Provate a pensare a quante volte avete riso davanti a uno sketch surreale, a un finale che si rifiuta di arrivare, a una battuta che prende la logica e la fa esplodere dall’interno. Buona parte di quel modo di ridere, oggi così diffuso da sembrare naturale, ha un’origine precisa: sei uomini che alla fine degli anni Sessanta decisero che la comicità non doveva più rispettare nessuna regola. I Monty Python non sono stati semplicemente un gruppo comico di successo. Sono stati una frattura, un prima e un dopo, e a distanza di mezzo secolo la loro influenza è così profonda da risultare quasi invisibile, perché è diventata il linguaggio stesso dell’umorismo moderno.
Sei menti, una sola intelligenza anarchica
Graham Chapman, John Cleese, Terry Gilliam, Eric Idle, Terry Jones e Michael Palin non erano sei buffoni improvvisati. Erano, per la maggior parte, intellettuali formatisi a Cambridge e Oxford, con una cultura solida che diventava la loro arma migliore. È questa la prima chiave della loro genialità: l’unione tra erudizione altissima e stupidità più totale. Nello stesso sketch potevano convivere una disquisizione filosofica e una pernacchia, una citazione colta e una caduta di stile voluta. La loro comicità non era mai soltanto demenziale: era intelligente travestita da idiota, ed è una distinzione che fa tutta la differenza.
Quando il loro programma, il Monty Python’s Flying Circus, debuttò sulla BBC nell’ottobre del 1969, fu chiaro fin da subito che qualcosa si era rotto. Non c’erano i finali delle battute, non c’era una struttura riconoscibile, gli sketch si interrompevano a metà e ne cominciavano altri senza alcuna logica apparente. Era il caos, ma un caos costruito al millimetro.

L’invenzione del non-sense come metodo
Il colpo di genio dei Python fu capire che si poteva ridere non solo di una battuta, ma della struttura stessa della comicità. Hanno demolito la regola sacra per cui ogni sketch deve avere un inizio, uno sviluppo e una battuta finale che chiude il tutto. Da loro, semplicemente, le scene non finivano: sfumavano nel nulla, venivano interrotte da un colonnello che giudicava la scena “troppo stupida”, scivolavano in un’animazione surreale di Terry Gilliam.
Quelle animazioni, tra l’altro, sono un capitolo a parte. Gilliam, l’unico americano del gruppo, prendeva immagini d’epoca, dipinti e fotografie e li trasformava in collage animati deliranti, dando al programma una cifra visiva immediatamente riconoscibile. Era un altro modo di rompere le regole: persino il raccordo tra una scena e l’altra diventava occasione di comicità pura.
I film: dal Sacro Graal al senso della vita
Il salto al cinema rese eterno ciò che la televisione aveva reso famoso. Dopo un primo film del 1971 che raccoglieva i migliori sketch televisivi, nel 1975 arrivò Monty Python e il Sacro Graal, parodia del ciclo arturiano girata con un budget irrisorio e con i sei membri a interpretare decine di ruoli diversi. Quel film è una lezione di come i limiti possano diventare forza creativa: non potendo permettersi i cavalli, li sostituirono con servitori che battevano due metà di cocco, e quella trovata di necessità è oggi una delle gag più celebri della storia del cinema comico.
Nel 1979 fu la volta di Brian di Nazareth, il film di cui lo stesso gruppo andava più fiero. Una satira ambientata nella Palestina ai tempi di Gesù, costruita non per deridere la fede ma per smontare il fanatismo, il conformismo e la stupidità delle folle pronte a seguire chiunque. Fu un’opera così tagliente da risultare scandalosa: in Italia rimase di fatto bloccata per anni, arrivando nelle sale soltanto nel 1991. Eppure dietro la provocazione c’era una delle riflessioni più lucide mai messe in commedia su come funziona il pensiero di massa.

Il capitolo cinematografico si chiuse nel 1983 con Il senso della vita, diretto da Terry Jones, e fu in un certo senso un ritorno alle origini: invece di una trama unica, una serie di episodi che attraversano le fasi dell’esistenza umana, dalla nascita alla morte, nello spirito frammentario del Flying Circus. È il film più ambizioso e disturbante dei tre, capace di passare dal numero musicale alla scena più grottesca senza mai perdere di vista la domanda che dà il titolo. Non a caso si aggiudicò il Grand Prix Speciale della Giuria al Festival di Cannes: la prova che dietro l’apparente delirio c’era un’opera presa molto sul serio da chi di cinema se ne intendeva.
Quanto ci hanno influenzato (anche senza saperlo)
Qui sta il punto più importante, ed è anche il motivo per cui un’ovazione ai Monty Python non è nostalgia ma riconoscimento. La loro impronta è ovunque. Il loro stesso nome ha generato una parola del linguaggio informatico: il linguaggio di programmazione Python deve il suo nome proprio alla passione del suo creatore per il gruppo, e oggi milioni di sviluppatori usano ogni giorno termini ispirati ai loro sketch senza nemmeno saperlo.
Ma è soprattutto nella comicità che la loro eredità è incalcolabile. Il surreale che irrompe nel quotidiano, lo spezzare la quarta parete, l’umorismo che si fa beffe delle proprie convenzioni, la libertà di interrompere una scena perché diventata “troppo stupida”: tutto questo, che ritroviamo in decine di programmi, film e serie contemporanee, parla la loro lingua. Quando un comico di oggi costruisce una gag sull’assurdo invece che sulla battuta, sta camminando su un sentiero aperto da loro.
Persino fenomeni lontanissimi devono qualcosa a quella lezione di anarchia. Lo stesso cinema demenziale italiano più estremo, da certe operazioni che giocavano apertamente col trash e il non-sense, guardava esplicitamente al modello dei Python come riferimento.
Perché vale ancora la pena celebrarli
Il rischio, con i classici, è ridurli a reperto: roba da rispettare ma da non guardare più. Con i Monty Python sarebbe un errore imperdonabile, perché la loro comicità non è invecchiata. È rimasta intelligente, spiazzante, capace di far ridere chi li scopre oggi per la prima volta esattamente come faceva mezzo secolo fa. La loro grandezza è stata capire prima di chiunque altro che la risata più potente non nasce dal rassicurare il pubblico, ma dallo spiazzarlo. Hanno preso il mondo, l’hanno guardato di sghembo e ce lo hanno restituito ridicolo e bellissimo.
In un’epoca che prende quasi tutto terribilmente sul serio, ricordarsi che sei geni con una cultura sterminata scelsero di usarla per farci ridere dell’assurdità di ogni cosa è più di un omaggio. È un piccolo, doveroso atto di gratitudine.













