino di Note.
La presenza di Motta ha una risonanza particolare in questo contesto. Il cantautore celebra quest’anno il decennale del suo album d’esordio, La fine dei vent’anni, e a Carloforte sarà protagonista di uno speciale set acustico tra musica e parole. La fine dei vent’anni è il primo album in studio di Motta, pubblicato il 18 marzo 2016, e si è aggiudicato la Targa Tenco 2016 nella categoria Opera prima. Portare quel disco in un festival che compie vent’anni, in un formato spogliato e intimo, non è una coincidenza di calendario: è una scelta editoriale precisa, e funziona.
Tra i momenti più suggestivi del festival anche Cinema Naturale, l’appuntamento al tramonto nella Tonnara Comunale di Carloforte, dove il paesaggio dell’isola diventa parte integrante dell’esperienza artistica. Ad accompagnare il calare del sole sarà il set di violoncello solo di Karen Hernandez, in un dialogo tra immagini, natura e suono. Una performance che non avrebbe lo stesso senso altrove: è l’isola stessa a diventare sala da concerto.
Tra gli ospiti della ventesima edizione c’è Carolina Crescentini, attrice che ha costruito una carriera sapendo muoversi tra registri molto diversi: dal cinema d’autore alla commedia, fino alla serialità televisiva, collaborando con autori come Gabriele Muccino, Ferzan Ozpetek, Giuliano Montaldo e i Manetti Bros. La sua presenza al festival non è quella della celebrity invitata per dare lustro alla locandina. Creuza de Mà funziona così: porta le persone per quello che hanno da dire, non per quello che rappresentano.
Creuza de Mà si fonda soprattutto sull’incontro e lo scambio, e trova il suo senso più profondo nel trasmettere l’arte alle nuove generazioni attraverso il progetto di alta formazione del Campus di musica e suono per cinema e audiovisivi, promosso insieme al Centro Sperimentale di Cinematografia.
Per la ventesima edizione si ritroveranno a Carloforte circa trenta allievi del Centro Sperimentale insieme a giovani musicisti provenienti da diverse realtà formative italiane. Masterclass, laboratori, proiezioni dei cortometraggi realizzati nel percorso formativo: e poi il Premio Campus per Giovani Compositori di Musica per Cinema intitolato ad Alessandro Speranza, dedicato al giovane compositore prematuramente scomparso. Un nome che il festival porta avanti con discrezione e continuità.
Vent’anni di Creuza de Mà dimostrano che c’è un pubblico disposto a prendere un traghetto per ascoltare musica da film in un’isola del Sulcis. E che quel pubblico torna. Questo non è un dato scontato nell’ecosistema dei festival italiani, sempre più esposti alle logiche dell’evento unico e dell’impatto immediato sui social.
Quello che Cabiddu ha costruito è qualcosa di più difficile da replicare: un luogo in cui il tempo scorre diversamente, in cui una conversazione tra un compositore e uno studente può valere quanto un concerto, in cui il tramonto non è uno sfondo ma un elemento drammaturgico. Un festival che non ha bisogno di spiegarsi perché è riconoscibile. E a vent’anni dall’inizio, è ancora in rotta.












