Home CuriositàMaccio Capatonda fuori dalla comfort zone: nel film ‘Smart Working’ è un altro

Maccio Capatonda fuori dalla comfort zone: nel film ‘Smart Working’ è un altro

Con la commedia di Svevo Moltrasio, in sala dal 4 giugno, Maccio Capatonda sceglie la sottrazione: niente gag, solo un uomo che non capisce cosa gli sta succedendo.

by Mauro Terrone

Maccio Capatonda ha costruito la sua carriera sul grottesco, sull’ironia spinta, sull’eccesso visivo e verbale. Per questo la sua presenza in Smart Working, la nuova commedia di Svevo Moltrasio in sala dal 4 giugno, colpisce per una ragione precisa: in questo film non fa niente di tutto questo.

Il personaggio che interpreta è un impiegato tranquillo, quasi inerme, che vive lo smart working come una conquista silenziosa. Ha la sua casa, i suoi ritmi, i suoi progetti: un cineclub con derive cinefile dichiarate (sullo sfondo spunta Buñuel, non a caso), l’idea di una vita a misura d’uomo. Ma quella stessa casa, poco alla volta, si trasforma in qualcos’altro. I colleghi cominciano a frequentarla, prima uno, poi altri, poi troppi, fino a occuparla stabilmente come se fosse un ufficio aperto. Lui non reagisce. Non si ribella. Non se ne accorge davvero.

«Mi ha affascinato l’idea di svestire i panni del comico», ha dichiarato l’attore, descrivendo un personaggio che definisce in parte egoista: qualcuno talmente concentrato sui propri obiettivi da non accorgersi di quello che gli accade intorno. Una passività che non è ingenuità, ma cecità elettiva.

Il soggetto nasce durante il primo lockdown del 2020, quando lo smart working era ancora percepito come una soluzione d’emergenza, poi come un privilegio, poi come una nuova normalità. Moltrasio, però, non era interessato al dibattito sul lavoro da remoto in sé. «Lo smart working era per me un accessorio narrativo», ha spiegato il regista, «un argomento d’attualità che mi serviva per ragionare su dinamiche più ampie». Il cuore del film è un meccanismo ben preciso: i protagonisti, ottenuta la libertà di lavorare a casa, finiscono per ricostruire spontaneamente le stesse abitudini tossiche dell’ufficio. La gabbia cambia forma, ma rimane una gabbia.

Moltrasio ha definito Smart Working una home invasion atipica. Nel genere classico, chi subisce l’invasione se ne accorge e reagisce. Qui no: né i personaggi né, in qualche misura, lo spettatore percepiscono immediatamente la minaccia, perché il film costruisce attorno alla famiglia al centro della storia un mondo così ricco di dettagli e sottotrame da distrarre continuamente l’attenzione. È una scelta precisa, strutturata attorno a piani sequenza e a un cast corale che cresce progressivamente fino a saturare fisicamente lo spazio domestico.

Il film è girato quasi interamente in interni torinesi. Torino, che Capatonda ha descritto come una città «antica e moderna allo stesso tempo, a misura d’uomo», si presta bene all’atmosfera cercata: i quartieri borghesi del centro restituiscono un contesto credibile per il ceto che il film mette in scena. Ed è proprio su quel ceto che Smart Working concentra parte del suo sguardo critico: un ambiente intellettuale convinto della propria superiorità culturale, che non si accorge di essersi rinchiuso volontariamente tra quattro mura, circondato dalle proprie ambizioni artistiche, sempre più lontano dal mondo reale.

È la seconda regia di Svevo Moltrasio dopo Gli ospiti, opera prima dal profilo più sperimentale. Smart Working è dichiaratamente più accessibile, più mainstream nel ritmo e nell’impianto narrativo, ma conserva quella lateralità di sguardo che caratterizza il cinema di Moltrasio: la capacità di usare una situazione comica e riconoscibile per dire qualcosa di più scomodo sul presente, senza offrire consolazioni facili.

Related Articles