Dopo due anni di attesa, la terza stagione di House of the Dragon sceglie di non perdere tempo. Il primo episodio si apre con la Battaglia del Condotto, uno degli snodi marittimi più sanguinosi e attesi dai lettori del romanzo Fuoco e Sangue, da cui lo show è tratto. È una scelta precisa e coraggiosa: portare in apertura di stagione uno scontro che nei cicli precedenti sarebbe stato riservato al penultimo o all’ultimo episodio.
La terza stagione della serie HBO, prequel de Il Trono di Spade, è arrivata su Sky il 22 giugno 2026 in contemporanea assoluta con gli Stati Uniti. La stagione è composta da 8 episodi, ciascuno con una durata media di circa 60 minuti.
Una battaglia per ripartire
La Battaglia del Condotto arriva già nel corso della première della terza stagione, in un episodio particolarmente lungo che dovrebbe dedicare circa venticinque minuti allo scontro navale. Lo scontro vede contrapporsi la flotta Velaryon guidata da Corlys e le forze della Triarchia, sostenute da Tyland Lannister e comandate da Sharako Lohar. Draghi nel cielo, navi in fiamme, combattimenti su più fronti simultanei: la messa in scena è ambiziosa quanto ci si aspettava, e dimostra che HBO continua a investire pesantemente nella componente spettacolare del franchise.
Durante l’ATX TV Festival di Austin, lo showrunner Ryan Condal ha svelato i numeri impressionanti dietro la macchina produttiva della terza stagione: 314 giorni di riprese, oltre 25 tonnellate di propano consumate e centinaia di attori impegnati su set fisici monumentali. Condal ha paragonato l’importanza della Battaglia del Condotto a quella della Battaglia del Fosso di Helm ne Il Signore degli Anelli: Le Due Torri, lasciando intendere che rappresenterà uno degli eventi più spettacolari mai mostrati nella saga.
La spettacolarità c’è, e si vede. Ma è anche qui che emerge la vera natura di House of the Dragon: a differenza di molti momenti iconici del suo predecessore, nessuna conquista viene mai celebrata come una vittoria piena. Ogni successo porta con sé perdite irreparabili, e ogni personaggio sembra sempre più consapevole di combattere una guerra che nessuno può davvero vincere. È la scelta narrativa più coerente dell’intera serie, anche se il rischio è che questa malinconia strutturale finisca per appiattire il coinvolgimento emotivo nel lungo periodo.

I personaggi tornano al centro
La terza stagione corregge uno dei limiti più evidenti del ciclo precedente: le storyline, che nella seconda stagione procedevano spesso in parallelo senza mai incrociarsi davvero, qui tornano a convergere. I protagonisti si confrontano di nuovo direttamente, e il racconto guadagna tensione e dinamismo.
Il cuore della serie resta il rapporto tra Rhaenyra e Alicent. Emma D’Arcy e Olivia Cooke costruiscono un equilibrio fatto di affetto, rimorso e ostilità che continua a dare profondità a un conflitto ormai senza ritorno. È il tipo di scena in cui House of the Dragon riesce davvero a distinguersi dalla serie madre.
Anche Daemon — interpretato da Matt Smith — trova in questa stagione una direzione più interessante rispetto alla precedente. Daemon, dopo un lungo e tormentato isolamento nel castello stregato di Harrenhal, giura finalmente fedeltà a Rhaenyra unendo i signori delle Terre dei Fiumi al suo esercito. Il personaggio smette di girare a vuoto e torna a influenzare gli equilibri della storia con quella presenza scenica che lo aveva reso uno dei protagonisti più affascinanti della serie.
Nella terza stagione le fazioni di Casa Targaryen si affrontano in una guerra senza precedenti: Rhaenyra sembra sul punto di ottenere la vittoria con un esercito di draghi sotto il suo comando, Aegon II in fuga dalla capitale e un fragile accordo stretto con Alicent. Ma l’equilibrio del potere cambia in modi imprevedibili: le alleanze si spezzano, i legami si trasformano e nuovi protagonisti entrano in gioco.
Cosa non funziona ancora del tutto
Il cast rimane enorme, e la quantità di casate, alleanze e genealogie rende ancora difficile orientarsi senza un buon ripasso delle stagioni precedenti. La terza stagione è stata girata da marzo a ottobre 2025, e la produzione ha chiaramente lavorato per rendere la narrazione più compatta; tuttavia, il ritmo alterna ancora accelerazioni improvvise a momenti più statici, e la densità del racconto richiede attenzione costante.
L’abbondanza di draghi, paradossalmente, comincia a perdere parte del suo impatto. Nelle prime stagioni ogni apparizione era un evento; oggi i grandi rettili alati sono diventati quasi un elemento abituale della narrazione. Lo spettacolo resta impressionante, ma l’effetto meraviglia inevitabilmente si attenua.

Un punto di vista nuovo: il costo della guerra per chi non combatte
L’aspetto più interessante della nuova stagione è forse un altro. Dietro il conflitto dinastico emergono con maggiore forza le conseguenze della guerra sulla popolazione comune. Per la prima volta la serie dedica più attenzione a chi subisce le decisioni della nobiltà, mostrando come la lotta per il Trono di Spade abbia un costo enorme soprattutto per chi non partecipa al gioco del potere. È un punto di vista che amplia il respiro della narrazione e rende Westeros più credibile.
La terza non sarà l’ultima stagione: è già stata confermata la quarta, che sarà quella conclusiva, attesa nel 2028, e che chiuderà definitivamente il racconto della rovinosa caduta di Casa Targaryen.
La sensazione, dopo i primi episodi disponibili, è quella di una serie che ha ritrovato una direzione. Non è ancora al livello dei momenti migliori di Game of Thrones, soprattutto perché manca quella capacità di sorprendere continuamente con svolte davvero imprevedibili. Tuttavia, House of the Dragon sembra aver capito che la propria forza non risiede soltanto nei draghi o nelle grandi battaglie. Ed è proprio quando mette da parte lo spettacolo per concentrarsi sui suoi personaggi che riesce a offrire i momenti migliori. Voto: 6/10












