Pandora brucia. E stavolta non è una metafora. Con Avatar: Fuoco e Cenere James Cameron abbandona le acque cristalline del reef dei Metkayina e porta la famiglia Sully in un territorio narrativo inedito per la saga: lava, cenere, dolore e un nemico che non parla la lingua semplice del cattivo colonizzatore. Il film è disponibile su Disney+ dal 24 giugno, ed è il momento giusto per chiedersi cosa funziona davvero in questo terzo capitolo e dove, invece, Cameron perde e ritrova il filo.
L’uscita italiana del film risale al 17 dicembre 2025, e il film arriva su Disney+ esattamente dopo 27 settimane di finestra cinematografica. Una scelta che conferma la strategia di Cameron e Disney: la sala prima di tutto, lo streaming come seconda vita. Il film ha incassato 1,48 miliardi di dollari al botteghino mondiale e ha conquistato un Premio Oscar per i migliori effetti visivi. Numeri che, letti da soli, sembrerebbero il trionfo assoluto. Ma il contesto racconta qualcosa di più sfumato.
Il predecessore, Avatar: La via dell’acqua, aveva incassato 2,3 miliardi di dollari a livello globale, il che significa che Fuoco e Cenere ha portato a casa circa il 35% in meno. Cameron è rimasto il re del botteghino, ma un re che ha cominciato a fare i conti con la gravità. È comunque il primo regista nella storia del cinema a dirigere quattro film consecutivi da oltre un miliardo di dollari: Titanic, il primo Avatar, La via dell’acqua e ora Fuoco e Cenere. Un primato che, in assenza di altri contendenti credibili, sembra destinato a restare intoccato per decenni.

La trama riprende dove il capitolo precedente si era interrotto, con una ferita ancora aperta. Jake Sully e Neytiri vivono ancora presso il clan marino dei Metkayina, ma la famiglia porta il peso della morte del primogenito Neteyam. Il lutto grava su tutti, in particolare su Lo’ak, ritenuto da molti responsabile dell’accaduto. È da questo dolore irrisolto che parte il viaggio: non un’altra guerra contro la RDA, ma qualcosa di più intimo, di più rotto.
I Sully si mettono in moto per proteggere un altro membro della famiglia e vengono accompagnati da un nuovo clan, i Tlalim, noti come i Mercanti del Vento, Na’vi che solcano i cieli. Ma è l’irruzione del Popolo della Cenere, i Mangkwan, a cambiare le regole del gioco. Questa nuova tribù di Na’vi è molto più aggressiva e moralmente ambigua delle altre, riconoscibile dai segni rossi sul corpo e dalla capacità di manipolare il fuoco. Quello che colpisce è la scelta narrativa sottesa: per la prima volta nella saga, il male non ha un volto umano e colonialista. Ha radici in Pandora stessa, nel trauma di una distruzione che i Mangkwan attribuiscono a Eywa, la divinità del pianeta.
Alla guida del Popolo della Cenere c’è Varang, interpretata da Oona Chaplin, nipote del leggendario Charlie Chaplin, che si allea con il vecchio nemico Quaritch per portare l’assalto definitivo a Pandora. È questo uno dei nodi più interessanti della sceneggiatura firmata da Cameron insieme a Rick Jaffa, Amanda Silver, Josh Friedman e Shane Salerno. Varang non è un villain bidimensionale: è una Na’vi convinta che il proprio dolore giustifichi la distruzione altrui. È un’idea moralmente più adulta di quella che ha retto i capitoli precedenti, e Oona Chaplin la abita con una presenza scenica che, in certi momenti, ruba la scena persino ai protagonisti storici.

Jake e Neytiri reggono il peso di una saga ormai diciassettenne con la solidità di personaggi che non hanno più bisogno di presentarsi. Sam Worthington ha trovato nella versione Na’vi del suo marine una misura umana che il Jake degli inizi non possedeva: la paternità, la perdita, la responsabilità di guidare un clan attraverso qualcosa di incomprensibile. Zoe Saldaña porta Neytiri in un territorio emotivo ancora più estremo, e il risultato è convincente proprio nei momenti in cui il film smette di essere kolossal e diventa quasi camera drama.
Sul fronte tecnologico, Wētā FX ha ulteriormente raffinato il sistema Deep Shape per la cattura delle espressioni facciali, garantendo una mimica praticamente indistinguibile da quella umana. L’atmosfera è dominata da fuoco, lava e cenere, in netto contrasto con i toni acquatici del capitolo precedente: una scelta cromatica e ambientale che non è solo estetica, ma racconta un universo che si deteriora, che brucia dall’interno.
Il prezzo di questa ambizione visiva è noto: il budget del film è stato riportato come superiore ai 400 milioni di dollari. Cameron non fa cinema a basso costo, e non ha mai finto di farlo. Ma il risultato giustifica l’investimento sul piano dell’esperienza sensoriale, anche nella visione domestica. La durata ufficiale è di 3 ore e 15 minuti: un investimento di tempo che il film, almeno nella sua prima ora, ripaga con generosità. È nella parte centrale che la narrazione rallenta più del necessario, disperdendosi in una sequenza di inseguimenti e scontri che avrebbero guadagnato molto da qualche taglio coraggioso in sala di montaggio.

Fuoco e Cenere vuole parlare di trauma collettivo e di come la rabbia trasmessa di generazione in generazione finisca per divorare chi la porta. I Mangkwan non odiano gli umani: odiano Eywa, odiano un universo che non ha protetto la loro terra. È una postura narrativa che potrebbe risultare scomoda, perché smette di dividere il mondo in invasori e vittime e introduce il territorio grigio in cui vivono le persone reali. Cameron non sempre sviluppa questa intuizione con la coerenza che meriterebbe, ma il fatto che ci provi è già un passo avanti rispetto alla chiarezza morale quasi scolastica dei capitoli precedenti.
Il film sarà disponibile su Disney+, dove andrà ad arricchire la Collezione Avatar già composta dai primi due film e dal documentario Fuoco e Acqua: Making of dei film di Avatar. Per chi non ha visto i precedenti capitoli, la piattaforma offre ora l’intera trilogia in un unico posto. Per chi li ha già visti in sala, la visione in streaming permette una fruizione diversa: più riflessiva, meno travolta dallo spettacolo della sala IMAX, e forse più adatta a cogliere le crepe emotive di una storia che, sotto la superficie digitalmente perfetta, racconta il difficile lavoro del lutto.
Avatar: Fuoco e Cenere non è il miglior film della saga. Ma è il più coraggioso nei suoi difetti: cerca qualcosa di nuovo, non sempre lo trova, ma non smette di cercarlo. E questo, in un franchise da quasi sei miliardi di dollari complessivi, il primo e unico nella storia del cinema a raggiungere quella soglia cumulativa, è già una notizia.












