Pensiamo all’arancio polveroso dei tramonti vietnamiti di Apocalypse Now, o alla pioggia al neon che cade su Blade Runner 2049. Quel “colore” di un film, la luce che lo rende riconoscibile a colpo d’occhio, ha un autore preciso, e quasi mai è il regista. È il direttore della fotografia, forse il mestiere più affascinante e meno conosciuto del set: quello che traduce in luce ciò che il regista ha in mente.
Cosa fa, di preciso, il direttore della fotografia
Il direttore della fotografia è il responsabile dell’immagine di un film. Decide come illuminare ogni scena, quali obiettivi e quale macchina da presa usare, come comporre l’inquadratura, quale esposizione e quale colore darle, e come la cinepresa si muove nello spazio. In una frase: prende la visione del regista e la trasforma in immagini concrete, fatte di luce e di ombra. Non sceglie cosa raccontare, ma decide in larga misura come lo vediamo, e in questo il suo contributo allo stile di un film è enorme.

Non è chi tiene in mano la macchina da presa
È l’equivoco più comune. Il direttore della fotografia progetta l’immagine, ma di solito non impugna fisicamente la cinepresa: quello è l’operatore alla macchina, che esegue i movimenti secondo le sue indicazioni, anche se alcuni direttori, per scelta, operano di persona. Attorno a lui lavora un reparto: il capo elettricista, che realizza concretamente lo schema di luci, e l’assistente che mantiene a fuoco l’immagine, tra gli altri. Il direttore della fotografia è la mente che decide; gli altri sono le mani che eseguono.
Il più stretto collaboratore del regista
Il lavoro comincia molto prima delle riprese. Insieme al regista, il direttore della fotografia studia la sceneggiatura, raccoglie riferimenti visivi, definisce lo stile del film e pianifica le inquadrature scena per scena. Dialoga di continuo con lo scenografo, perché luce e ambienti devono parlare la stessa lingua. Quanto spazio creativo abbia dipende dal regista: c’è chi delega quasi tutto l’aspetto visivo e chi controlla ogni dettaglio. In ogni caso, è il collaboratore da cui dipende, più di ogni altro, l’identità visiva di un film.

Scrivere con la luce: i grandi autori della fotografia
Vittorio Storaro, tre volte premio Oscar per Apocalypse Now, Reds e L’ultimo imperatore, ama ricordare che la parola fotografia significa, alla lettera, scrivere con la luce, e da anni rivendica per questo mestiere la definizione di autore della fotografia cinematografica. Accanto a lui, tra i nomi che hanno segnato la storia recente, ci sono Roger Deakins, maestro della luce premiato con l’Oscar per Blade Runner 2049 e 1917, ed Emmanuel Lubezki, vincitore di tre statuette consecutive per Gravity, Birdman e Revenant, celebre per i suoi piani sequenza fluidi. Tra i contemporanei, Hoyte van Hoytema ha legato il proprio nome al cinema di Christopher Nolan. Sono autori riconoscibili quanto i registi con cui lavorano.
Un mestiere che cambia il modo di guardare un film
Conoscere questo lavoro cambia il modo in cui guardiamo un film. La prossima volta che una scena ci colpisce per come è illuminata, per un colore che resta impresso o per un movimento di macchina che toglie il fiato, sappiamo che dietro c’è la mano di un autore preciso. Il direttore della fotografia non scrive la storia, ma decide con quale luce arriverà fino a noi.












