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Alfred Hitchcock, il regista che dirigeva lo spettatore

Mezzo secolo di thriller, una sagoma diventata logo e cinque nomination senza statuetta: come Alfred Hitchcock ha trasformato la suspense in una scienza esatta e lo spettatore nel suo vero protagonista.

by Mauro Terrone

Bastano pochi secondi: archi che gridano, una tenda della doccia che si squarcia, una sagoma dietro la plastica. Sessant’anni dopo, quella scena fa ancora trattenere il respiro a chi la conosce a memoria. È la prova più nota di una verità che attraversa tutta la carriera di Alfred Hitchcock: il vero protagonista dei suoi film non è mai stato l’attore inquadrato, ma lo spettatore in sala. Hitchcock non dirigeva soltanto i suoi interpreti, dirigeva noi, la nostra attenzione, il momento esatto in cui avremmo dovuto avere paura.

L’esordio inglese che conteneva già tutto

Nato a Londra nel 1899, Hitchcock impara il mestiere nel cinema muto britannico e nei primi film sonori, molto prima di diventare un’icona hollywoodiana. Sono gli anni di Il club dei 39 e La signora scompare, thriller di spionaggio già costruiti su quel misto di ironia e tensione che diventerà la sua firma. Quando nel 1939 attraversa l’Atlantico porta con sé un metodo già formato. Rebecca, la prima moglie, suo primo film americano, vince l’Oscar come miglior film del 1940, anche se la statuetta, secondo le regole di allora, va al produttore David O. Selznick e non a lui. È il primo segnale di un rapporto con l’Academy che resterà sempre obliquo.

La suspense come scienza esatta

La distinzione a cui Hitchcock teneva di più è quella tra sorpresa e suspense, e la spiegava con un esempio rimasto celebre: due persone sedute a un tavolo e, sotto, una bomba. Se la bomba esplode all’improvviso, lo spettatore ha qualche secondo di shock e basta. Ma se gli mostriamo prima la bomba e il timer, e poi lasciamo i due personaggi a parlare del più e del meno, quegli stessi minuti diventano insostenibili: lo spettatore sa, i personaggi no, e quella distanza è tutta tensione. È lì che vive il suo cinema. La paura, per Hitchcock, non era un effetto da scatenare di colpo, ma un’architettura da costruire con pazienza, inquadratura dopo inquadratura.

Lo spettatore, l’attore che dirigeva davvero

Da questa idea nasce tutto il resto: il punto di vista che ci costringe a guardare con gli occhi del personaggio, la complicità che ci rende quasi corresponsabili di ciò che accade, il celebre MacGuffin, quel pretesto narrativo, i documenti segreti, la formula, il denaro rubato, che fa muovere la trama ma conta meno di quanto crediamo, perché ciò che interessa davvero al regista è la nostra reazione. La finestra sul cortile è forse il manifesto di questo metodo: un uomo immobilizzato che spia i vicini, esattamente come noi spiamo lo schermo. Hitchcock ci mette nei panni del voyeur e ce lo fa scoprire quando ormai lo siamo già diventati.

Il suono di Hitchcock

Gran parte di ciò che riconosciamo come cinema hitchcockiano non sarebbe lo stesso senza Bernard Herrmann. A partire dal 1955 il compositore diventa per circa undici anni l’alter ego musicale del regista: sue le partiture di La donna che visse due volte, Intrigo internazionale, Gli uccelli e, soprattutto, di Psyco, con gli archi che gridano nella scena della doccia, forse il brano più imitato della storia del cinema. Il sodalizio si chiude di colpo nel 1966: per Il sipario strappato Hitchcock pretende una colonna sonora più commerciale, vicina al pop e al jazz, Herrmann rifiuta, i due litigano e non lavoreranno mai più insieme. La partitura finì riassegnata a un altro autore, ma quegli undici anni avevano già scritto la grammatica sonora del thriller moderno. [LINK Herrmann — Maestri del suono]

L’Oscar che non arrivò mai

Per uno dei registi più influenti di sempre, il rapporto con l’Academy resta una delle grandi ingiustizie della sua storia. Hitchcock ottiene cinque candidature come miglior regista, per Rebecca, la prima moglie, Prigionieri dell’oceano, Io ti salverò, La finestra sul cortile e Psyco, e non ne vince nessuna. Il riconoscimento arriva solo nel 1968, alla quarantesima cerimonia, sotto forma di premio onorario Irving G. Thalberg: Hitchcock sale sul palco e ringrazia con pochissime parole, in uno dei discorsi più brevi mai pronunciati agli Oscar. Nel 1979 riceve l’AFI Life Achievement Award e nel 1980, poco prima di morire, viene nominato baronetto. Si spegne il 29 aprile di quell’anno, a ottant’anni.

L’eredità: ogni thriller gli deve qualcosa

Il tempo ha fatto giustizia là dove l’Academy non l’aveva fatta. Nel 2012 la rivista Sight & Sound, nel suo storico sondaggio decennale tra i critici, incorona La donna che visse due volte miglior film di tutti i tempi, scalzando Quarto potere dopo mezzo secolo in vetta. Registi come Brian De Palma e Martin Scorsese hanno costruito interi film sulla sua lezione, e non esiste thriller contemporaneo che non gli debba qualcosa: il montaggio che nasconde e rivela, la macchina da presa che diventa sguardo, l’idea che la tensione si scriva sul tempo prima che sull’azione. Persino la sua sagoma di profilo, il saluto della serie televisiva Alfred Hitchcock presenta e i camei in cui compariva di sfuggita nei suoi stessi film facevano di lui non solo un autore, ma un marchio riconoscibile. Il maestro della suspense non ha mai vinto un Oscar. Ha vinto qualcosa di più raro: ha insegnato al cinema come si fa paura.

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