Ci troviamo davanti a uno dei pochi registi contemporanei che ha fatto una cosa quasi impossibile a Hollywood: convincere milioni di spettatori a seguirlo dentro storie difficili, con tempi spezzati e idee complesse, e a farlo nelle sale più grandi, non in quelle d’essai. La sua scommessa, oggi che si appresta a portare nei cinema il film più ambizioso della sua carriera, è la stessa di venticinque anni fa: il pubblico è più intelligente di quanto l’industria creda.
L’esordio che ha riscritto le regole
La firma di Christopher Nolan nasce già con Memento, nel 2000, un thriller raccontato a ritroso che chiede allo spettatore di rimettere insieme i pezzi del puzzle. Quello che colpisce, riguardando oggi quel film, è quanto la sua intera poetica fosse già lì: la fiducia in uno spettatore adulto, la struttura come strumento narrativo, l’idea che la memoria e il tempo non siano dati ma materiali da scolpire.
Da Memento in poi Nolan ha costruito film-evento che pretendono attenzione. Inception, con i sogni dentro i sogni. Interstellar, dove la relatività convive con il sentimento. E la trilogia del Cavaliere Oscuro, che ha portato il film di supereroi all’altezza della tragedia. Una filmografia che ha dimostrato, contro ogni previsione di marketing, che complessità e incassi non sono nemici.
Il tempo, vera ossessione di un autore
Se c’è un tema che attraversa quasi ogni suo film, è il tempo. Riavvolto in Memento. Stratificato in Inception. Dilatato in Interstellar. Parallelo in Dunkirk. Invertito in Tenet. Per Nolan il tempo non è uno sfondo: è il vero protagonista, la materia con cui costruisce la tensione e dentro cui colloca l’emozione. È una poetica così coerente da sembrare quasi una firma autografa.
Non stupisce, allora, che adesso si misuri con l’adattamento dell’epica di Omero sul ritorno a casa di Odisseo, re di Itaca, dopo la guerra di Troia. La storia di un’attesa lunga vent’anni, di una distanza che si misura in mari e in anni: è il soggetto perfetto per un autore che ha sempre raccontato proprio questo, l’attesa e la distanza.
La fedeltà alla pellicola contro il cinema digitale
C’è un’altra ostinazione che definisce Nolan: il rifiuto delle scorciatoie digitali. Gira su pellicola, predilige gli effetti pratici e l’IMAX. Con Odissea ha portato questa ostinazione fino al limite tecnico: il film è il primo lungometraggio della storia girato interamente su pellicola IMAX 70mm, un formato così grande che può essere ripreso in continuità solo per circa due minuti e mezzo, perché è la durata massima che la cinepresa IMAX può contenere.

Per rendere possibile l’impresa, finora nessun lungometraggio era mai stato girato interamente in IMAX 70mm, perché le cineprese sono così rumorose da rendere impossibile registrare la voce degli attori in presa diretta; molti film, tra cui lo stesso Oppenheimer, hanno usato il 15/70 IMAX solo per alcune sequenze, ricorrendo ad altri formati per i dialoghi. Con Odissea, Nolan ha risolto il problema del rumore alloggiando le cineprese in speciali contenitori acustici. Una soluzione artigianale che dice molto del suo metodo: il problema lo si affronta sul set, non in post-produzione.
A completare il quadro, c’è il dettaglio quasi commovente del montaggio. Nolan ha portato la troupe del programma 60 Minutes al laboratorio FotoKem di Burbank, in California, l’unico al mondo che ancora produce stampe in 70mm, mostrando come lui e il suo team taglino fisicamente la pellicola a mano, con una vecchia incollatrice e un barattolo di colla. È il rovescio esatto del cinema tutto digitale: dove gran parte del cinema contemporaneo costruisce i mondi al computer, lui preferisce costruirli per davvero, filmarli e tagliarli a mano.
L’Oscar che è arrivato tardi (ma è arrivato)
Il riconoscimento dell’Academy, per Nolan, è arrivato dopo una lunga rincorsa. La sua prima nomina come miglior regia era stata per Dunkirk, nel 2017, e la prima candidatura in assoluto era arrivata per la sceneggiatura di Memento, nel 2002. Nel 2024 ha vinto il suo primo Academy Award per la regia, per Oppenheimer, il film biografico sul fisico teorico e architetto della bomba atomica J. Robert Oppenheimer.
Quella vittoria non è arrivata da sola. Oppenheimer è diventato un fenomeno al botteghino con 957 milioni di dollari nel mondo, è stato il terzo film più visto del 2023 e ha conquistato sette premi Oscar su tredici candidature, compresi miglior film, miglior attore protagonista per Cillian Murphy e miglior attore non protagonista per Robert Downey Jr. È la prova, semmai ce ne fosse ancora bisogno, che un film di tre ore sulla fisica nucleare può essere un evento popolare.
I compositori del suono Nolan
Gran parte di quel “suono Nolan” che riconosciamo dopo pochi secondi nasce da due collaborazioni decisive. La prima è quella con Hans Zimmer, autore delle musiche di Inception, Interstellar e Dunkirk: un partner che ha contribuito a definire la sua estetica sonora, fatta di crescendo strutturali, basse frequenze e tensione armonica. La seconda è quella, più recente, con Ludwig Göransson, premiato con l’Oscar per la colonna sonora di Oppenheimer e oggi alla colonna sonora di Odissea.
È una continuità che racconta meglio di tante parole l’idea di cinema di Nolan: la musica non come tappeto emotivo, ma come architettura. Esattamente come il montaggio, esattamente come la struttura narrativa.
Il regista che prende sul serio il pubblico
L’Odissea che vedremo in sala nel 2026 sarà, con ogni probabilità, il film più costoso e ambizioso della sua carriera. Il cast riunisce Matt Damon, Anne Hathaway, Tom Holland, Zendaya, Lupita Nyong’o, Robert Pattinson, Charlize Theron, Jon Bernthal, Benny Safdie, John Leguizamo ed Elliot Page, tra gli altri, con Damon nel ruolo di Odisseo. Ma più del cast e del budget, quello che colpisce è la coerenza della scommessa: ancora una volta un soggetto stratificato, ancora una volta una sperimentazione tecnica spinta al limite, ancora una volta la convinzione che il grande pubblico sappia stare al gioco.
La lezione di Nolan, alla fine, è semplice e rara: non bisogna scegliere tra spettacolo e intelligenza, e non si deve mai trattare lo spettatore come se non fosse all’altezza. In un’epoca in cui Hollywood sembra spesso convinta del contrario, è una posizione che vale come un piccolo manifesto.












