Home CuriositàThe Boys, Eric Kripke risponde alle critiche sul finale: “Era la storia che volevo raccontare”

The Boys, Eric Kripke risponde alle critiche sul finale: “Era la storia che volevo raccontare”

Dopo settimane di dibattito sul finale della quinta stagione, il creatore della serie rivendica le sue scelte e anticipa il futuro del franchise con Vought Rising.

by Mauro Terrone

The Boys ha chiuso i battenti dopo cinque stagioni su Prime Video, e lo ha fatto nel modo più fedele al suo DNA: generando discussione, divisioni e una valanga di reazioni online. Il finale della serie, trasmesso a maggio 2026, ha scatenato un intenso dibattito tra gli spettatori, con critiche che spaziavano dall’assenza di uno scontro finale più spettacolare alla percezione che alcuni episodi dell’ultima stagione fossero poco più che materiale di raccordo, fino all’irritazione di chi avrebbe preferito non dover aspettare gli spin-off per ottenere alcune risposte.

A oltre due settimane di distanza dall’ultimo episodio, Eric Kripke ha scelto di parlare per la prima volta in modo diretto delle polemiche, in un’intervista rilasciata a TVLine.

Kripke ha ammesso di aver letto ogni commento e di essersi immerso nel dibattito online attorno al finale della serie. Non è il tipo di showrunner che finge distacco. “Non sono sano al punto da dire ‘oh, non guardo mai niente’. Vedo tutto. Ovviamente ci sono molte persone infelici online, ma la prima cosa che vorrei dire è che sono genuinamente felice che la gente sia appassionata. Il mio lavoro è far appassionare le persone alle opere che creo.”

Un argomento che Kripke sviluppa ulteriormente: anche chi litiga, chi critica aspramente e chi dichiara di odiare il finale sta dimostrando quella stessa passione. “Il mio lavoro è ottenere una reazione emotiva, non necessariamente dettare quale debba essere quella reazione.” E poi, la lezione che dice di aver imparato “mille volte”: “il mondo online non è il mondo reale.”

Kripke non si limita alla filosofia: porta i dati. The Boys conta oltre 60 milioni di spettatori, il che rende il clamore online “una frazione di un singolo punto percentuale”. Non una sminuizione delle critiche, ma una messa in prospettiva: la maggior parte del pubblico non partecipa al dibattito sui social, eppure esiste.

Pur scusandosi con chi si è sentito deluso, Kripke ha ribadito con chiarezza che quello andato in onda era “la storia che volevo raccontare”. Una rivendicazione netta, senza rimpianti.

Quello che emerge dall’intervista è anche un quadro preciso del processo creativo dietro l’episodio conclusivo. Sorprendentemente, nella writers’ room non ci sono stati grandi scontri su come far concludere le storie dei personaggi. Il processo di scrittura è stato “abbastanza fluido”, perché i destini erano già stati definiti nelle prime sei settimane di produzione della stagione finale. “Avevamo già capito chi sarebbe vissuto e chi sarebbe morto, e quando sarebbe successo. Quindi quando è arrivato il momento di scrivere l’episodio, avevamo già tutto impostato.”

La parte più complessa è stata strutturare la sceneggiatura in modo che ogni personaggio avesse il suo momento, mentre la storia avanzava verso il cuore dell’Ufficio Ovale. “Meritavano tutti un momento da ricordare”: da Ashley a Hughie, da Annie a The Deep, ogni personaggio ha ricevuto la sua chiusura.

The Boys come serie è finita, ma il franchise è tutt’altro che chiuso. Kripke è executive producer di Vought Rising, lo spin-off incentrato su Soldier Boy e Stormfront. Le riprese si sono concluse a marzo, e Prime Video è atteso al lancio della serie nel 2027.

La serie seguirà un intricato mystery ambientato negli anni Cinquanta, esplorando le oscure origini della Vought e le prime gesta di Soldier Boy, sullo sfondo delle manovre diaboliche di Stormfront. A guidare il cast saranno Jensen Ackles nei panni di Soldier Boy e Aya Cash in quelli di Stormfront, entrambi in ripresa dei loro ruoli dalla serie madre.

Kripke ha già delineato il tono che il prequel intende perseguire: “È come L.A. Confidential con i supereroi. È irriverente, sporco, noir e divertente. Parla in qualche modo di come l’America è diventata l’America.”

Un finale discusso da una parte, un nuovo inizio dall’altra. Per Kripke, la storia non è ancora finita, e il tono con cui ha affrontato le polemiche lo conferma: nessuna difensiva, nessun cedimento, solo la consapevolezza di chi sa esattamente cosa ha voluto fare.

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