Home FilmRecensione: ‘Ricchi da morire’ con Glen Powell: la dark comedy sull’avidità che guarda ai classici britannici

Recensione: ‘Ricchi da morire’ con Glen Powell: la dark comedy sull’avidità che guarda ai classici britannici

John Patton Ford porta in sala una commedia nera su eredità, privilegio e corruzione morale, con un Glen Powell sempre più a suo agio nei panni dell'anti-eroe.

by Mauro Terrone

Il film di John Patton Ford, distribuito in Italia da Lucky Red dal 17 giugno 2026, arriva con un titolo che dice già molto: Ricchi… da morire – Delitti in famiglia. Il titolo originale è How to Make a Killing, molto più diretto nel suggerire il doppio senso tra guadagno e omicidio; in Italia diventa una scelta più commerciale ma coerente con il tono del film, una storia di patrimonio, parenti ingombranti, risentimento sociale e ambizione portata oltre il limite.

Un classico britannico riletto in chiave contemporanea

Il riferimento principale del film è Sangue blu (Kind Hearts and Coronets), classico della commedia nera degli Ealing Studios del 1949 diretto da Robert Hamer. Anche lì il cuore narrativo era una vendetta ereditaria: un uomo escluso dalla nobiltà decideva di eliminare i parenti che lo separavano dal titolo e dal patrimonio. John Patton Ford riprende quella struttura e la aggiorna in chiave contemporanea: il contesto non è più l’aristocrazia britannica, ma una ricchissima famiglia americana. Cambia il bersaglio sociale, non più il sistema dei titoli nobiliari, ma quello del capitale familiare, delle fondazioni, delle aziende, degli investimenti e del prestigio comprato con generazioni di potere.

La trama: un outsider, una dinastia, un piano spietato

Il film racconta la storia di Becket Redfellow (Glen Powell), un outsider cresciuto lontano dalla sua famiglia d’origine, una dinastia ricchissima che lo ha rinnegato alla nascita. Determinato a reclamare ciò che ritiene suo di diritto, Becket mette in atto un piano tanto ambizioso quanto spietato: eliminare, uno dopo l’altro, tutti i parenti che lo separano dall’eredità miliardaria. L’incontro e lo scontro con Julia Steinway (Margaret Qualley) rimetterà in discussione tutto, fino al confronto finale con il temuto capo famiglia, Whitelaw Redfellow (Ed Harris).

La premessa è chiara fin dall’inizio: Becket non nasce povero in senso assoluto, ma nasce escluso. Sua madre Mary è stata allontanata dalla famiglia Redfellow e cresce il figlio senza la protezione economica di quella dinastia. Prima di morire, gli lascia un’idea destinata a diventare veleno: non arrendersi finché non avrà ottenuto la vita che desidera. Da adulto, Becket trasforma quella frase in un programma.

Glen Powell: fascino da star, inadeguatezza da anti-eroe

Il film si apre in un carcere, con Becket che riceve la visita di un prete poco prima di essere giustiziato. Patton Ford, anche sceneggiatore, introduce così il racconto da quello che sembra essere il triste epilogo del protagonista, prima di ripercorrere a ritroso le tappe che lo hanno portato lì. Glen Powell era alla ricerca di un progetto “profondo e diverso, provocatorio e incisivo”, dopo aver completato Hit Man e Tutti tranne te, ed essendo fan di Patton Ford fin dal suo esordio.

Powell si muove con naturalezza tra ambizione, sarcasmo e spietatezza, dando vita a un protagonista tanto discutibile quanto affascinante. L’attore lavora ancora una volta sul contrasto tra il proprio bell’aspetto e una certa inadeguatezza di fondo, uno schema già esplorato altrove ma che qui trova una declinazione più oscura. Il risultato è un personaggio capace di far dimenticare allo spettatore l’orrore di ciò che compie, spingendolo persino a giustificarne le azioni.

Margaret Qualley porta energia e personalità al ruolo di Julia Steinway, personaggio capace di destabilizzare i piani di Becket e di aggiungere una dimensione emotiva alla vicenda. A completare il quadro c’è un sempre autorevole Ed Harris, che conferisce al patriarca Whitelaw Redfellow una presenza scenica imponente e minacciosa. Il cast include anche Jessica Henwick e Topher Grace.

Satira sociale e dubbio morale

Patton Ford costruisce il percorso criminale di Becket attraverso una galleria di vittime tutt’altro che casuali: il regista sposta l’azione nella New York di oggi e prova a fare lo stesso che il classico britannico faceva con l’aristocrazia, rivolgendosi questa volta al privilegio e al potere di una dinastia di super-ricchi. Il protagonista scopre di essere escluso dall’eredità di famiglia a causa del passato di sua madre, che si era allontanata per amore, e decide di rimediare eliminando uno a uno i parenti che lo precedono nella linea di successione.

Le vittime prescelte, tra life coach, influencer, pseudo-artisti annoiati e rampolli della finanza, sono figure verso cui è facile provare un certo senso di ingiustizia. Vederli fare una brutta fine sullo schermo risulta quasi catartico. Ma è qui che il film gioca la sua carta più interessante: il racconto non porta avanti solo una critica ai privilegiati, ma interroga anche lo spettatore disposto a giustificare le azioni di Becket, sollevando un dubbio morale che attraversa tutta la vicenda.

Il film mescola vendetta, satira sociale e intrattenimento puro, offrendo una visione cinica e adrenalinica del desiderio umano di ricchezza e potere. La violenza non viene presentata come un’eccezione, ma come la naturale conseguenza di un sistema fondato sul possesso e sull’accumulazione, e la famiglia Redfellow incarna un’incapacità strutturale di costruire relazioni autentiche al di là della transazione economica.

Pregi e limiti di un’opera che intrattiene senza osare abbastanza

Il limite strutturale emerge quando la scrittura introduce dilemmi morali e risvolti sentimentali troppo tradizionali. Nel tentativo di non rendere Becket un mostro bidimensionale, la sceneggiatura rallenta la ferocia della satira. Le indagini della polizia vengono liquidate con troppa superficialità e le soluzioni narrative per farla franca perdono via via credibilità, preferendo un intrattenimento rassicurante rispetto alla spietatezza che il genere richiederebbe.

John Patton Ford conferma la talentuosa gestione dell’azione e compone un film molto veloce, segnato da una progressione implacabile e da un montaggio serrato. Alcune scelte narrative seguono però percorsi prevedibili e la sensazione è che si sarebbe potuto osare di più nelle conclusioni morali, spingendo più a fondo la riflessione sull’avidità e sui privilegi ereditati.

Rispetto al suo esordio, Patton Ford si presenta come autore di un’elegante satira sociale su ricchezza e privilegi che ripiega abilmente sul thriller psicologico con toni surreali. Il risultato è un’opera divertente, ben interpretata e costruita con il giusto gusto per le immagini: una dark comedy thriller che riesce a intrattenere con ritmo, ironia e una buona dose di cinismo. Non un capolavoro del genere, ma un film che sa fare bene il suo mestiere e che, grazie al carisma dei suoi interpreti, mantiene vivo l’interesse dall’inizio alla fine.

FILM
3/5

Scheda tecnica

  • Genere: Commedia nera, Thriller, Noir
  • Nazione: USA / Regno Unito
  • Uscita: 17/06/2026
  • Durata: 105 min
  • Piattaforma / Distribuzione: Lucky Red
  • Produzione / Network: Graham Broadbent e Pete Czernin (per Blueprint Pictures)
  • Regia: John Patton Ford
  • Sceneggiatura: John Patton Ford
  • Basato su: romanzo "Israel Rank: The Autobiography of a Criminal" di Roy Horniman
  • Fotografia: Todd Banhazl
  • Montaggio: Harrison Atkins
  • Musiche: Emile Mosseri

Cast principale

  • Glen Powell – Becket Redfellow
  • Margaret Qualley – Julia Steinway
  • Ed Harris – Whitelaw Redfellow
  • Nell Williams – Mary Redfellow
  • Jessica Henwick – Ruth

Related Articles