Home NewsIl Cibo del Futuro su RaiPlay: la serie che racconta cosa mangeremo davvero nei prossimi decenni

Il Cibo del Futuro su RaiPlay: la serie che racconta cosa mangeremo davvero nei prossimi decenni

Da oggi su RaiPlay, quattro episodi per esplorare laboratori, startup e centri di ricerca italiani alla frontiera tra tradizione gastronomica e innovazione.

by Valeria Bernardo

Qualcosa è cambiato nel modo in cui guardiamo al cibo. Non come atto quotidiano, quasi automatico, ma come problema aperto: un nodo tra scienza, etica, ecologia e identità culturale che non è più possibile rimandare. Arriva su RaiPlay proprio il 5 giugno, in occasione della Giornata Mondiale dell’Ambiente, Il Cibo del Futuro, una serie documentaria in quattro episodi firmata da Elena Brunello. I primi due episodi sono già disponibili, e quello che offrono non è un elenco di curiosità futuristiche, ma un tentativo serio e strutturato di rispondere a una domanda che pesa quanto il pianeta che abitiamo: come ci nutriremo domani senza distruggere le basi di ciò che abbiamo oggi?

La scelta di ambientare tutta la serie in Italia non è decorativa. Il patrimonio gastronomico italiano è l’asset narrativo attorno a cui la serie costruisce la sua tensione centrale: da un lato la profondità storica e culturale di una cucina che definisce identità; dall’altro la necessità urgente di ripensarla in chiave sostenibile, tecnologica, globale. Quello che colpisce è come la serie eviti la trappola opposta a quella del nostalgismo, ovvero il futurismo ingenuo. Non si celebra l’innovazione per se stessa. Si chiede invece se questa innovazione possa dialogare con la memoria.

La risposta che emerge, episodio dopo episodio, è che le due cose si sono già incontrate molte volte nella storia. Patata, mais, pomodoro: alimenti oggi considerati pilastri della cucina tradizionale italiana erano, in epoche passate, introdotti come novità estranee, guardate con sospetto. La serie usa questo dato storico non come ornamento retorico, ma come chiave interpretativa genuina. Suggerisce, cioè, che quello che oggi ci sembra strano, forse un giorno diventerà normale, come è già accaduto.

A condurre il viaggio sono Viola Follini, esperta di sostenibilità e cambiamento climatico, e Stefano Polato, chef e nutritional consultant specializzato in nutrizione spaziale. La coppia funziona perché i due rappresentano prospettive complementari senza sovrapporsi. Follini porta la dimensione sistemica, l’urgenza ambientale, lo sguardo su scala globale. Polato porta la dimensione del corpo, del gusto, della concretezza tecnica di chi il cibo lo studia anche per produrlo per gli astronauti dell’Agenzia Spaziale Europea.

Non è un dettaglio trascurabile. Studiando come nutrire perfettamente un umano con pochissime risorse e zero scarti, laboratori come quello di Polato stanno gettando le basi per l’alimentazione del futuro sulla Terra. Portare questa competenza dentro una serie documentaria rivolta al grande pubblico è una scelta editoriale intelligente: colloca il discorso sul cibo del futuro non nell’astrazione, ma nella pratica già in corso.

Il perimetro tematico della serie è vasto. Si va dall’agricoltura subacquea alle serre sviluppate con l’Agenzia Spaziale Europea, dalla carne coltivata ai nuovi modelli di allevamento sostenibile, dagli insetti come fonte proteica agli studi su microbiota, dieta mediterranea e longevità. Un territorio che potrebbe disperdere la narrazione in una rassegna enciclopedica. Il rischio, in questo tipo di documentari, è sempre quello di diventare un catalogo: tante idee, nessuna realmente approfondita.

Da ciò che emerge dal progetto, la serie sembrerebbe puntare invece su un filo narrativo coerente: non la presentazione di singole tecnologie, ma la domanda che le unisce tutte. Come nutrire una popolazione mondiale in crescita senza compromettere ulteriormente le risorse del pianeta, e farlo senza rinunciare a ciò che siamo stati? È una domanda che non ha una risposta unica, e la serie non finge che ce l’abbia. Questa onestà intellettuale, se confermata nel montaggio e nella scrittura, è già un pregio.

Al di là degli argomenti trattati, quello che Il Cibo del Futuro sembra voler comunicare è qualcosa di più sottile: che il futuro non è separato dal passato, ma lo prolunga. Che l’innovazione alimentare non è una rottura con la tradizione gastronomica italiana, ma una sua possibile continuazione. Che le domande che ci poniamo oggi sul cibo sono, in fondo, le stesse che ogni generazione ha affrontato quando ha dovuto adattarsi a un mondo che cambiava.

In un momento in cui il dibattito pubblico tende a contrapporre rigidamente naturalità e tecnologia, km zero e innovazione di laboratorio, questa prospettiva è più necessaria che mai. La serie non risolve il dibattito, ma lo reincornicia in modo più utile.

Già solo la scelta della data di lancio, la Giornata Mondiale dell’Ambiente, dice qualcosa sull’intenzione editoriale di questa serie: non intrattenimento puro, ma divulgazione con una posizione. Il Cibo del Futuro si inserisce in un filone di documentari scientifici che la Rai ha consolidato negli anni, e lo fa con una proposta che guarda all’Italia non come museo gastronomico, ma come laboratorio vivo.

La presenza di figure come Stefano Polato, il cui approccio alla cucina è caratterizzato da innovazione e studio profondo, formatosi nel mondo nutrizionale fino a mettere a punto metodi propri, suggerisce che la serie punti sulla credibilità delle voci che porta in scena, non sul sensazionalismo dei temi. Se mantiene questa scelta fino all’ultimo episodio, Il Cibo del Futuro ha le carte per diventare uno dei documentari italiani più utili di questo anno.

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