Home CuriositàDisclosure Day visto da un astrofisico: gli alieni di Spielberg non ci dicono nulla sull’universo

Disclosure Day visto da un astrofisico: gli alieni di Spielberg non ci dicono nulla sull’universo

Tra UAP, empatia e solitudine esistenziale: l'astrofisico e divulgatore Amedeo Balbi legge il nuovo film di Spielberg con gli occhi della ricerca.

by Mauro Terrone

Se guardate il cielo cercando risposte, Amedeo Balbi lo fa per mestiere. Ed è proprio da questa prospettiva privilegiata che l’astrofisico e divulgatore scientifico, professore associato presso l’Università degli Studi di Roma Tor Vergata e autore di oltre 100 lavori scientifici su argomenti di astrofisica teorica, cosmologia e ricerca di vita nell’universo, ha scelto di leggere Disclosure Day, il nuovo film di Steven Spielberg uscito nelle sale il 12 giugno 2026.

Disclosure Day è una pellicola di fantascienza diretta e prodotta da Steven Spielberg, su una sceneggiatura di David Koepp tratta da un soggetto originale dello stesso regista. Il film segue due personaggi apparentemente casuali, un whistleblower di una società di cybersicurezza e una meteorologa televisiva, trascinati in una vasta cospirazione per nascondere al pubblico americano le prove di contatti extraterrestri. Il cast è corale e comprende Emily Blunt, Josh O’Connor, Colin Firth, Eve Hewson e Colman Domingo.

Balbi guarda tutto questo con rispetto, ma anche con occhio critico. Il film, pur trattando la domanda più antica dell’umanità, ovvero se siamo soli nell’universo, inquadra la questione in modo che lui definisce “parziale”: il punto di vista di Spielberg è essenzialmente circoscritto al tema degli avvistamenti, quelli che un tempo si chiamavano UFO e oggi si identificano con la sigla UAP, acronimo di Unidentified Anomalous Phenomenon. Secondo Balbi, si tratta di fenomeni che, dal punto di vista della ricerca astrofisica, non trovano fino ad ora evidenze di una provenienza extraplanetare e non offrono quindi strumenti scientifici utili ad affrontare davvero il problema della vita intelligente nell’universo.

Quella domanda, per Balbi, merita ben altri strumenti: l’astronomia, l’osservazione a distanza di altri pianeti, la raccolta di prove verificabili. Non le luci nel cielo.

La critica di Balbi però non si ferma alla metodologia scientifica: va più in profondità, toccando la natura stessa del racconto fantascientifico. La rappresentazione dell’intelligenza aliena che Spielberg propone, come in molte altre opere del genere, è secondo lui prima di tutto una proiezione delle aspettative umane. “Questo tipo di racconto fantastico parla di noi, piuttosto che di quello che c’è al di fuori”, afferma l’astrofisico. Una scialuppa di salvataggio, quasi, un’ancora di redenzione per l’umanità, che il film carica persino di sottotesti religiosi, seppur trattati in modo implicito.

Il film ha ricevuto recensioni positive dalla critica, con elogi particolari per la regia di Spielberg, la performance di Blunt, la colonna sonora di John Williams, la narrazione e la fotografia. Ma Balbi invita a non fermarsi all’emozione: la capacità empatica dei protagonisti, quella che nel film permette il contatto con gli alieni, è secondo lui una proiezione del desiderio tutto umano di sentirsi capiti e meno soli. Un bisogno comprensibile in un’opera di finzione, ma scientificamente discutibile: anche sulla Terra, la comunicazione con specie evolutivamente lontane dalla nostra è già estremamente difficile. Immaginare di poterla estendere senza sforzo a esseri cresciuti in ambienti e contesti radicalmente diversi è, per l’astrofisico, un salto che la scienza non autorizza.

Amedeo Balbi, nato a Roma nel 1971, è un astrofisico, divulgatore scientifico e saggista italiano, professore associato all’Università degli Studi di Roma Tor Vergata. Tra il 1998 e il 2000 ha svolto ricerche nel gruppo del professor George Smoot presso l’Università della California Berkeley, collaborando all’esperimento MAXIMA, uno dei primi a produrre un’immagine ad alta risoluzione delle anisotropie della radiazione cosmica di fondo. Nel 2019 ha pubblicato il libro L’ultimo orizzonte, con cui si è aggiudicato il Premio Asimov 2021. Nel 2023 ha vinto il Premio letterario Galileo per la divulgazione scientifica con Su un altro pianeta, edito da Rizzoli.

Nell’estate del 2023, Spielberg ha trascorso due mesi a scrivere un soggetto di cinquanta-sessanta pagine che avrebbe costituito la base di Disclosure Day. La sua ispirazione venne da un articolo del 2017 sul New York Times riguardante un misterioso programma del Pentagono sugli UFO, che lui stesso ha descritto come capace di riaccendere il suo interesse per l’argomento.

Detto questo, per Balbi il film pone comunque la domanda giusta, quella sull’esistenza di vita intelligente fuori dalla Terra, ma la insegue per la via sbagliata. La scienza, nel frattempo, continua a guardarsi intorno con metodo e pazienza: telescopi puntati su esopianeti lontani, dati da analizzare, modelli da affinare. Niente luci nel cielo, niente contatti empatici. Solo il rigore lento e ostinato di chi, il cielo, lo studia davvero.

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