Un accordatore di pianoforti che scassa casseforti. Basterebbero queste poche parole per capire che Tuner, il nuovo film di Daniel Roher in sala dal 28 maggio 2026, non è un thriller come tanti altri. È un film che nasce da un’osservazione artigianale del suono e finisce per costruire attorno a quella materia invisibile l’intera architettura narrativa.
Al centro della storia c’è Niki White, interpretato da Leo Woodall: ex bambino prodigio del pianoforte, costretto ad abbandonare la carriera musicale a causa dell’iperacusia, una condizione che trasforma ogni suono in un’aggressione fisica. La sua riconversione come accordatore di pianoforti è la soluzione di compromesso tra un dono straordinario e una vita che ha dovuto imparare a fare i conti con quel dono. Ma quando le persone sbagliate scoprono cosa è capace di fare con le orecchie, il compromesso cede il posto alla spirale criminale.

Roher, regista canadese noto al grande pubblico per il documentario Navalny, con cui ha vinto l’Oscar nel 2022, debutta nella narrativa di finzione con un film che porta visibilmente i segni della sua formazione documentaria. Il lavoro sul suono è straordinariamente preciso: frequenze ovattate, saturazioni acustiche improvvise, silenzi costruiti a tavolino e micro-rumori ingigantiti. Lo spazio sonoro non è una scelta stilistica accessoria ma la vera materia di cui il film è fatto.
L’intuizione più originale di Tuner riguarda la corrispondenza tra due gesti apparentemente distantissimi: accordare un pianoforte e scassinare una cassaforte. Entrambe le operazioni richiedono la stessa cosa: un orecchio capace di distinguere variazioni infinitesimali, una sensibilità millimetrica alla meccanica nascosta degli oggetti. Roher lavora su questa sovrapposizione con una certa coerenza, portando la macchina da presa all’interno dei pianoforti esattamente come la porta all’interno dei meccanismi di chiusura delle casseforti. Il risultato è un film che recupera una dimensione artigianale del cinema di rapina raramente visibile nel thriller contemporaneo.

Il film si inserisce in una tradizione laterale ma ben identificabile, quella dei crime movie costruiti attorno a corpi percettivamente alterati. Due riferimenti sono immediati: Sulle mie labbra di Jacques Audiard, con la protagonista quasi sorda capace di infiltrarsi nella criminalità attraverso la lettura del labiale, e Baby Driver di Edgar Wright, dove il protagonista trasforma il proprio acufene in una grammatica della fuga. Tuner non possiede la radicalità sensoriale del primo né la precisione coreografica del secondo, ma trova una propria identità nel modo in cui associa il suono alla sopravvivenza materiale, rendendo l’ascolto un gesto ambiguo: artistico, criminale e sentimentale insieme.
Al fianco di Woodall, la presenza di Dustin Hoffman assume un peso particolare. Il personaggio di Harry Horowitz, mentore di Niki, è costruito attorno a un corpo che porta con sé la memoria di un altro cinema: Hoffman porta in scena stanchezza, ironia e una dimensione quasi paterna nel rapporto con il protagonista. Il limite è che la sceneggiatura, scritta da Roher insieme a Robert Ramsey, finisce per relegare progressivamente questo personaggio ai margini della narrazione, lasciando incompiuta una traiettoria che avrebbe potuto essere il punto di forza del film.
Sul fronte sentimentale, più convincente risulta il rapporto tra Niki e Ruthie, la giovane pianista interpretata da Havana Rose Liu. Il loro legame diventa lo spazio in cui il film articola uno scontro tra due concezioni opposte della musica: per Ruthie è aspirazione, riconoscimento artistico, elevazione; per Niki è sopravvivenza, dolore fisico, necessità economica. Questa tensione silenziosa tra i due personaggi funziona meglio di molte scene più esplicite.

Le fragilità del film emergono soprattutto quando la sceneggiatura deve rispettare i codici più convenzionali del thriller. La banda criminale, con Lior Raz in testa, resta ancorata a un immaginario generico, privo della specificità che invece caratterizza i personaggi principali. Alcuni snodi narrativi sembrano affidarsi alla coincidenza più che a una costruzione accurata del plot, e le traiettorie accumulate non vengono sempre sviluppate con la profondità che meriterebbero.
Eppure Tuner regge, e regge bene, grazie soprattutto al montaggio di Greg O’Bryant, che imprime al film un ritmo quasi musicale, impedendo che i passaggi più schematici si inceppino. Il risultato finale è un crime movie di medio budget con un retrogusto anni Novanta dichiarato: racconti urbani, relazioni consumate, tempi morti valorizzati più dei climax continui. Un cinema per adulti, compatto, che oggi sembra quasi un atto di resistenza nell’era del blockbuster permanente.
Scheda tecnica
Cast principale
- Leo Woodall – Niki White
- Dustin Hoffman – Harry Horowitz
- Havana Rose Liu – Ruthie
- Lior Raz – Uri
- Jean Reno – Marius Maissner
