Home FilmBaracoa a Taormina: il film cubano con Giancarlo Giannini che racconta l’isola che cambia

Baracoa a Taormina: il film cubano con Giancarlo Giannini che racconta l’isola che cambia

L'opera prima di Luis Ernesto Doñas sbarca al 72° Taormina Film Fest: un road movie cubano sull'identità, la libertà e il coraggio di reinventarsi.

by Mauro Terrone

Quello che colpisce di Baracoa, prima ancora di sapere cosa racconta, è il percorso che ha già alle spalle. La co-produzione cubano-italiana si è aggiudicata il Premio Súmate e una Menzione speciale al Festival Internazionale del Nuovo Cinema Latinoamericano dell’Avana. Poi è entrata nella shortlist dei Premios Platino, uno degli appuntamenti più autorevoli del cinema iberoamericano. Ora arriva a Taormina, nel cuore del Mediterraneo, per il suo vero battesimo internazionale. Un film che si è costruito una reputazione prima di mostrarsi al mondo più largo. Non è poco.

La 72ª edizione del Taormina Film Festival si tiene dal 10 al 14 giugno 2026 e il programma è, come sempre, un intreccio di glamour, cinema d’autore e presenze internazionali. Tra i nomi più attesi figura Giancarlo Giannini, al quale sarà assegnato il premio alla carriera del festival, e che presenta sia Baracoa sia il docufilm tributo a Lina Wertmüller. Nella stessa edizione, Baracoa si inserisce quindi in una cornice che sembra costruita attorno alle sue risonanze: il cinema italiano e quello latinoamericano che si guardano negli occhi, il passato che dialoga con il presente.

La trama prende avvio dalla morte di Felipe, rivoluzionario italiano naturalizzato cubano. Felipe, durante la sua malattia, ha stretto un legame profondo con il suo medico Jimmi, il cui alter ego notturno, Estrellita, è un personaggio drag che turba profondamente il figlio Pepe. Quando Felipe muore, Pepe scopre che il padre ha lasciato a Jimmi la comproprietà della tenuta di famiglia a Baracoa, dove le sue ceneri devono riposare. I due sono così costretti a viaggiare insieme attraverso Cuba, in un percorso che diventa lentamente resa dei conti, comprensione e redenzione.

Il dispositivo narrativo è classico: il viaggio come specchio. Due uomini che non si capiscono, che si scontrano, che si guardano attraverso Cuba, paesaggio e personaggio al tempo stesso. Il regista Luis Ernesto Doñas non usa l’isola come scenario pittoresco, ma come organismo vivente: Cuba non è soltanto un’ambientazione, ma una protagonista viva, in cui convivono i colori dei nuovi alberghi della capitale, le periferie brulicanti d’ingegno e le strade sterrate delle campagne orientali.

Felipe è il personaggio che non vediamo quasi mai in movimento, eppure è il motore di tutto. È un anziano che ha inseguito ideali umanistici lontano dal proprio paese d’origine, che ha fatto di Cuba la propria patria d’elezione, e che nella sua malattia trova tempo per riconoscere in Jimmi qualcosa che suo figlio non riesce ancora a vedere: l’autenticità. Che Giancarlo Giannini interpreti questo personaggio non è una scelta casuale. C’è qualcosa di preciso nel convocarlo per dare corpo a un italiano che ha scelto Cuba: un attore che incarna decenni di cinema italiano di qualità, che porta con sé la memoria di Wertmüller e Visconti, chiamato a raccontare il confine poroso tra le due culture. Doñas ha raccontato che le conversazioni con Giannini sulle sue esperienze con Lina Wertmüller, Luchino Visconti, Rainer Werner Fassbinder ed Ettore Scola si protraevano fino a notte fonda, vere e proprie lezioni magistrali. Il film porta quella memoria dentro di sé.

Pepe è il personaggio più difficile: è l’uomo svuotato, quello che sogna di scappare, che si aggrappa ai comfort materiali come a una zattera. Non è il cattivo della storia, e il film farebbe bene a non trattarlo come tale. È semplicemente qualcuno che non ha ancora trovato il coraggio di guardare se stesso. Jimmi, invece, è la creatura che il film ama di più: ha costruito sull’ambiguità e sulla maschera la propria forma di resistenza, ha trasformato la fragilità in armatura. Mentre Pepe sogna di fuggire in Canada aggrappandosi all’ambizione materiale, Jimmi è uno spirito rivoluzionario nel senso più intimo, il cui doppio segreto notturno, Estrellita, non è una fuga ma un atto di verità.

Doñas ha scritto la sceneggiatura insieme a Filippo Ascione, e la struttura del film dichiara apertamente le proprie influenze. L’ispirazione al neorealismo italiano è evidente nel modo di guardare la povertà con dignità e poesia, nell’omaggio a opere come Il sorpasso e Fragola e cioccolato, capaci di intrecciare leggerezza e profondità, eros e disincanto. Non è una citazione intellettuale: è un modo di stare con i personaggi, di non giudicarli, di camminare al loro fianco anche quando sbagliano. Il rischio di questo tipo di cinema è la commozione facile, il gesto simbolico che si sostituisce all’emozione vera. Sarà la visione del film a dire se Doñas ha trovato il giusto equilibrio tra il peso degli ideali e la leggerezza del racconto.

Il regista ha spiegato che nel film esiste la necessità di dialogare con le origini dell’identità cubana: non è un caso che il viaggio arrivi fino a Baracoa, la prima villa fondata nell’isola, un viaggio alla semilla, alla radice. Ma il titolo funziona su più livelli. Baracoa è la meta fisica, il luogo dove le ceneri di Felipe devono tornare. È anche la direzione emotiva del film: tornare all’essenziale, spogliare le maschere, trovare chi si è al di là di quello che il mondo ha preteso da noi.

Quello che il film sembra voler dire, in definitiva, è che la vera rivoluzione non è politica, non è geografica: è quella che ciascuno compie su se stesso quando decide di smettere di recitare una parte e di abitare la propria verità. Cuba, in questa lettura, non è solo uno sfondo storico e politico, ma la metafora più naturale di un paese che ancora cerca la propria identità tra le contraddizioni del passato e le pressioni del futuro.

Baracoa arriva a Taormina con un profilo solido e ambizioni precise. È un film che sa cosa vuole raccontare e ha scelto i propri riferimenti culturali con consapevolezza. La presenza di Giancarlo Giannini non è un ornamento: è parte del senso. La strada percorsa prima del festival internazionale, tra premi collaterali e shortlist iberoamericane, suggerisce che il film ha già convinto il pubblico dei festival che lo ha incontrato. Doñas stesso ha ricordato di aver presentato a Taormina, dieci anni fa, il suo cortometraggio Oslo come parte di una rassegna di cinema cubano contemporaneo, e di tornare ora per il battesimo internazionale della sua opera prima. Ci sono storie che scelgono i luoghi giusti per nascere, e Taormina, con la sua storia e il suo teatro antico a picco sul mare, sembra il luogo giusto per questa.

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